Viaggio attraverso l’Eneide VI

Il sesto libro si apre con le lacrime di Enea per Palinuro scomparso in mare. Fin dall’inizio si impone alla nostra attenzione il tema della morte che sarà centrale in questo libro.
La flotta troiana approda presso Cuma, vicino l’antro della Sibilla, la profetessa ispirata da Apollo.
Nei pressi si erge un tempio edificato da Dedalo, qui giunto in seguito al suo viaggio attraverso i cieli. Virgilio indugia nel descrivere, effigiate nel tempio le vicende di Creta e del suo Minotauro: il tributo di sangue – sette fanciulli e sette fanciulle – cui era sottoposta Atene, il labirinto, Teseo e Arianna, la prigionia inflitta all’architetto da Minosse, la fuga e la morte di Icaro, nel rappresentare la quale – ci dice il poeta – esitarono le mani paterne.

Enea e la Sibilla

Enea e la Sibilla

La sacerdotessa, interpellata dai Troiani, ingiunge ad Enea di sacrificare sette giovenche e sette pecore. Immediatamente eseguono il sacrificio rituale, dopo il quale possono essere accolti nell’antro della Sibilla.
Cento accessi si aprono su questa, da ciascuno dei quali provengono voci diverse, i responsi della sacerdotessa. Ella si rivolge ad Enea, la sua voce, il suo stesso aspetto sono trasfigurati da Apollo, che ne fa il suo tramite. Dal principio Enea esita, poi si rivolge al dio con parole di supplice, chiede che, giunti nella terra promessa dal fato, l’Italia, gli dei nemici di Troia smettano di perseguitare i reduci di Ilio, chiede ciò che gli è stato promesso, niente di più che il Lazio. Promette di consacrare a Febo e alla sorella un tempio e solenni festività. Ostia iamque domus patuere ingentia centum / sponte sua vatisque ferunt responsa per auras, “si aprirono le cento grandi porte della casa / spontaneamente e portano i responsi per l’aria” (vv. 81-82).

Apollo preannuncia ai Troiani, scampati ai pericoli del mare, i pericoli che li attendono sulla terra ferma, le guerre che dovranno sostenere presso il Tevere. Lo esorta ad affrontare questi mali e gli predice che la prima salvezza verrà da una città greca.
Apprese le future sventure, Enea solo una cosa chiede alla Sibilla: la possibilità di accostarsi all’Acheronte, che è fama scorra in quei pressi, la possibilità di accedere ai regni inferi e di rivedere un’ultima volta il padre Anchise. Chiedendo ciò ricorda la sua origine da Giove.
Non discendere nell’Averno è difficile – ammonisce la Sibilla – ma farne ritorno, eppure si piega al desiderio di Enea e gli illustra il cammino.
Enea dovrà prima recuperare un ramo d’oro, nascosto in una fitta selva, per portarlo in dono a Proserpina, regina degli inferi. Una volta trovatolo il ramo si staccherà facilmente dalla pianta, se i Fati sono favorevoli ad un simile viaggio, viceversa ogni sforzo sarà vano. Poi gli ingiunge di seppellire un compagno di cui ancora ignora la perdita, perché il suo cadavere insepolto contamina la flotta. Con queste parole si conclude il responso.
Enea si allontana con il fedele Acate, mentre con lui discute di chi sia il compagno morto cui alludeva la sacerdotessa, ecco sulla spiaggia il cadavere dell’eolide Miseno. Il poeta ci informa che questi, avendo lanciato una folle sfida a Tritone, ne era uscito sconfitto e aveva trovato la morte. Si affrettano allora ad eseguire le esequie.
Mentre Enea, insieme ai compagni, raccoglie legna per il rogo dell’amico, due colombe bianche si posano sull’erba verde dinnanzi a lui. L’eroe riconosce gli animali sacri alla madre Venere e prega che lo guidino nella selva, alla scoperta del ramo di cui la veggente gli aveva parlato. I due uccelli si levano in volo e vanno a poggiarsi su un elce ombroso, dal tronco del quale vede distintamente brillare un ramo d’oro. Subito lo strappa e lo porta nell’antro della Sibilla.
Il rito funebre viene compiuto e al luogo sul quale si erge il tumulo viene dato, in onore del defunto, il nome di capo Miseno.
Enea può ora compiere il suo viaggio.
Si avvia, seguendo gli ordini della Sibilla, verso una vasta grotta, protetta da un grande e oscuro lago e da una fitta selva. Insieme alla sacerdotessa compie i sacrifici per propiziarsi le potenze infere. Quindi avanza con la sua guida: ibant obscuri sola sub nocte per umbram / perque domos Ditis vacuas et inania regna, “andavano oscuri sotto una notte solitaria attraverso l’ombra / e per le vuote dimore di Dite e i vacui regni” (vv. 268-269).
Occupano l’ingresso il Lutto, gli Affanni, la Vecchiaia, la Guerra, la Discordia… Le porte sono occupate da Centauri, da Scille, Gorgoni, Arpie, Brianeo e il mostro di Lerna. Enea terrorizzato sguaina la spada ma la Sibilla lo ammonisce, ché si tratta solo di ombre, giunge così alle rive del Cocito, dove Caronte trasborda le anime.

