Mettersi all’opera

‘Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì’. Così inizia il più celebre racconto di Augusto Monterroso. Il lettore non sa cosa sia avvenuto prima del risveglio, ma si ritrova di fronte a un post, agli effetti di qualcosa che è già accaduto. Vi sono, evidentemente, almeno due soggetti: colui che si risveglia e un dinosauro. Innanzitutto, incontriamo un primo effetto straniante, ovvero, da che ci è dato sapere, uomini e dinosauri (con l’eccezione di Jurassic Park) non hanno mai avuto modo di incontrarsi. Dunque un uomo che si risveglia accanto a un dinosauro rappresenta già una situazione surreale, almeno quanto quella di Gregor Samsa che, ‘svegliatosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo’. Due risvegli quantomeno insoliti.

In realtà, nel caso di Monterroso, nulla ci conferma che colui che si risveglia sia un uomo. Potrebbe essere uno pterodattilo, nel qual caso sarebbe perfettamente comprensibile che si risvegli accanto a un dinosauro. Tuttavia, supponendo che si tratti effettivamente di un uomo, occorre domandarsi cosa ci faccia un dinosauro accanto a un uomo che si risveglia. Forse l’uomo è tornato indietro nel tempo. Forse è il custode di un museo dedicato ai dinosauri e, durante la notte, si è addormentato contravvenendo ai propri doveri. Forse, ancora, Monterroso racconta di un mondo in cui convivono uomini e dinosauri. Magari l’uomo e il dinosauro si sono incontrati una sera in un bar, un bicchiere tira l’altro e cosa fai cosa non fai, ecco lì che l’uomo invita il dinosauro a seguirlo a casa, finiscono a letto, l’uomo si addormenta chiedendosi se faranno colazione insieme la mattina dopo o se il dinosauro durante la notte raccoglierà i vestiti per allontanarsi silenziosamente e al risveglio, sorpresa!, il dinosauro ‘era ancora lì’. L’inizio di una storia d’amore.

‘Era ancora lì’. Vuol dire che il dinosauro c’era già da prima. Ma occorre stabilire quando collocare questo ‘prima’, ovvero se significhi ‘prima di addormentarsi’ o piuttosto ‘prima del risveglio’. Nel primo caso la storia sarà la seguente: un uomo vede un dinosauro e si addormenta, al risveglio il dinosauro è ancora accanto a lui. Perché si addormenta? Se il lettore vedesse un dinosauro probabilmente scapperebbe o forse tenterebbe di nascondersi. Ma il protagonista non è il lettore e vive in un mondo con regole diverse dal nostro. O forse si stava fingendo morto così intensamente da addormentarsi, chissà. Nel secondo caso l’ipotesi è più affascinante e degna di un quadro di Dalì o di un racconto borgesiano: un uomo ha sognato un dinosauro, lo ha creato da dormiente per poi incontrarlo al proprio risveglio. Ha dato forma all’indefinito.

E, ancora, ci si potrebbe soffermare sul ‘quando’ o sul dove espresso da quel ‘lì’. Ma tutti i dubbi che vengono sollevati da questo inizio in medias res non vengono sciolti dalle righe che seguono la prima frase. Perché quelle righe non ci sono; il racconto termina qui, non va oltre il proprio inizio. Eppure, proprio per questo, va decisamente oltre il proprio inizio.

Quasi tutti gli studenti si sono confrontati, almeno una volta, con l’incubo della pagina bianca, un deserto da attraversare con l’inchiostro della penna, ma senza sapere da dove iniziare né per quali oasi trovare ristoro. Di colpo le parole, così ben espresse nei nostri pensieri, scompaiono e si è letteralmente disorientati. L’unico confine visibile sono i bordi del foglio, dentro rimane solo uno spazio vuoto da colmare. Tanti studenti, di fronte a un tema, vedono l’inizio unicamente come uno spazio da riempire e, infatti, una delle domande più ricorrenti è ‘quanto devo scrivere?’. La paura della pagina bianca nasce dall’equivoco dato da una esigenza imposta, cioè la necessità di colmare un vuoto, di porsi un problema in primo luogo quantitativo. Ma è anche la paura di compiere il primo passo.

In una celebre scena di Indiana Jones e l’ultima crociata, l’avventuriero deve attraversare un dirupo impossibile da saltare. Gli è richiesto di compiere il ‘salto della fede’, un passo nel vuoto che gli consentirà di scoprire che in quel vuoto c’è, in realtà, una strada non vista in grado di condurlo oltre il burrone. Iniziare, mettersi all’opera, significa compiere proprio quel passo nel vuoto. L’autore colto nell’atto di iniziare non conosce l’esito del proprio passo né la profondità dell’abisso sotto di sé, eppure lo deve compiere. Mettersi all’opera è un atto di fede, assimilabile a quello di entrare in una stanza priva di luce, dopo essere rimasti un poco, incerti, sulla soglia. Iniziare è trarsi fuori dall’incertezza, pur tra mille incertezze.

Ma il primo passo non è mai veramente il primo. Come l’uomo che si sveglia accanto al dinosauro, ogni opera ha un ‘prima’, una storia senza forma che precede il risveglio. Ogni mettersi all’opera è espressione di un continuare, di un dare forma all’informe. Le storie precedono la loro narrazione eppure, se prive di narrazione, non sarebbero. Esattamente come la scultura già esistente in potenza nel marmo, eppure bisognosa dello scalpello per assumere la propria forma. La bellezza dei Prigioni di Michelangelo risiede esattamente in ciò, nel ricordare che la scultura, ancora dentro al marmo, può assumere qualsiasi forma e che, una volta creata, ne avrà sempre una soltanto. Ma qualsiasi forma equivale a nessuna forma, equivale a un blocco di marmo. L’operazione formatrice imprigiona la statua in una forma definita, ma la libera dall’indefinito. L’inizio è esperienza di morte, di tutto quello che poteva essere, per dare vita a quello che sarà.

Mettersi all’opera vuol dire formare, ma con umiltà. Non è un mettersi sull’opera o nell’opera, ma è un mettersi al servizio dell’opera, come un archeologo che debba portare alla luce ciò che lo preesisteva ma che nessuno poteva vedere prima. Vuol dire, citando Antonio Spadaro, compiere l’‘esperienza geniale’ dell’inizio, gustare il ‘sapore sorgivo’ di quello spazio vuoto, quell’abisso che separa l’idea dalla sua rappresentazione, la storia dalla pagina.

  • Elena

    Grazie Valerio per questo editoriale pieno di suggestioni. Mi viene in mente Amleto, l’incapace per eccellenza di “mettersi all’opera”, vendicando il padre, pur sapendo che l’assassino, suo zio, è davanti a lui. Da qui la sua angoscia, così simile alla nostra, quando non riusciamo a saltare, a reagire, a fare il primo passo e finiamo per ristagnare in un malessere strisciante, in una specie di tristezza vicina alla depressione. Quali sono le ragioni della nostra debolezza? Che tipo di timore ci offusca?