Intervista a Eraldo Affinati

LA CITTA’ DEI RAGAZZI, l’ultimo romanzo di Eraldo Affinati è un grande libro di cui vale la pena parlare ancora sul Blog di BC. Nell’intervista che segue l’autore ci porta nel suo laboratorio di scrittura, la “stazione finale” di un lungo processo di presa di coscienza e discernimento del senso e della verità della propria esperienza di vita.

Eraldo Affinati presenterà La città dei ragazzi alla prossima Fiera del Libro di Torino alle 10:30 di venerdì 9 maggio.

Il titolo del tuo ultimo romanzo porta il nome dell’istituzione in cui svolgi il tuo lavoro di insegnante. Ma che cos’è la “Città dei ragazzi”?

La città dei ragazzi è nata dopo la II guerra mondiale, se l’è inventata un sacerdote irlandese, Carroll Abbing, il quale voleva raccogliere ragazzi italiani rimasti senza i genitori dopo la II guerra mondiale. Oggi questi ragazzi sono tutti stranieri, hanno dai 14 ai 18 anni. Vengono dall’Afganistan, dal Maghreb dal mondo Slavo, da paesi da cui scappano soprattutto perché vogliono sopravvivere alle guerre che hanno visto coi loro occhi, alla povertà e alla miseria che hanno vissuto. Raggiungono l’Italia da soli, abbandonati, senza famiglia, vengono collocati dalla Caritas o dalla Polizia in apposite strutture di accoglienza come la Città dei ragazzi che però è una città nella città perché in essa esiste un sindaco, degli assessori alla sanità e all’igiene e perfino una moneta locale, lo scudo, con cui i ragazzi comprano le merendine al Bazar. L’idea di Carroll Abbing era quella di responsabilizzare i ragazzi e ancora oggi questo messaggio pedagogico è giusto perché in fondo sono tutti ragazzi che vivono lì, che non hanno più bisogno di una famiglia ma vogliono diventare adulti e per questo devono imparare l’italiano, studiare e trovare un lavoro perché questo è il loro obbiettivo. A diciotto anni escono dalla “Città dei ragazzi” e devono diventare autonomi.
Il libro racconta di un viaggio che ti ha portato dalla “Città dei ragazzi” al Marocco. Come è accaduto?

Io insegno italiano e storia da quattro anni all’interno della “Città dei ragazzi”. Parlando con questi ragazzi, sentendo la loro febbre, misurando la temperatura della loro vita, mi sono posto una domanda: questi ragazzi noi li vediamo tutti in giorni in città, ma da dove vengono, qual è la sorgente? Noi vediamo solo la foce del fiume. Io volevo capire quale fosse la sorgente, da dove venivano e perchè scappavano. E allora insieme a due miei studenti sono andato a casa loro in Marocco. Loro mi hanno accompagnato nelle case da dove erano partiti ormai quattro anni prima. Erano partiti bambini e sono tornati uomini ormai fatti insieme a me.

Cosa ha significato per te questo viaggio?

Per me questo viaggio di ritorno è stato molto importante. Mi ha fatto capire innanzitutto la ragione per la quale scappano. Se ne vanno perché in questo deserto che ho trovato a cento chilometri da Casablanca non c’era niente. Non c’erano scuole, lavoro, non c’era elementi sociali. E, quindi, i più intraprendenti, i ragazzi più svelti scappano. Io avrei fatto la stessa cosa al posto loro. Ho capito che non è un problema di padri e madri distratti che lasciano sfuggire i loro figli, ma è un problema di sopravvivenza, un problema di trovare le condizioni necessarie di civiltà per riuscire a vivere.

Che rapporto hai sviluppato con i ragazzi?

Lavorare alla Città dei ragazzi è esaltante, ma comporta una certa attitudine umana. Bisogna avere con i ragazzi e le persone un rapporto a 360 gradi, un rapporto completo. Bisogna giocare a carte scoperte con se stessi. Anche se non si può fare il professore, l’educatore, l’assistente sociale o lo psicologo, bisogna parlare con loro mostrando la verità di ognuno, visto che loro sono veri e ti raccontano la loro storia e te la fanno vedere. Ti fanno vedere le loro ferite e ovviamente ti portano ad avere un rapporto diretto, profondo e umano con loro. E questo rapporto dovrebbe essere l’avanguardia di tutti i rapporti umani. Se noi riuscissimo a parlare con loro in modo diretto, potremmo abituarci a parlare con tutti gli esseri umani. Sarebbe la vera rivoluzione tra tutte quelle fallite nel XX secolo.
Come vivi il tuo ruolo di insegnante? Cosa vuoi che apprendano prima di tutto?

