C’era una volta… (dedicato a David Sylvian)

C’era una volta il disco, un coso rotondo da toccare, ascoltare, condividere e barattare. Discofili oggi depotenziati dalla musica liquida, dallo streaming sul web e dal download che cambia il modo di ascoltare le canzoni e scoraggia il collezionismo. Musica digitale che quasi mai si ascolta per intero, file presto cestinati o compressi nel dimenticatoio delle librerie dei computer.

Bisogna quasi rassegnarsi a possedere la musica e nulla più, quando invece era lei che ci dominava, occupando un posto centrale nella nostra vita.

C’era l’ascolto partecipativo – quello che tenta di fare iTunes con applicazione “Ping”: la lettura collettiva delle note di copertina del vinile arrivato chissà come, ascoltato in silenzio, magari muovendo a tempo la testa e mimando la batteria con i piedi. La puntina del giradischi passava sul microsolco del disco in maniera ipnotica e noi lì a fissarla, mentre l’odore della copertina di cartone ci inebriava. Una liturgia. I nuovi generi si scoprivano organizzando collette per comprare – via posta – dischi di cui avevamo sentito solo parlare. Si compilava l’ordine e si aspettava pazientemente. Poi l’apoteosi oppure la delusione per un acquisto sbagliato.

Nella “caccia al tesoro”, trovai David Sylvian e l’album “The Secret Of The Beehive”, scelto a casaccio in uno store di dischi e attrezzature per discoteca. Cosa ci facesse lì, rimane un mistero.

Sylvian arrivò dopo ascolti copiosi di Billie Holiday, le opere di Ciaikovski e gli adagi di Maurice Ravel, oltre i Talking Heads e gli indigesti nastri di Robert Fripp (mai più cercato). Un modus operandi che servì ad uscire dal tunnel del punk. L’inno “Gabba Gabba Hey” dei Ramones non bastava più. C’era un latente bisogno di pulizia morale, di ricerca della verità e di quiete che si rifletteva nei gusti musicali, inevitabilmente un pò snob ma genuini.

La scoperta di Sylvian fu quanto mai opportuna, provvidenziale. Nel disco comunica la sua spiritualità e stabilisce un contatto con la vita interiore dell’ascoltatore. Pochi quelli in grado di compiere una comunicazione così forte e intima. I brani del disco divennero la colonna sonora di un incontro che cambiò il corso della mia vita, l’inizio di un periodo carico di novità e sorprese. I testi offrivano l’opportunità di riflettere sulla dimensione spirituale della vita, fin a quel momento ignorata.

L’album racconta il distacco di Sylvian dal cristianesimo cui era stato educato. In particolare “Forbidden Colour”, incentrata sull’Eucarestia. Un involontario passaggio di consegne… Il sangue di Cristo è citato nel testo come simbolo di una fede ormai svuotata di senso. (Infatti l’Eucarestia non è segno ma Cristo stesso). Sylvian tratteggia un’esperienza vissuta e ormai finita: Gesù non esiste, non interessa, non attrae più.

Il sangue di Cristo, o il battito del mio cuore
Il sangue di Cristo, o una nuova scelta del cuore

Un altro brano, ancora più drammatico e struggente, è “Waterfront”. Narra il deragliamento di un treno vuoto, immagine presa in prestito dai neri Spirituals e riferita al cammino spirituale interrotto bruscamente.

Guardo il treno avanzare a tutto vapore
Mentre affronta una curva
Vagoni vuoti deragliano e precipitano verso la loro fine
Così il mondo s’allontana stilla a stilla
E mentre il vino ti dà alla testa
Angeli presuntuosi t’additano e ridono
Stavolta il tuo Dio è morto

Oggi David Sylvian si dichiara ateo, ma rimane quel patrimonio di esperienze condivise durante la prima parte della sua carriera solista (lui ex Japan) che trae spunto dal vissuto di una fede, quella cristiana, racchiusa in un “trittico religioso”, come fu per Bob Dylan e molti altri.