Qui innumerevoli anime si affollano, quali foglie cadute dai rami o quali uccelli che dal mare si addensano verso la terra, quando il tempo si incupisce.
Il nocchiero accoglie alcuni e respinge altri, Enea apprende dalla sua guida il perché di questo comportamento: non si possono attraversare le acque se non si è ricevuta una giusta sepoltura. Tra coloro che sono respinti Enea scorge anche Palinuro. Enea lo interroga sul suo destino, sorpreso di trovarlo tra i defunti, poiché Apollo gli aveva predetto che sarebbe giunto vivo in Italia.
L’amico gli racconta come, trascinato dal mare per tre giorni, fu alla fine condotto dalle onde sulla costa italica, ma qui gente crudele lo aveva assalito e ucciso, lasciando il suo corpo insepolto. Palinuro prega Enea di dargli sepoltura una volta tornato tra i vivi, oppure di prenderlo con sé sulla barca di Caronte. La Sibilla condanna questa empia richiesta, ma promette che avrà un tumulo e che il luogo della sua sepoltura conserverà per sempre nel suo nome il ricordo di lui.
Caronte accoglie Enea con malanimo, ricordando quelli – Eracle, Teseo e Piritoo – che prima di lui, da vivi, erano discesi nell’Averno. La veggente placa l’ira del vecchio e gli rivela chi sia colui che gli sta davanti, mostrandogli il ramo d’oro che nascondeva nel mantello. Gemuit sub pondere cumba / sutilis, “gemette sotto il peso la barchetta / sottile” (vv. 413-414).

Enea approda dunque all’altra riva, dove infuria Cerbero. Per domarlo la Sibilla gli getta una focaccia saporosa di miele. Il cane infernale vinto è sepolto nel sonno. L’eroe troiano può così passare avanti. Subito gli colpiscono le orecchie vagiti e pianti, si tratta delle anime di bambini morti ancora in fasce, a fianco alle quali stanno i condannati a morte per un’ingiusta accusa.

È Minosse il giudice infernale che assegna le anime alle loro sedi.
Lì vicino sono le sedi di quelli che si tolsero la vita di propria mano e, poi, per un ampio tratto si estendono i lugentes campi, i campi del pianto, abitati da coloro che furono consumati dall’amore. Enea scorge qui Fedra, Laodamia, Pasifae e molte altre donne, tra le quali lo trafigge l’immagine dell’infelice Didone. Come dopo il loro ultimo incontro Enea vorrebbe parlarle, spiegarle le sue ragioni, dirle che ha agito non secondo la sua volontà ma spinto dagli dei. Ancora una volta Didone fugge, si sottrae alle parole di Enea, lasciandogli solo l’infinita compassione per la sua infelice amante. La regina si rifugia nel bosco ombroso dove il primo marito “respondet curis aequatqueSycheus amorem” (v. 474).