L’educazione che vorrei trasmettere è quella di essere sempre se stessi cercando di ottenere tuttavia una verità umana da se stessi e dagli altri. E questa verità umana naturalmente deve essere messa alla prova. Questo significa che ci sono degli ostacoli da superare, ferite da rimarginare, problemi da risolvere e che, quindi, questa è un’educazione che non deve mascherare le difficoltà. Bisogna far capire subito al ragazzo che è difficile realizzare interamente se stessi. Questo approccio mi ha portato in questi anni ad uscire dalla finzione pedagogica ovvero il far finta di insegnare mentre gli studenti fanno finta di apprendere. In questo senso mi è stata molto utile la Città dei ragazzi, l’idea di una comunità, una coralità che ti aiuta a fare sul serio anche sbagliando perché chi vive sbaglia inevitabilmente, non conservando una coscienza immacolata, ma mettendosi alla prova. E io con loro allo stesso tempo.
Come è nata l’idea del viaggio in Marocco?

L’idea del viaggio è nata in classe, quasi per sbaglio, quando ho chiesto a questi ragazzi che mi raccontassero la loro vita. Ad un certo punto uno di loro ha detto: “Professore noi ti ci vogliamo portare lì. Perché non vieni con noi? Così potrai vedere con i tuoi occhi ciò che a parole non riusciamo a trasmetterti.” Io ho subito detto di sì senza rendermi conto che quel sì era già uno spago ai polsi. Ci aveva legato quella promessa, una promessa che avremmo dovuto mantenere e che l’estate successiva abbiamo mantenuto. Non è stato facile, ma è stato molto importante e istruttivo. Soprattutto per me perché ho scoperto cose che davvero non avrei mai pensato potessero accadere oggi in questo nostro mondo cosìdetto “civile”: vivere senza luce elettrica, senza acqua corrente, in una condizione sostanzialmente medioevale e mantenere in questo modo un’intensità del rapporto umano che forse noi non abbiamo più. Ricordo che sono rimasto fermo dieci minuti senza parlare con il padre di Faris, il mio allievo, e scoprivo in questo modo un’attualità del silenzio che noi abbiamo in qualche modo dimenticato. Mi sono reso conto che tutti i discorsi che noi spesso facciamo di contrapposizioni ideologiche e religiose lì non avevano ragione di essere: queste persone di questo mondo musulmano non avevano preclusioni nei miei confronti che ero appunto uno straniero ai loro occhi. Ho toccato con mano le sovrastrutture che ci impediscono di dialogare.

Racconti di questo tuo viaggio in Marocco, ma in realtà è un viaggio dentro il mistero della paternità…

Nei padri di Omar e Faris ho trovato un’idea di paternità molto forte e profonda che ha fatto nascere in me il filo segreto e sotterraneo del mio libro ovvero il rapporto con mio padre. Io sono figlio di un orfano e mio padre a sua volta è stato orfano. E ho capito che insegnando a questi ragazzi era come se risarcissi mio padre di quello che lui non ha avuto quando era piccolo perché quando a dodici anni lui viveva da solo a Roma era in fondo l’afgano che oggi fa la stessa cosa quando viene in Italia. Soltanto che mio padre non ha avuto una struttura di accoglienza, ha dovuto formarsi da solo come molti orfani italiani del dopo guerra. Noi oggi invece dobbiamo da italiani aiutare questi ragazzi stranieri che vengono da noi. E facciamo una bella scoperta quando, per esempio, capiamo che questi ragazzi ricompongono i cocci della loro vita con la nostra lingua come se l’italiano avesse una funzione ortopedica. E, quindi, io da scrittore e da insegnante mi sento orgoglioso di veder nella mia lingua questa ricomposizione delle ferite e delle fratture di questi ragazzi.