“Brilliant Trees”, “Gone To Earth” e il già citato “The Secret Of The Beehive”, sono albums prodotti tra il 1984 e il 1987. Long playing (che bello questo termine) che compongono un mosaico di fede e devozione assai raro.

Nei pezzi, fa da collante il tema della perdita che nasce dalla percezione conflittuale del divino. Quasi un’economia della salvezza al rovescio: Dio si è rivelato ma è rimasto sconosciuto, straniero e poco vicino.

Qui una summa dei versi.

BRILLIANT TREES

  • “Avevo bisogno di qualcuno che mi rassicurasse. Esaltato in giorni di splendore estivo. Chi avrebbe sognato di un amore infinito?” (Pulling Punches)
  • “Affliggersi e piangere per la perdita del Paradiso al Muro del Pianto. Eri qualcuno in cui credere. Impegnavi la vita dove c’era desiderio d’imparare. Ma è nella natura del vivere considerare solo gli anni che restano al tuo cuore” (Weathered Wall)
  • “Ogni progetto che ho accarezzato s’è smarrito nell’ordine delle cose. Entro ogni lezione si cela il prezzo per apprendere. Una ragione per credere si allontana da me. Ogni speranza che nutro giace tra le mie braccia” (Brilliant Trees)

GONE TO EARTH

  • “In abiti bianchi, pronta veleggiare. Una ragazzina sicura e giudiziosa sogna di farsi monaca” (Taking The Veil)
  • “Quando tutto è perdonato, ogni colpa è ancora mia. Affronterò il mio turno. Mi cimenterò nella corrida. Dì una preghiera per la mia liberazione. Quando la speranza è ormai assopita, ogni speranza, e tornerà la mia forza. Per la lotta nella corrida” (Before The Bullfight)

THE SECRET OF THE BEEHIVE

  • “Il ticchettìo dell’orologio. Certo non mancherà molto all’alba. Quando l’oscurità si cela nella propria ombra. Il demonio percuote il suo tamburo, lanciando il suo nome. Trascinando nella vergogna ciò che è in suo potere” (The Devil’s Own)
  • “Quando i poeti sognavano gli angeli, che cosa vedevano? La storia allineata in un lampo alle loro spalle, i vescovi e i cavalieri pronti ad attaccare” (When the Poet Dreamed Of Angels)
  • “Ascolto le onde contro gli scogli. Non so da dove vengono. Aspetto che i cieli si aprano e lascino entrare la felicità” (Let The Happiness In)

Qualche anno più tardi, inciderà “Dead Bees on a Cake”, disco straordinario ispirato all’induismo e di seguito “Blemish”, dedicato quasi interamente alla figura del poeta R. S. Thomas, con tematiche riguardanti le tensioni e le cadute che segnano la pratica religiosa (fonte: davidsylvian.it). Vale la pena evidenziare la speranza di “A Fire In The Forest” che chiude un disco invece claustrofobico, cupo e difficile.

Vorrei vederti
È piacevole vederti
Vieni e portami da qualche parte
Portami via
Il sole risplende sempre
Molto oltre il cielo grigio
Io so che lo troverò
Sì, io tenterò…

Ora mi siedo davanti a uno stereo, poggio la puntina sul giradischi e premo “start”. In mano i testi delle canzoni, con l’ansia di comunicare prima o poi le impressioni scaturite dall’ascolto.

È forse giunta l’ora di riaprire i laboratori di BombaMusica nella mia città?

video amatoriale, colonna sonora: “Forbidden Colours” di David Sylvian e Ryuichi Sakamoto

5 commenti a “C’era una volta… (dedicato a David Sylvian)”

  1. Wow, gran pezzo.

    C’è qualcosa di strano in chi “diventa” ateo (così come in chi nato cristiano poi divaga per un certo periodo in filosofie o religioni di vario genere, magari provando l’una e l’altra). Ho la sensazione che, paradossalmente, sia difficile cogliere alcuni aspetti essenziali del cristianesimo “nascendoci dentro”; è come se una serie di elementi fossero già dati, ignorando la pressione di alcune domande che tutti abbiamo e che possono sembrare delegittimate.

