Appunti sul cuore

(Questi appunti personali sul tema del “cuore” sono stati scritti da Marta Falcone, studentessa del 5^ ginnasio del liceo Pilo Albertelli di Roma, e sono stati raccolti dal suo professore, Andrea Monda)

Quando penso alla parola cuore una serie di immagini, alcune senza senso, mi passano per la mente. Un pezzo del documentario “Cuore” del “Corpo Umano”, visto quand’ero piccola, un corpo con tante linee rosse al posto delle vene, il cuore lampeggiante di E.T., la copertina del libro di De Amicis, il fondo di un vaso e il rosso. Il colore rosso sembra luccicare in tutta la sfilza di immagini-ricordi proposte dalla mia mente. Cuore, basta una sola parola a scatenare un inaspettato vortice di sensazioni contrastanti: dolore, amore, odio, gelosia, gioia, rabbia, felicità… Non associamo forse al cuore tutti i sentimenti che proviamo? Il nostro linguaggio non è ricco di modi di dire costruiti intorno al termine cuore? “Avere un cuore di pietra”, “hai un cuore d’oro”, “spezzare il cuore”, “avere il cuore tenero”, “amico del cuore”, “cuor di leone”, “cuore nobile”, “ho il cuore gonfio di commozione”, “ridere di cuore”, “come una spina al cuore”, “aprire il proprio cuore”, “lontano dagli occhi, lontano dal cuore” e tanti altri. Forse il più significativo di tutti i modi di dire è “in cuor mio”, cioè nel mio animo. Raramente quando parliamo del cuore lo intendiamo come un organo, che si contrae e pulsa e batte. Spesso usiamo il termine “cuore” per indicare stati d’animo, speranze illusorie, dolori e sofferenze. Il cuore è la rappresentazione “concreta” della nostra anima. Tutto quello che proviamo, diciamo di provarlo con il cuore. Non con il cervello o il fegato o il pancreas, ma proprio con il cuore. Quando veniamo abbandonati in amore e soffriamo spesso ci lamentiamo del “cuore a pezzi”, non “i polmoni a pezzi” per via del troppo sospirare pensando all’altro/a. Facciamo accadere tutto tramite il cuore, il nostro essere umano, quello che siamo veramente. Associamo tutto, inevitabilmente, al cuore, senza mai riflettere sul serio su questo termine. Forse tale tradizione nasce dal fatto che il cuore è sempre stato considerato il centro “fisico” del corpo: se si ferma… ci fermiamo anche noi. Poi ha anche una bella posizione nel corpo: si trova tra i polmoni, che ci permettono di respirare, di sospirare, di sbuffare, di esprimerci, ed inoltre è abbastanza vicino al cervello, che controlla tutto. Eppure, nonostante ciò, è un organo a parte. Non risponde ai comandi di nessun altro muscolo o parte del corpo. È indipendente da noi. Forse ciò ci ha permesso di non immaginarlo solo come un organo freddo, incapace di sentire e provare, che si limita, come il cervello, a dare ordini, a comandare. Infatti quando facciamo cose stupide, romantiche, sentimentali succede che quasi non ci rendiamo conto del nostro comportamento. Come se non controllassimo i nostri gesti. Intendiamo il cuore allo stesso modo, come un organo a parte, indipendente proprio come i nostri sentimenti. È anche vero che sin dall’antichità si faceva particolare attenzione al cuore, propriamente detto come organo, per la sua importante funzione vitale. Sicuramente chiunque fa particolare attenzione anche ai propri sentimenti, proprio come quell’organo al sangue. Il cuore è, quindi, subito entrato nell’immaginazione popolare come il muscolo più delicato, più fragile, più incontrollabile. Anche il disegno attribuito al cuore richiama dolcezza. Le curve ci rilassano, come scoprì più tardi il romanticismo, e quell’aguzza punta finale non ci fa forse ricordare quanto sia pericoloso amare, un notevole contraccolpo alla dolcezza delle due curve. Anche il colore che si attribuisce tipicamente al cuore e simbolico. Rosso. Scientificamente parlando il sangue non è rosso, ma giallo. Appare rosso visto ad occhio nudo, ma di fatto è giallo. Ma niente, all’uomo piace il rosso. Un colore forte, shockante, duro e dolce. Il rosso