Qual è l’esperienza di questi padri che hanno lasciato partire i loro figli da casa così giovani?

Mi sono spesso chiesto come questi padri avessero vissuto l’abbandono da parte dei loro figli e mi sono reso conto che quest’idea è un’idea nostra, occidentale. Noi pensiamo che soltanto nella vicinanza tra padre e figlio ci possa essere una verità del rapporto umano mentre ho scoperto che anche nella lontananza non veniva meno da parte del figlio e del padre l’intensità del rapporto che io scrutinavo davanti ai miei occhi parlando con loro. Ho capito, quindi, che c’è una forza di difficile comprensione per noi, è come se questi ragazzi, questi bambini ricevessero fin da piccoli un timbro indelebile che loro conservano anche dopo e che è visibile, per esempio, nella sicurezza dei loro rapporti umani, nel senso della gerarchia degli affetti, del valore profondo della famiglia. E certamente, quando sono di fronte al mercato europeo e al consumismo assoluto, si sentono lacerati. Questa è anche la crisi che loro avvertono. Molto spesso questi miei ragazzi lì in Marocco si sentivano più italiani di me, erano arci-italiani ed è come se loro vivessero il dramma di una scissione tra la propria matrice culturale e sociale, la propria radice e la modernità. Questo però è anche il dramma planetario che stiamo vivendo tutti noi oggi.

Chi sono Omar e Faris, i due ragazzi con cui sei partito per il Marocco?

Omar e Faris sono nomi inventati, ma corrispondono a due miei ragazzi che ho visto crescere con i mie occhi perché erano arrivati in Italia da bambini e non sapevano parlare nemmeno la nostra lingua. Venivano dall’arabo e non conoscevano il francese, seconda lingua marocchina e quindi avevano grandi difficoltà, Sono cresciuti come un’erba imprevedibile e davvero mi hanno dato il senso della speranza perché oggi tutti e due lavorano: uno fa il meccanico, l’altro il cameriere. Hanno trovato un autonomia, sono riusciti a diventare grandi, adulti, mantenendo il rapporto però con l’origine da cui venivano. Sono due ragazzi che con il loro entusiasmo con la loro energia ti danno una ragione di speranza.
Sono molto diversi tra loro perché uno è molto impulsivo e può essere anche violento in certe manifestazioni. L’altro è più equilibrato, tende ad essere più riflessivo, ma entrambi sono davvero creativi, nel senso che si sono dovuti inventare un’altra immagine di se stessi. Questo l’ho verificato nel momento in cui vedendoli a contatto con i loro amici in Marocco mi sono reso conto del grande passo in avanti che hanno fatto rispetto a chi è rimasto lì. Li ho ammirati in quel momento, ho ammirato la capacità di riuscire a rompere come hanno fatto loro rispetto alla base di partenza e diventare altre persone. Non è facile, non tutti ci sarebbero riusciti. Ormai entrambi hanno raggiunto un equilibrio tale, anche linguistico, che sono italiani come noi. E addirittura ci danno qualcosa. Mischiandosi a noi aggiungono alle nostre sensibilità qualcosa di inedito e di imprevedibile, qualcosa di difficilmente formulabile oggi. Forse lo capiremo vedendo i nostri figli tra qualche generazione.

Cosa hai ricevuto da loro? Cosa ti è rimasto di più di questa esperienza?

Certamente portando questi ragazzi a casa ho capito fino in fondo cosa è l’insegnamento. L’insegnamento non può essere un lavoro a tempo, l’insegnamento non finisce mai. Nel senso che quando esci dalla classe ti senti chiamato ad accompagnare idealmente le cose che hai detto e a concretizzarle. Questa è anche la paternità: accompagnare verso la maggiore età il figlio fino a che è necessario, mettersi alla prova insieme a lui. Esattamente quello che mio padre non ha avuto e io ho cercato di restituire a loro. Questa è la vera paternità ed è naturalmente un percorso difficile, pieno di ostacoli e delusioni che noi dobbiamo essere pronti a superare.

Come è cambiato il rapporto con tuo padre nel tempo?

