Come il mare

Riceviamo da Teresa Scaramuzzi
Il silenzio del mare, di Vercors, ed. Einaudi, trad. Natalia Ginzburg

Dolce, da Suite francese, di Irène Némirovsky, ed. Adelphi

Qualche mese fa un’amica mi ha regalato Suite francese, di Irène Némirovsky, una scrittrice nata a Kiev nel 1903, emigrata in Francia con i genitori all’approssimarsi della Rivoluzione d’Ottobre, appartenente alla ricca borghesia ebrea, morta nei forni di Auschwitz il 17 agosto 1942. Irène, che aveva cominciato a pubblicare nel 1929, nei mesi che precedettero il suo arresto e la deportazione iniziò quella che considerava una grande “sinfonia in cinque movimenti” – un grandioso affresco della Francia vinta e occupata dai nazisti, in cui si muovono intrecciando le loro vite un gran numero di personaggi, con vizi e virtù, ritratti con estrema lucidità, talvolta con una sottilissima ironia, e con com-passione umana. Irène scriveva con foga, anche per non pensare al pericolo incombente, e due giorni prima dell’arresto annotava che “gli eventi storici, rivoluzionari, ecc., sono appena sfiorati, mentre viene investigata la vita quotidiana, affettiva, e soprattutto la commedia che questa mette in scena.” Dei cinque movimenti l’A. poté scriverne solo due: Temporale di giugno e Dolce.

I manoscritti rimasero per anni e anni nella valigia con cui le due figliette riuscirono a essere messe in salvo e solo molto tempo dopo la figlia Denise ebbe il coraggio di leggerli e poi di trascriverli. L’opera infine è stata pubblicata in Francia nel 2004, riscuotendo grandissimo interesse. Anche altri lavori dell’A. sono stati pubblicati poi da Adelphi ed ora è appena uscito Jezabel. Dolce è ambientato in un villaggio della provincia nel centro della Francia dove arrivano e si fermano per alcuni mesi i tedeschi. In casa Angellier, una delle più belle, vivono la vecchia signora dittatoriale e sua nuora Lucile. Lucile, che Gaston – da un anno prigioniero in Germania – ha sposato per interesse, ha accettato il matrimonio senza molto amore e per obbedienza a suo padre, e ora vive nella vecchia casa con disagio e rassegnazione. Nella casa viene alloggiato un ufficiale, Bruno von Falk, giovane , educato, musicista, colto, e bello, “era il più umano degli uomini. Anche lui cercava, come tutti, la felicità, la possibilità di sviluppare liberamente le sue doti e (come accadeva a tutti, ahimè, in quei tempi) quel desiderio legittimo veniva costantemente ostacolato da una sorta di ragion di stato che si chiamava guerra …” Tra lo sdegno e il disprezzo della suocera che percepisce – tra i due nasce una delicata, nascosta, profonda amicizia, che viene mantenuta come tale fine alla fine, fino alla partenza dell’esercito occupante per la Russia. Come “quei cicloni che infuriano nei mari del sud… un cerchio costellato di tempeste ai bordi ma con un centro immobile tanto che un uccellino o una farfalla che si trovassero nel cuore dell’uragano non ne soffrirebbero affatto…”.

Intorno alla casa, anche nel villaggio si vivono le contraddizioni di ostilità verso l’esercito occupante; di piccoli interessi meschini; ma pure di pietà o di simpatia – e talvolta d’amore – per i singoli giovani biondi tedeschi, che a loro volta mescolano la superiorità degli occupanti al desiderio di essere accolti; alla paura nel trovarsi in un paese ostile; alla nostalgia di casa … E le contraddizioni sembrano ancora più umane nelle sottolineature del sorriso ironico, come quello sulla signora Angellier che “ rischierebbe tranquillamente la fucilazione, per aver nascosto in casa l’uomo che ha ucciso un tedesco, ma non gli sacrificherebbe una bottiglia pregiata di bourgogne”. O sulla viscontessa: “Dopo tutto quegli ufficiali tedeschi erano persone molto educate! Quello che divide o unisce gli individui non è la lingua, non sono le leggi, i costumi i princìpi, ma il modo di tenere le posate!” Contraddizioni: “L’occupazione in certo senso è più terribile, perché ci si abitua alle persone; si dice: ‘Dopo tutto sono come noi’ e invece nossignore, non è vero.

Siamo due specie diverse, inconciliabili, eternamente nemiche.” Eppure, al momento della partenza per la Russia, “in quelle ultime ore una sorta di malinconia, di affetto legava gli uni agli altri vincitori e vinti”. Ma il motivo di grande stupore che ha accompagnato tutta la mia lettura è: come abbia potuto l’A., che scriveva nella paura di essere arrestata da un momento all’altro, avere espressioni così umane verso il nemico che la minacciava. E forse è lei stessa che dà una risposta: “E’ risaputo che l’essere umano è complesso, molteplice, diviso, misterioso, ma ci vogliono le guerre o i grandi rivolgimenti per constatarlo. È lo spettacolo più appassionante e più terribile; il più terribile perché è il più vero: non ci si può illudere di conoscere il mare senza averlo visto nella tempesta come nella bonaccia. Solo chi ha osservato gli uomini e le donne in un periodo come questo può dire di conoscere gli uomini – e di conoscere se stesso.”

