Burgess e Kubrick, pietas e spietatezza

Rispetto a Anthony Burgess, il suo collega (di nazionalità, fede e professione) Graham Greene l’aveva presa con più filosofia. Perché sapeva come andavano le cose: “quando si vende un libro a Hollywood se ne fa una vendita incondizionata. Il produttore può modificare qualsiasi cosa. Può trasformare una tragedia degli ebrei dell’East End in una commedia musicale ambientata a Palm Spring, se lo desidera. Non è nemmeno tenuto a conservare il titolo, sebbene di solito è pressoché l’unica cosa che desidera conservare.” Burgess e Greene entrambi inglesi, cattolici e romanzieri, hanno vissuto anche il comune destino di essere spesso tradotti/traditi da Hollywood. Del primo ricordiamo soprattutto due titoli così diversi realizzati da due registi così distanti: Arancia meccanica di Kubrick e Gesù di Nazareth di Zeffirelli. Per quanto riguarda Greene invece la lista dei film scaturiti dai suoi romanzi è davvero lunga, ma vale la pena soffermarsi su Il potere e la gloria che John Ford utilizzò come trama per il suo The Fugitive (che poi in Italia cambiò ulteriormente in La croce di fuoco), con Henry Fonda e Pedro Armendariz. Non fu solo il titolo a mutare drasticamente, ma anche qualche dettaglio del plot per cui ad esempio non era più il prete vigliacco (Fonda) ad avere un figlio illegittimo, ma il tenente-aguzzino-ateo (Armendariz), col risultato di togliere quasi tutto il veleno dal pungiglione del romanzo di Greene, il quale reagì con magnanimo snobismo: “Si fa l’abitudine a queste cose, non c’è motivo di lamentarsi. E a lungo andare torna anche il sorriso sulle labbra. Perché il libro vive più a lungo”, ma intanto non andò a vedere il film. Invece Burgess vide il film di Kubrick, diventato subito un cult-movie trans-generazionale, e più volte ebbe da ridire su quella pur “perfetta” pellicola (difficile trovare un film di Kubrick al di sotto della perfezione); anzi arrivò a boicottarne la programmazione in televisione, a causa dell’impatto diseducativo che quella sua storia poteva avere sul vastissimo pubblico dei teleutenti; citando Borges sostenne che le opere nate con lo scopo di condannare la violenza a volte finiscono per diffonderla.

Apparentemente Kubrick rispetto al testo originale di Burgess è stato molto più fedele di quanto John Ford lo sia stato nei confronti di Greene, ma anche lui, inevitabilmente, ha manipolato, aggiunto, tagliato ed espunto come tutti i grandi registi rispetto anche alle opere di grandi scrittori.

Due esempi, uno macro e uno micro.  Il primo: nel film manca del tutto il finale raccontato da Burgess. Kubrick infatti si basò sull’edizione americana del romanzo priva dell’ultimo capitolo, e così chi vede solo il film non saprà mai come veramente andrà a finire per il cattivissimo-sfigatissimo Alex, il drugo maestro dell’iper-violenza vittima delle peggiori strumentalizzazioni della politica e della tecnocrazia. Il punto notevole è che quel breve capitoletto finale rovescia di trecentosessanta gradi il segno (da negativo a positivo) dell’intero romanzo. Al termine di tutte le sue peripezie Alex infatti maturerà sorprendendo innanzi tutto se stesso; con meraviglia avvertirà dentro di sé un desiderio profondo, inconsueto, verso la paternità e la famiglia. Un finale che, pur scritto da un grande scrittore quale è Burgess, forse è apparso troppo “buono” per il geniale  regista di Shining e Full Metal Jacket che nella sua trasposizione ha spinto sul pedale del grottesco e del sarcasmo piuttosto che su quello della pietà. L’esempio micro conferma il sospetto: un piccolo taglio, poche righe, ma decisive. È quando il goffo (goffissimo nel film) cappellano del carcere parla con Alex che ha ormai deciso di sottoporsi alla Cura Ludovico, che lo renderà “incapace di scegliere di fare il male”, e gli confida: “E ora, a proposito di pregare, mi rendo conto che non servirà a molto pregare pe te. Stai per entrare in una regione dove il potere delle preghiere non potrà più raggiungerti. Una cosa terribile, a pensarci.”. E poi cominciò a piangere. Ma io non ci feci molto caso […] disse: “Può anche andare a finire bene, chissà? Dio opera in modi misteriosi”. Poi si mise a cantare un inno con una ciangotta alta e potente.”. Anche il potere della preghiera è annullato, se manca la libertà. Niente di più cattolico, forse troppo anche per un genio come Kubrick, il quale qui sembra seguire la lezione del suo maestro Orson Welles il quale affermava che ci sono due cose che non possono essere rappresentate con la macchina da presa: l’atto d’amore fisico e la preghiera.

(il presente articolo è apparso su Il Foglio in data 6 novembre 2010)