Dubbi sulla movie therapy

Ci sono dei film che, visti in un determinato periodo della vita, al di là di difetti di regia o di sceneggiatura, vanno a saturare valenze emotive  e per questo motivo possono rimanere impressi anche per molti anni. Questo l’ho potuto notare su di me ma anche come insegnante su miei alunni e per questo motivo quando ne ho sentito parlare la prima volta ho pensato che la  movie therapy, proposta dal professor Bernie Wooder, councellor e psicoterapeuta del Royal College of Psychiatrists di Londra fosse una buona intuizione. Quando ho approfondito l’argomento mi ha lasciata perplessa l’elenco di “film terapeutici” che il dottore ha fatto, suddividendoli per disturbi o problematiche esistenziali.

“Un’altra donna” di Woody Allen

Alcuni esempi: per affrontare le delusioni, Fronte del porto; per riconquistare la fiducia in sé,  Rocky (rivisto più volte); per avere maggior coraggio nelle scelte, Quel che resta del giorno; per prendere coscienza della povertà della propria vita affettiva, Brokebak mountain.
Nel frattempo nel sito cinematherapy.com è stato messo a punto un esteso elenco di film terapeutici suddiviso per tematiche fasce d’età, fasi della vita, disturbi e disagi emotivi.
Quello che non mi convince del tutto è pensare che un atto così libero come guardare un film possa essere prescritto al pari di una medicina o uno psicofarmaco.  Chiunque di noi ha fatto esperienza del valore catartico che deriva dal vedere messi in scena i propri conflitti interiori ma, mi chiedo, la disponibilità a guardare dentro di sé o lasciarsi influenzare dalla visione di un film, può essere un fatto premeditato o affidato ad un’altra persona che lo prescrive? E, soprattutto, la visione può essere risolutiva o solo predisponente ad un approfondimento? Non si tratta di una terapia tradizionale, si può obiettare, e quindi la persona può scegliere se sottoporsi o meno ad essa e quindi accettare che il terapista scelga il film giusto per lei. Bernie Wooder si definisce un terapista “psicospirituale” e allora questa manipolazione consenziente e progettata del proprio inconscio attraverso le immagini mi atterrisce. Mi sembra che venga meno la creatività, la spontaneità, l’umanità della relazione e anche quel pizzico di casualità che costituiscono la sorpresa e la scoperta dell’illuminazione. Chissà se ci pensato anche Wooder quando ha detto che vede bene la movie therapy in ospedali e prigioni…

Bernie Wooder ha un sito internet nel quale è possibile trovare informazioni di massima sulla movie therapy e una sezione shop nella quale si possono ordinare alcuni film che fanno parte della lista dei film “utili” ma non viene esclusa la possibilità di scrivere o rivolgersi telefonicamente al dottor Wooder per farsi consigliare il film giusto.
Ecco! Siamo arrivati al punto in cui i miei dubbi si trasformano in un giudizio scettico e questo riguarda: l’aspetto meccanico connesso alla tassonomia dei disagi e ai corrispondenti film “terapeutici”, l’autogestione del proprio inconscio come davanti ad un distributore automatico di merendine, la possibilità che in un zac- e-tac ci si possa raccontare e avere il film giusto e, infine, questo pragmatismo di area anglosassone  nell’affrontare il mondo interiore. Ha ragione forse Woody Allen quando dice che la psicoanalisi è un mito tenuto in vita dall’industria dei divani? E che dire allora della “movietherapy”?

5 commenti a “Dubbi sulla movie therapy”

  1. Rosa Elisa Giangoia ha detto:

    Cara Annamaria,

    non conoscevo queste terapie, ma certo che possiamo ritrovare le loro radici nella funzione catartica che aveva nella Grecia classica la tragedia. E lì la “terapia” veniva imposta o per lo meno offerta e caldeggiata dal potere politico, che empiricamente (senza statistiche o indagini a campione!) individuava i conflitti interiori e i disagi più diffusi. Allora sembra sia servito! Soprattutto, attraverso la pratica della fruizione della tragedia, gli animi e le coscienze si sono progressivamente affinati.

  2. Non conosco questo Wooder ma credo tu abbia colto esattamente il punto (non solo di una presunta cinematerapia ma di tutta una visione delle cose). La visione di un film è sempre un’esperienza singolare, mi sembra impossibile immaginare una codifica di funzioni legata a questa o a quella opera.

    Laddove i film sono omologabili in questa maniera, ne stiamo considerando solo quegli aspetti generali che poco hanno a che fare con l’esperienza soggettiva dello spettatore. Tanto vale girare dei documentari, a questo punto (anzi, sarebbero più efficaci).

    Io uso moltissimo i film in terapia, anche perché in un momento storico in cui abbiamo sempre più difficoltà ad confrontarci con la dimensione simbolica il cinema sembra restituire questa possibilità in un modo stupefacente, immediato, semplice.

    Ma come per i sogni, ogni film, ogni scena, hanno senso in un momento, in un modo e per un paziente. È vero che ci sono delle scene “prototipali” che mi capita di usare più spesso, ma il più delle volte sono tratte da film che non verrebbero ritenuti così edificanti (da Harry Potter a Star Trek) e appartengono alla mia esperienza di spettatore molto prima che di terapeuta.

    Il punto è che ogni “Storia” (con la maiuscola) ha la possibilità di mettere in scena una storia (umana e personale) e incarnare quegli aspetti simbolici che altrimenti impiegheremmo giorni per definire vagamente.

  3. Angela C. ha detto:

    Mah… possibile che l’inconscio sia così fesso da lasciarsi manipolare ?

  4. Annamaria ha detto:

    Se si clicca sull’immagine che ho scelto per questo post si arriva ad una recensione di “Un’altra donna” di Woody Allen. Il film in un gioco di specchi che va dal regista alla pellicola allo spettatore induce riflessioni che per alcune persone potrebbero essere illuminanti, come ben rileva il commentatore. Questo poteva riuscire solo a uno che ha grande dimestichezza con la psicoanalisi nella via e nel lavoro (ne è stato sicuramente un divulgatore, non raffinatissimo ma sufficientemente). Non a caso viene definito il più bergmaniano dei film di Allen.
    Sì, Rosa Elisa, abbiamo ereditato tante cose dai greci, dalla catarsi attraverso il teatro alla democrazia, e preservarle nella memoria e nello spirito è una vera missione nonché un’operazione di misura e di equilibrio.

  5. Laura ha detto:

    L’inconscio parla con il linguaggio della follia, si chiama così proprio per questo. Senza consapevolezza, io credo che delle immagini o delle semplici musiche sono in grado di penetrarci pur non avendone un controllo, almeno immediato. E poi, certo che siamo unici ma siamo tutti molto simili..Io ci credo a questa movieteraphy, naturalmente il soggetto deve essere ben disposto ad accogliere il film e ad accogliersi, sentirsi e quindi, modificarsi.

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