C’è chi dice che si può diventare padre del proprio soltanto quando il proprio padre muore. In effetti a me è capitato questo. Oggi parlando dopo la morte di mio padre con i miei ragazzi è come se mi sentissi padre del mio. E’ una condizione psicologica che avverto nel momento in cui insegno a questi ragazzi perché è come se insegnassi a mio padre quando era piccolo. È come se attraverso l’insegnamento a questi ragazzi io risarcissi mio padre di quello che lui non ha avuto. Questa condizione l’ho sentita in maniera molto naturale e l’ho conquistata nel tempo. Oggi ne parlo a tavolino ma non è un ragionamento teorico, è una condizione naturale che ho sentito. Solo nel momento in cui ho scritto questo libro, nel momento in cui sono arrivato alla stazione finale, quella della scrittura, ho capito veramente quello che mi stava accadendo nell’insegnamento. Questo secondo me è il compito della letteratura: farci vedere quello che noi a occhio nudo non potremmo vedere. Diventare padre del propri padre significa togliere qualcosa dentro se stessi e scegliere qualcosa tra le tanti innumerevoli possibilità. Un giovane non può essere un padre perché ha tantissime possibilità davanti a lui e rischia di essere paralizzato nella scelta, perché sa che nel momento in cui sceglie una cosa non ne potrà fare un’altra. Questa selezione, questo sforbiciare, tagliare via è intimamente connesso a mio parere all’idea di paternità. Diventare una cosa e non tutte quelle possibili: questo significa essere padri.

Esiste, quindi, una connessione forte tra l’essere scrittori, padri e insegnanti…

Prendendo le distanze da mio padre e capendo quali sono state le ferite, le sue origini difficili, gli ostacoli che lui ha dovuto superare mi sono preso cura di mio padre. La comprensione è una forma di cura. Soltanto l’ignoranza e la cecità possono portare all’incomprensione ma io credo che la letteratura aiuti a sanare questa ignoranza. Ogni scrittura che veramente vuole essere una scrittura integrale deve essere anche una scrittura pericolosa. Mi riferisco a una scrittura capace di tirare fuori le cose profonde presenti nell’un uomo che si mette alla prova. Ciò che la scrittura e la vita ti aiutano a comprendere è la tua verità, la nudità dell’essere umano. Io nell’insegnamento ho realizzato questo. Sento l’insegnamento e la scrittura molto legati fra di loro perché entrambi sono legati alla responsabilità della parola: la parola presente nell’insegnante è la parola orale mentre nello scrittore è la parola scritta. E questa parola non è soltanto una voce o un pezzo di carta, ma è qualcosa che ci chiede un impegno quotidiano. Dobbiamo essere all’altezza delle nostre parole. In questo senso credo di essere riuscito a legare queste due attività della mia vita, l’insegnante e lo scrittore.
Cosa hai ritrovato della tua adolescenza in quella dei tuoi ragazzi?

Ricordo della mia infanzia la mancanza delle parole proprio come oggi vedo la mancanza delle parole nei miei ragazzi. Non hanno le parole per riuscire a raccontare la loro vita così come mio padre non aveva le parole per riuscire a raccontare il dramma che aveva vissuto. Credo che il mio essere scrittore, un professionista della parola, è intimamente legato a questa esigenza che io ho sentito da bambino. Pertanto riuscire a trovare le parole scritte o orali è un modo anche per riuscire a sanare le proprie ferite.
Ma le ferite spesso generano anche violenza, ne parli nel tuo libro…

Nel momento degli scoppi violenti – non sono tutte rose e fiori – si percepiscono le tensioni che i ragazzi si portano dietro delle esperienze irrisolte. Sono scontri forti, radicali, ma capisci che attraverso quella violenza questi ragazzi cercano aiuto e tu devi riuscire ad interpretarla, a decifrare questo linguaggio. Ricordo, in particolare, un episodio di violenza in cui c’era un ragazzo afgano più grande che cercava di mettersi in mezzo per salvare, diciamo così, entrambi i contendenti. Ricordo che lui mi disse in quel momento: “Anche voi eravate così, anche voi occidentali prima della rivoluzione francese e dell’invenzione del diritto avreste voluto farvi giustizia da soli e nel momento in cui tu vedi tuo padre fare questo anche tu tendi a rifarlo…” In quel momento questo ragazzo mi fece capire che lui era già guarito, già in salvo perché aveva capito da solo quello che i due contendenti in quel momento picchiandosi, l’uno contro l’altro, non erano ancora riusciti a capire. Questa è una delle esperienze all’interno della Città dei ragazzi che mi ha fatto più crescere e che mi ha fatto capire che avrei dovuto scrivere questo libro per mettere a conoscenza anche gli altri di ciò che avevo appreso.
Nel libro racconti anche del Marocco e di come tu abbia vissuto l’incontro con questo paese guardandolo attraverso gli occhi di questi ragazzi…