    Persone di acuta sensibilità, meno prone ad un esercizio “automatico” della fede, probabilmente rimangono insoddisfatte, percepiscono una risposta preconfezionata prima che la domanda stessa venga pienamente formulata – ed iniziano a cercare altrove, forse anche sull’onda di una cocente delusione.

    In questo senso, la perdita della fede può essere l’inizio di un autentico percorso di fede, anche se, come tutti i veri percorsi, può portare ovunque.

  2. …e “amatoriale” per il video… beh… capperi… accidenti che roba

  3. Max Granieri ha detto:

    L’analisi di Cristiano è arguta e fa molto riflettere. Il percorso di Sylvian è simile al cammino di tanti che vivono indirettamente una fede (citazione di Romano Guardini), come accade in Occidente con la religione cristiana che condiziona l’agire e determina le scelte di tanti popoli. L’esercizio automatico di cui scrive Cristiano.

    Poi arriva un’improvvisa inquietudine che spinge un uomo più in là delle esperienze già vissute. Un climax che parte dalla semplice curiosità e che conduce fino a una rivelazione. Ma è impossibile spiegare cosa determina un rapporto di fiducia o di sfiducia con Qualcuno (invisibile, di cui però si percepisce la presenza). Forse dipende da fattori legati al sentire di ciascuno, all’ambiente culturale che lo circonda, alla capacità di fare introspezione. Impossibile pure prevedere dove condurrà una ricerca del genere. Sylvian è partito dal cristianesimo ed è arrivato all’induismo, ma dalle sue interviste si capisce che rimane un musicista inquieto, non soddisfatto pienamente, dunque in costante ricerca.

    Il cristianesimo viene quasi sempre abbandonato per una delusione, a volte perché scomodo, in alcuni casi diventa un esercizio sterile. Nella musica, l’abiura della fede cristiana è romanzata in seguito a un mancato innamoramento con Cristo. Un esempio… In questi giorni, ascolto un vecchio disco dei Spaceman 3, “The Perfect Prescription”. C’è un brano “Walkin’ with Jesus” che pennella questo malessere, la mancata unione col Cielo. Qui: http://www.youtube.com/watch?v=E4nOSRw8GJs

    Il tema è molto complesso, intrigante, la discografia a riguardo è nutrita. Forse vale la pena scriverci sù un post. :-)

  4. Paolo Pegoraro ha detto:

    vale la pena eccome!!!

  5. giovanna ha detto:

    Erano “secoli” che cercavo conferme al mio smisurato amore per David Sylvian.
    L’ho sempre adorato, prima da adolescente davanti ad un mangianastri che spesso li rovinava, rinchiusa nella mia camera ad ascoltare e riascoltare quelle atmosfere cupe e affascinanti. Quasi orgogliosa del suo essere poco noto al grande pubblico, sylvian è stato per me un selettore naturale per eventuali amicizie importanti :- conosci David Sylvian?…
    E poi da grande quando finalmente ho acquistato il “cd” di “secrets of the beehive”, anche se ammetto di essere molto più appassionata a quel vecchio nastro registrato,e quando l’ho ritrovato con Robert Fripp o in altre esperienze soliste.
    David Sylvian con i Japan, con Sakamoto, Fripp, Czukay … in quel ruolo in Furyo che poi sarà di David Bowie, rappresenta per me quel poeta raro e dai raffinati silenzi.

    “Voci udite in estensioni verdeggianti
    la loro gioia, la loro calma e fasto
    si perdono nel vagare della mia mente…
    il suono delle onde in uno specchio d’acqua
    sto annegando nella mia nostalgia”
    (nostalgia)

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