è simbolo di passione, di profondità e si oppone con decisione al nero, scura visione della nostra realtà. Il rosso è il colore delle rose, del fiore che ha sempre rappresentato l’amore, e il cuore ne ha in parte ereditati gli attributi. Per l’essere umano il cuore è sempre stato l’anima delle cose. L’unione perfetta tra il corpo materiale e il nostro io più profondo. Spesso, infatti, non diciamo “la mia anima”, ma “ il mio cuore”. Interpretiamo il cuore come il nostro baricentro, il punto di incontro di tutte le nostre sensazioni e non abbiamo paura di mentirgli, perché il nostro cuore ci conosce. Tuttavia oggi sembra che tutti siano stati colpiti dall’effetto manipolativo della TV, della pubblicità. Quello che compriamo non abbiamo un vero BISOGNO di possederlo, ma ci sembra che senza di esso la nostra vita sia vuota. Forse è per questo che ormai tutto sembra invaso dai cellulari, computer, televisori… Non ci si preoccupa più del CUORE dell’anima, ma dell’apparenza. Cosa importa se abbiamo il cuore a pezzi, purché indossiamo l’ultimo capo di Cavalli? Ha forse importanza il problema che affligge la nostra amica del cuore, se tanto noi abbiamo il nuovo cellulare Nokia? Non ci siamo forse tutti lentamente trasformati in mostri, mossi da un grande sistema consumistico a cui non riusciamo ad opporci? Forse è per questo che ormai in tutto quello che facciamo dobbiamo mettere un pizzico di tecnologia. Commentare la frase “Senza cuore non si vive”, scritta su un diario della Sweet Years, con un bel cuore rosso disegnato sul porta cellulare ci sembra facile. “Senza cuore non si vive” sta per “Senza cellulare la tua vita non è vita”. La cosa peggiore della frase non è tanto il significato, quanto la convinzione in ciascuno di noi che almeno una piccolissima parte sia vera. Riflettendoci attentamente non pensiamo di essere degli idioti se quando usciamo con un’amica non sappiamo rispondere alla domanda “E tu, che cellulare hai?”. Abbiamo tutti una gran voglia di scavare una buca e seppellirci sottoterra pur di non rispondere: “Mi spiace, non ho un cellulare”. E anche se trovassimo il coraggio di fare e dire una cosa del genere, saremo veramente in grado con il tempo di non cambiare la nostra scelta? Ci sentiremmo inevitabilmente esclusi da molte conversazioni che hanno per oggetto quella piccola macchina computerizzata. Penso, però, che la cosa più opprimente sarebbe vedere la faccia della gente alla scoperta che tu non hai un cellulare, o due televisori, o un computer. La persona di fronte sgranerebbe educatamente gli occhi, assumendo un’espressione scettica, come se tu stessi raccontando una grande balla. E avrebbe ragione. Tu stai realmente raccontandoti una grande bugia quando dici di non avere un cellulare, perché desideri più di ogni altra cosa averne uno. Lentamente tutti i tuoi sarebbero incentrati sul come procurartelo. Alla fine un cellulare non ci serve veramente, potremmo anche farne a me se… non fossimo i soli. Un mondo senza cellulare è possibile, anzi possibilissimo. I nostri nonni e, forse, anche i nostri genitori ci vivevano e non mi pare siano tanto stupidi, o perdenti o…La verità è che noi abbiamo rinunciato ai piccoli piaceri della vita. Vedere il sorriso di un amico, invece di sentirlo soltanto ridere per telefono, poter parlare guardandosi, leggendo negli occhi l’anima, il CUORE, dell’altro. Ciò che mi turba sta nel fatto che noi di tutto ciò non sentiamo la mancanza. Ci va benissimo sentire solo la risata, la storia, le lacrime. Cosa ci ferma dal provare la tristissima sensazione di voler essere lì in quel momento? A ridere di cuore tenendosi per mano, a consolare con leggeri colpetti sulla schiena chi piange, cosa ci impedisce di farlo? L’uomo tenta sempre di evitare il dolore, quindi prova a non avere rimorsi, a non dirsi “ma perché non c’ero anch’io”; l’uomo non si vuole commiserare. Vuole vivere. Ma per farlo sta distruggendo ciò che c’è di più bello, perché arriverà un giorno in cui si guarderà indietro e capirà tutto che ha perso, che non ha fatto e allora forse le guance gli si bagneranno di lacrime, impossibili da reprimere. Il cuore si può