Del Marocco posso raccontare un episodio molto divertente avvenuto a Marrakesh dove avrei voluto entrare a mangiare in un locale arabo caratteristico, ma questi ragazzi, completamente inorriditi di fronte alla corruzione, alla sporcizia e alla miseria che loro vedevano nel loro paese natale, mi hanno portato a mangiare una pizza italiana. Erano più italiani di me e questo mi ha fatto capire come loro stavano vivendo in quel momento il ritorno a casa: un ritorno difficile perché mentre tiravano fuori le loro origini emergeva uno scarto forte e me lo hanno fatto capire proprio mangiando questa pizza napoletana a Marrakesh.
Quanto ti ha cambiato questo viaggio?

Io sono cambiato nel senso che ho capito cosa è l’insegnamento. L’insegnamento non può essere solo un mestiere consistente nel mansionario da svolgere. Lavorando alla “Città dei ragazzi” lo si capisce molto bene. Ci sono tanti insegnanti che lo capiscono, capiscono che l’insegnamento deve essere un mestiere di assoluta integralità, che non puoi continuare a fare l’insegnante solo in senso tecnico. Sono cambiato perché ho capito più profondamente il valore dei rapporti umani e quanto sia importante riuscire a guardarsi negli occhi senza maschere. Io credo che se noi riuscissimo a parlare con le altre persone senza pregiudizi, mettendo da parte gli schemi preordinati che la politica, l’ideologia ci consegnano molto spesso, davvero riusciremmo a risolvere molti problemi.

In sintesi, come descriveresti il tuo romanzo “La città dei ragazzi”?

Un libro molto autobiografico, in cui ci sono tre fili: la “Città dei ragazzi”, la storia di mio padre e la storia di questi ragazzi. È un libro che cerca di riannodare il passato di mio padre – che è simbolicamente il passato della nostra storia – con il presente di oggi, quello di questi ragazzi che vivono e vengono qui per trovare una vita nuova e un futuro. Questi ragazzi avranno dei figli che cresceranno in Italia, si mischieranno con noi. In questo senso sono già presenti dentro di noi. Io credo che queste tre dimensioni – passato presente e futuro – dovrebbero riuscire ad essere unite e non separate, non spezzate. È un libro che vuole tenere insieme questa continuità del tempo.

5 commenti a “Intervista a Eraldo Affinati”

  1. Felice Scarinci ha detto:

    Ho letto l’intervista a Eraldo Affinati. Conosco molto bene La Città dei Ragazzi sulla Via della Pisana dopo il raccordo.Uno di quei ragazzi è parte della mia famiglia. Complimenti a Voi per aver toccato un tema così importante e fatto conoscere l’impegno e l’umanità dello scrittore Affinati. Le storie di questi ragazzi si assomigliano tutte,sono come dei piccoli animali feriti bisognosi di una mano che li sorregga.
    felice

  2. maddalena ha detto:

    la citta dei ragazzi mi era sconosciuta.lodevole l’impegno degli insegnanti grandiosa l’idea e fortunati nella immensa sfortuna i ragazzi che la frequentano.

  3. Nicola Montano ha detto:

    Leggerò sicuramente “La città dei ragazzi”.

  4. elisa ha detto:

    eraldo affinati ti faccio una domanda dalla triste storia di fortunato che sono molt ele ingiustizie ma nn ti viene voglia di prenderseli con se per curarli farli divertire e tante altre cose ?? comunque la città dei ragazzi è veramnete un libro stupendo

  5. erica ha detto:

    eraldo affinati lei come li accontentava i ragazzi che venivano da tutto il mondo ?

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