Poesia: vedere cose, avere visioni

Seamus Heaney

Seamus Heaney

Chissà se Jacob Dylan ha mai letto Seeing Things, la bella raccolta di poesie di Seamus Heaney del 1981? La domanda non è retorica e propende per il sì: l’indizio che spinge verso questa ipotesi scaturisce dal titolo dell’ultimo album musicale appena pubblicato dal giovane cantautore (figlio del più celebre Bob), che è proprio, guarda un po’, Seeing Things, “veder cose” si potrebbe tradurre, e così infatti s’intitolava l’edizione italiana della raccolta di Heaney, ma l’espressione vuol dire anche “avere delle visioni”. È bella in questo caso la ricca ambiguità della lingua inglese, perché viene da pensare che le due cose coincidano, veder cose e avere visioni, e comunque questa è la stoffa con cui è tessuta la poesia, un fatto di “vista”.

Sul duplice senso di questo “seeing things” si è soffermato di recente il critico letterario de La Civiltà Cattolica, il giovane gesuita Antonio Spadaro, osservando come “la densità di visione è tipica dell’ispirazione creativa di cui l’uomo ha bisogno per vivere appieno la sua vita” scrive sul blog dell’associazione culturale BombaCarta, e conclude: “In questo senso ogni oggetto può diventare un’opera d’arte nel senso che è reso tale dallo sguardo di chi lo contempla.” Importante, per il critico messinese, è però che lo sguardo sia “fresco”, cioè creaturale, primigenio. Viene in mente la lirica di Borges dedicata al mare, quel “violento e antico essere che rode i pilastri della terra.. Chi lo guarda lo vede per la prima volta, sempre. Con lo stupore che le cose elementari lasciano…“. Ma per vedere il mondo come se fosse la prima volta, bisogna tenere gli occhi ben aperti. E’ lo sforzo che si intuisce latente in molte delle dieci nuove canzoni di Jacob Dylan, lo sforzo di ripulire le nostre finestre o comunque di spalancarle: “Got my window open wide” canta in Something Good This Way Comes, piccolo inno dedicato alle felicità più semplici della vita la cui “morale” è appunto che se apriamo, ampliamo, il nostro sguardo allora potremmo cogliere l’avvento di “qualcosa di buono”. E questo “avvento” accade nelle cose più consuete, come nel vedere “le strade riempirsi nella penombra del sole d’estate”, quel sole che, nell’ultima canzone, “ha baciato i limoni del cimitero qui sotto” e che permette di “see clear at last”, di vedere finalmente chiaro, anche se è un vedere “da questa parte del telescopio” (The end of the telescope è il titolo di questa ultima bella ballata), come a voler significare che la realtà può anche essere incandescente e a volte c’è bisogno di un mezzo, di qualcosa in mezzo per evitare di bruciarsi. E’ un disco pulito e onesto questo del giovane Dylan, che ha il suo pregio appunto nella ferialità del verso, nel suo sguardo verso l’ordinario, teso ad ammirare le cose elementari di cui parla Borges e di cui ha cantato a suo tempo Heaney nell’omonima raccolta perché, come scrive Gilberto Sacerdoti nell’introduzione, se da una parte la veggenza è senz’altro “l’attributo supremo della più alta poesia“, è pur vero che “per Heaney la veggenza coincide con la visione delle cose stesse” e la descrizione coincide con la rivelazione. In questo senso il poeta irlandese premio Nobel per la poesia nel 1995 è un seguace di Wordsworth in quanto, ricorda sempre Sacerdoti, “ha preso delle cose di ogni giorno, le ha spellate della pellicola di familiarità che normalmente le ricopre, e mediante una descrizione del naturale e dell’ordinario è riuscito non soltanto a suscitare un sentimento analogo al soprannaturale, ma anche a mostrare le radici saldamente naturali del sentimento del soprannaturale“.

Strani tipi di “veggenti”, Heaney nel 1981 e, oggi, Jacob Dylan, entrambi tesi a cogliere quel mistero a cui accennava paradossalmente Wilde, racchiuso non nell’invisibile ma nel visibile, entrambi capaci di compiere quel rovesciamento di cui parlava un altro maestro del paradosso come Chesterton quando ricordava l’immagine dickensiana del “Moreeffoc”, questa parola immaginaria che però si può tro­vare un po’ dappertutto perché è l’insegna di un Coffeeroom vi­sta però dall’interno, attraverso una porta vetrata e che Chesterton, associandola all’umiltà, usava per designare la biz­zarria di cose che sono divenute ovvie, quando le si scorga, all’improvviso, da un altro punto di vista. In effetti per vedere le cose “da un altro punto di vista”, bisogna compiere la “capriola dell’umiltà”, fare come il Poverello d’Assisi e mettersi a testa in giù, per riscoprire e cantare la meraviglia del mondo creato. L’umiltà è la forza più rivoluzionaria che esista.

Da questo punto di vista aveva ragione Davide Rondoni quando commentando la raccolta di poesie del poeta irlandese, di cui elogiava il titolo così “evocativo”, affermava che “Il viaggio di Heaney è all’insegna di una forza tranquilla ed eversiva. Tranquilla nel senso che il suo veder cose persuade il lettore non con l’astuta retorica o con la trovata del mago ma con la naturalezza della sorpresa. […] eversiva proprio perché il gesto di legame con il mondo è assoluto. E lo sguardo che raggiunge le cose non muove da una pozza di risentimento o di astio verso l’esistenza. […] La forza tranquilla ma eversiva di Heaney  risiede nella non messa in discussione della appartenenza del mondo alla paternità divina.

Insomma, la poesia è alta quando si abbassa, quando si fa umile, ad altezza di figlio, di bambino perché il bambino riesce provare sentimenti senza la vischiosità del ri-sentimento.

Il 5 febbraio 1852 Henry David Thoreau, scrittore e maestro del «rinascimento americano», registra nel suo diario (è sempre Antonio Spadaro a ricordarlo nel citato articolo) la seguente affermazione: «Sospetto che il bambino colga il suo primo fiore con una percezione della sua bellezza e del suo significato che il futuro botanico non mantiene mai». Il sospetto di Thoreau è quanto mai fondato, sono pronti a sottoscriverlo tutti quei poeti “veggenti dell’ordinario” (la lista è sconfinata), da Francesco d’Assisi a Chesterton, da Borges a Wilde, da Wordsworth a Heaney, fino, nel suo piccolo, al giovane Jacob Dylan.