far tacere, ma non si può cancellare. Prima o poi pulsa più forte e ci costringe a rivedere tutto. Modi per cambiare ce ne sono, tanti. Ma per farlo bisogna iniziare da subito, educando, comprendendo, perdonando. L’umanità si fa sempre più arrogante, senza scrupoli, senza cuore. Soltanto l’innocenza fanciullesca può far veramente vivere l’uomo, impedendogli di distruggersi da solo senza accorgersene. È davvero triste rendersi conto che anche i bambini ormai crescono velocemente, pronti a diventare uomini provetti, attaccati ai loro computer, al cellulare. Vengono le lacrime agli occhi quando si vede un bambino di cinque anni che passa tutto il giorno attaccato ad un gameboy e che ne parla con una disinvoltura assurda. Come se lo conoscesse da una vita. Non parla così bene, con termini così accurati, neanche dei genitori. Spesso si cerca di non vedere le cose in un’ottica così negativa, ma perché dietro le menzogne? Una volta che avremo decretato che la frase non si riferisce ad un cellulare, ma al diario segreto, non otterremo nulla. Potremo dire in giro quanto significato profondo abbia per noi la cosa, ma sapremo sempre, nelle parti più remote della nostra coscienza, che in realtà noi quella frase la abbiamo interpretata come tutti gli altri. “Senza cuore non si vive”. In realtà è una frase che ci fa paura, perché ci rende dipendenti e a nessuno piace dipendere da qualcosa. Ma è la verità. Non si ragiona autonomamente. Si teme tutto, si teme l’altro, si teme la cosa più banale. Ma non le macchine. In fondo, diciamo, sono macchine! L’amico ti può tradire, la macchina no, non parla. Ma l’amico se hai un problema, un vero problema, sta lì, vicino a te, e soffre come te, mentre dischiudi il tuo guscio e gli parli con il cuore il mano. La macchina, che tu abbia o meno un problema, non ci pensa. E perché dovrebbe? Tu continui ad usarla comunque. Magari chatti un po’ su internet, così ti riprendi sentendo le stupidaggini degli altri, ma quando la spengi stai peggio. Perché hai ancora tutto dentro e sei solo. Allora dovresti pensare a scrivere un diario, ma se ne compri uno ti viene detto che il cellulare è il cuore della vita. Allora ti compri un cellulare, spendi duecento euro e non risolvi nulla. Noi dovremmo recuperare tanti valori, perduti. Provare a rifarli nostri, a dargli un senso e non lasciarli lì, citati come massime da qualche poeta. Perché i poeti scrivono per darti una scossa, per farti capire che devi essere tu ad uscire dalla palude e alzare la testa verso il sole. CUORE. Una sola parola racchiude tante cose, un’infinità di cose, e scatena in ognuno di noi sensazioni diverse, che ci commuovono, ci fanno ridere e riflettere. Forse la soluzione è più facile di quello che pensiamo. Potremmo smettere di passare interi pomeriggi davanti al computer, alla televisione o al telefonino. Passare un’ora a riflettere, su ciò che per noi vuol dire vivere. Su ciò che è il CUORE della vita, ciò che conta veramente, che ci consente di essere noi. Non è facile, lo so. Ma bisogna pur iniziare. Il cuore è la nostra anima, non possiamo permetterci di perderla, di danneggiarla. Ci servirà ancora a lungo. Se dedicassimo al CUORE solo la metà delle attenzioni che prestiamo al cellulare, saremmo tutti più felici. Il cuore è importante. È i nostri ricordi, il primo giorno di scuola, il nostro pensiero più misterioso, il segreto confidato al nostro migliore amico, il suo segreto. È tanto, troppo per farlo volare via. Per me il cuore rappresenta tante cose, tante facce, tanti nomi, ma anche una speranza. La speranza che un giorno tutti ci renderemo conto che non sono i beni materiali che ci rendono felici. Se chiudiamo gli occhi e diciamo “felicità” cosa ci viene in mente, se non un grande cuore rosso?