Questo libro mi ha riportato con prepotenza ad un altro che lessi moltissimi anni fa, quando ancora non era chiaro chi si nascondesse sotto lo pseudonimo dell’autore: Il silenzio del mare, di Vercors. E mi emozionò molto, a Grenoble, sapere che Vercors è il nome del massiccio che sovrasta la città, dove si nascondevano i partigiani durante l’ultima guerra: come se questo mi desse una chiave di lettura dell’autore. Vercors è lo pseudonimo di Jean Bruller, illustratore, che scrisse il libretto – la sua opera prima di circa una quarantina che seguirono – come imperioso richiamo morale all’azione della resistenza contro l’esercito tedesco occupante.

Il libro fu pubblicato in forma clandestina con una tiratura di 350 copie all’inizio del 1942, ma immediatamente si diffuse a macchia d’olio: lo lesse Irène Némirovsky? Avrebbe potuto, ma non ce ne sono accenni nei suoi appunti. Ne Il silenzio del mare la voce narrante è quella del vecchio zio. In un villaggio francese occupato, la bella casa in cui vivono zio e nipote viene destinata per sbaglio ad alloggio di un ufficiale tedesco, Werner von Ebrennac. L’ufficiale vivrà nella parte superiore della casa da novembre fino a luglio, mostrando di essere persona di animo sensibile, educato, colto, innamorato della Francia – da cui però è sempre stato lontano per ubbidienza a suo padre. È anche biondo, alto, bello – con una gamba claudicante – elegante nel vestire. È musicista, come Bruno von Falk: forse perché “solo la musica abolisce la differenza di lingua e di abitudini fra due esseri e tocca fibre sensibilissime” come dice la Némirovsky? Dalla prima sera del suo arrivo, zio e nipote rispondono col silenzio e con lo sguardo girato altrove al saluto dell’ufficiale. E tutte le sere, prima di ritirarsi, l’ospite busserà alla porta, entrerà per un breve tempo, si accosterà al camino per riscaldarsi, parlando in buon francese con voce bassa, quasi un canto, quasi una preghiera, parlando di sé, del suo paese, della musica, della Francia, dei numerosissimi autori francesi, del suo apprezzamento per la dignità altera dei vinti. e della sua grande speranza – una certezza anzi – che da questa guerra ne nascerà un bene: i due paesi si uniranno, quasi un matrimonio, e la forza tedesca e il genio della Francia daranno vita a qualcosa di grande. Ed ogni sera si ritira, augurando ai suoi ospiti la buonanotte. E ogni sera zio e nipote rimangono in silenzio, continuando la loro vita come se non ci fosse nessuno in casa. Solo nei movimenti del lavoro della nipote talvolta si nota qualcosa: mentre l’ufficiale racconta il gomitolo di lana continua a cadere; mentre lui racconta di una ragazza con cui stava per fidanzarsi, il filo del cucito viene tirato troppo nervosamente e si spezza e l’ago deve essere infilato di nuovo. Poi l’ufficiale si allontana per una licenza e al ritorno manca ripetutamente al saluto serotino, finché una sera con passo lento scende e bussa.

Per la prima volta si sente la voce scorata della nipote che dice allo zio: “Se ne andrà…” e lo zio per la prima volta invita l’ospite: “Entrate, signore” In un lunghissimo monologo l’ufficiale, disperato, racconta come a Parigi ha capito di essere stato un sognatore, perché lo scopo del comando tedesco non è quello di fare delle due una grande nazione, ma è quello di annientare la Francia e di sotterrarne lo spirito, per cui egli ha chiesto di andare al fronte: “All’inferno!” La nipote ascolta col viso di una maschera tragica greca, e perle di sudore le zampillano sul viso: “Non so se Werner von Ebrennac vide questo. Le sue pupille parevano ormeggiate a quelle della ragazza, come, nella corrente, la barca all’anello della riva, con un filo così teso, così inflessibile, che nessuno avrebbe osato passare un dito fra i loro occhi.” “… mormorò: ‘Addio.’ … infine la ragazza mosse le labbra. Gli occhi di Werner brillarono. Udii dire: ‘Addio.’ Bisognava averla attesa all’erta quella parola per poterla udire, ma infine la udii. Von Ebrennac pure la udì, e si drizzò, e il suo volto e tutto il corpo parvero distendersi come dopo un bagno riposante. E sorrise, di modo che l’ultima immagine che io ebbi di lui fu un’immagine sorridente. E la porta si chiuse … L’indomani quando scesi … era partito. Mi pare che facesse molto freddo.” Ecco. Non una parola è esplicitata sull’ardore dei sentimenti e sulla forza del combattimento interiore: tutto si gioca nei particolari che lo zio nota, il cui effetto si rivela potente.

Il silenzio del mare: sotto la quiete apparente si nascondono forze vitali in tumulto ed in lotta fra loro. Vercors in seguito alla pubblicazione spiegò che se avesse dipinto l’ufficiale come persona sgradevole sarebbe stato naturale resistergli, ma era invece necessaria l’intransigenza in ogni caso, contro ogni tedesco, anche se gentile, in quanto membro assoggettato dell’esercito nemico – Von Ebrennac infatti preferisce andare a morire nell’inferno del fronte che disertare, così come von Falk di Dolce parte per la Russia. Leggendo però il racconto più di sessant’anni dopo la sua stesura, in tempi diversi, io non sento più il proposito dell’A. e quello che mi resta dentro è solo una profonda malinconia per l’impossibilità di una delicata umanissima storia d’amore e, a più vasto raggio, per la disgrazia della guerra che divide, allontana, crea spettri di inimicizie con gli effetti macroscopici di distruzione e con infinite microscopiche ferite nell’animo che passano sotto silenzio, ma che, è il caso di dire, sono vaste come il mare.