L’eroe troiano riprende il suo cammino e giunge infine ai campi affollati da coloro che morirono gloriosamente in guerra, Troiani e Achei riuniti, questi ultimi tremanti quando vedono Enea in vita percorrere gli inferi.
Tra questi guerrieri defunti uno si copre il volto, cerando di celare le orribili ferite che lo hanno lacerato, è Deifobo, figlio di Priamo e sposo di Elena dopo la morte di Paride. Egli racconta l’inganno ordito dalla sposa l’ultima notte, quando, tolte le armi dalla casa, fece entrare Menelao, procurandogli una fine tanto atroce e crudele. Deifobo è, in verità, desideroso soprattutto di sapere che cosa lo conduce nelle dimore infere da vivo ma la sacerdotessa ammonisce Enea a non perdere tempo. Il figlio di Priamo si conceda, con un augurio e un’esortazione che hanno il valore di un’investitura, pronunciate da un eroe di stirpe regale, quale è Deifobo, “i, decus, i, nostrum: melioribus utere fatis”, va, gloria nostra: godi di un destino migliore (v. 546).
Ripreso il viaggio, Enea getta appena uno sguardo al luogo del tartaro in cui le colpe sono punite, sente i lamenti che da lì provengono e resta di sasso. La Sibilla parla di colpe terribili e di pene altrettanto temibili, chi vendette la patria, chi tradì e odiò il proprio sangue paga il dazio per l’eternità. Enea depone dinnanzi alla porta il ramo d’oro, dono per propiziare le divinità degli inferi, quindi procede verso luoghi più ameni, giungendo ai Campi Elisi.

Dalle tenebre passa alla luce e dal dolore alla letizia. Qui può ammirare i gloriosi progenitori della stirpe dei Teucri e Dardano, colui che ha eretto le mura di Troia.
Ai lamenti, che poco prima aveva sentito, si sostituiscono cori, da cui qua e là si eleva un tenue canto. Schiere di sacerdoti, veggenti e artisti si mostrano a Enea.
La sacerdotessa si rivolge a Museo, mitico padre della poesia, e a questi chiede dove sia possibile incontrare Anchise. Messo sulla giusta strada Enea può finalmente farsi incontro al padre, che per tre volte cercherà invano di abbracciare. “Venisti tandem tuaque exspectata parenti / vicit iter durum pietas”, infine sei venuto e la tua pietà attesa dal padre / ha vinto il duro cammino (vv. 687-688), con queste parole Anchise accoglie il figlio. Le sue sono le parole affettuose e colme di premura del genitore che, da lontano, ha continuato a seguire il percorso di Enea e che ha trepidato, mentre indugiava presso Didone.

Come prima lo sguardo di Enea corre intorno, vede una valle, attraverso la quale scorre un fiume, il Lete, qui molti uomini si affollano. Chiede, quindi, al padre il perché di quella folla che si accalca. Anchise spiega che si tratta di quegli uomini il cui destino è di tornare sulla terra, prendendo un nuovo corpo.

Enea è desideroso di sapere le ragioni che guidano il destino ultraterreno degli uomini, ne segue è una piccola escatologia, influenzata dalle dottrine orfica e platonica.
Anchise spiega che uno spirito vivifica l’universo, imprimendo ad esso, agli animali e agli uomini che lo abitano la vita. Questo igneus vigor, che ha un’origine celeste, viene contaminato dal contatto con il corpo mortale, in maniera tale che la  corruzione che ne deriva rimane anche dopo la morte fisica, per questa ragione pagano nell’aldilà le colpe commesse in vita. Occorre un lungo tempo perché lo spirito possa riconquistare l’antica purezza, ma poiché il senso della vita è il continuo divenire, una volta pervenuti a questo punto, le anime vengono prese dal desiderio dei corpi e sono chiamate ancora una volta al contatto con la materia.

A questo punto Anchise, salito insieme al figlio su un’alta rupe, da cui è possibile dominare la valle del Lete, prende a mostrargli quale gloria attende la sua stirpe futura.
Per primo gli indica Silvio, il figlio che Enea avrà da Lavinia e che dominerà su Alba Longa. Seguono altri nomi dei re di Alba, Capi, Silvio Enea, e quelli di alcune città della confederazione albana, Nomento, Galbi.
Spicca tra tutti Romolo mavortius, detto così poiché figlio di Marte, e, poi, Cesare Ottaviano, che rinnoverà l’età aurea di Saturno, seguono i re di Roma fino ai Tarquini cacciati da Bruto ultor, ossia vendicatore.

Anchise non manca di additare gli eroi della Roma repubblicana, Lucio Mummio che conquistò Corinto e ridusse a provincia la Grecia, i Gracchi, gli Scipioni, strenui difensori di Roma contro Cartagine, Fabio Massimo, che con la sua tecnica temporeggiatrice salvò Roma, durante la seconda guerra punica.

Infine lo sguardo di Anchise si posa su Marcello, il nipote d’Augusto, morto anzitempo nel 23 a. C. Dopo un lungo compianto del giovane, il padre, che ha acceso nell’animo del figlio il vivo desiderio della gloria futura, lo accompagna alla porta da dove potrà ritornare ai compagni.