Ancora a proposito di case…

Mentre rientravo a Roma da un rapido viaggio in Francia ho deciso di fermarmi a Viareggio con l’intenzione di recarmi, malgrado il furore balneare, alla Farmacia di Piazza del mercato. La farmacia appartiene da diverse generazioni alla famiglia di Mario Tobino e volevo incontrare i nipoti per chiedere loro il permesso di visitare la casa – lo studio, in particolare – in cui ha vissuto e lavorato lo scrittore de Il clandestino, Le libere donne di Magliano e altri romanzi preziosi. Sono stato accolto con calore e ci siamo accordati per una visita in settembre (c’è qualche bomber che vuole unirsi a me?). Avrei voluto chiedere anche della casa della madre di Tobino, che si trova nell’entroterra, a Vezzano, per la mirabile descrizione che ne fa lo scrittore ne Le braci dei Biassoli, il racconto dei luoghi e delle storie della famiglia materna, ma non volevo sembrare invadente. Non è la prima volta che seguo l’istinto di vedere le case e i luoghi cari di alcuni scrittori a me cari. E non sono il primo certamente. Penso, ad esempio, alla visita di Antonio Spadaro alla casa di Flannery O’Connor negli Stati Uniti del sud o ai numerosi viaggi di Eraldo Affinati sui luoghi della vita e dei romanzi dei suoi “compagni segreti”. Eppure non solo le dimore degli scrittori. Quante volte sono rimasto affascinato dal mistero di una vecchia casa intravista durante un viaggio in treno o in macchina! Quanti usci, quante persiane chiuse, quanti muri su cui erano evidenti le tracce del tempo, hanno suscitato in me un languore, quasi una nostalgia, il richiamo verso una storia sconosciuta, vita di altri che però sentivo improvvisamente pungermi, chiamarmi in causa. Tutte le nostre storie sono collegate, come una ragnatela, siamo tutti legati gli uni agli altri. E ogni storia è dentro una Storia più grande, sì, questo lo percepisco spesso. Ogni casa è segnata dal passaggio di tante storie e dagli echi che ognuna porta di questa Storia più grande e infinita che contiene tutti gli interrogativi senza risposta, i conflitti irrisolti e il dolore, molte volte mai liberato fino all’ultimo, di tanti di noi. La casa, questo luogo che ha dato a BombaCarta lo spunto per le riflessioni di quest’anno di Officine, è non solo una realtà di cui nessun essere umano può fare a meno, ma è una scena che spesso richiede una “verifica” del testo da cui è nata la rappresentazione della nostra vita. Mi vengono in mente gli ultimi versi di Scirocco di Francesco Guccini (soffiasse davvero quel vento di scirocco/e arrivasse ogni giorno per spingerci a guardare/dietro alla faccia abusata delle cose,/nei labirinti oscuri della case,/dietro allo specchio segreto d’ ogni viso,/dentro di noi…), ma soprattutto l’opera di Giorgio Bassani testardamente centrata sui luoghi della sua giovinezza, le case della sua Ferrara (provate a rileggere, oltre ai suoi romanzi più noti, anche alcune pagine de L’odore del fieno): per ogni casa una storia, per ogni strada un episodio della sua infanzia o adolescenza che testimonia la pienezza di una vita che però non è mai paga del momento, ma tende sempre in avanti, gemendo profondamente, verso una compiutezza che è ancora da venire. Più malinconica, in questo senso, è la lettura, comunque straordinaria, de La casa della vita di Mario Praz, il capolavoro in cui lo scrittore-critico letterario descrive, stanza per stanza, gli oggetti d’arte e d’antiquariato raccolti nella sua casa di Via Giulia a Roma. Per ogni ambiente tanti oggetti che evocano altrettante storie nel suo sguardo di aristocratico padrone di una casa-museo immensa, vissuta, come la sua vita, in una grande solitudine. Siamo agli antipodi dell’essenzialità, anzi addirittura della funzionalità, dell’unica casa in cui Primo Levi ha sempre vissuto (salvo “involontarie interruzioni”) che descrive in alcune pagine de L’altrui mestiere di cui vi lascio una breve citazione lucida, onesta, discreta, un po’ malinconica come non posso fare a meno di immaginare essere anche la sua casa (che non vorrei visitare per non violare il pudore con cui lo scrittore torinese rivestiva ogni cosa lo riguardasse).

Attraverso tutte le sue trasformazioni, l’alloggio in cui abito ha conservato il suo aspetto anonimo ed impersonale: od almeno, tale sembra a noi che ci viviamo, ma è noto che ognuno è cattivo giudice delle cose che lo riguardano, del proprio carattere, delle proprie virtù e vizi, perfino della propria voce e del proprio viso; forse ad altri potrà sembrare fortemente sintomatico delle tendenze appartate della mia famiglia. Certo, a livello consapevole, alla mia abitazione non ho mai chiesto molto di più del soddisfacimento dei bisogni primari: spazio, calore, comodità, silenzio, privatezza. Né mai ho consapevolmente cercato di farla mia, di assimilarla a me, di abbellirla, arricchirla, sofisticarla. Non mi è facile parlare del rapporto che ho con lei: forse è di natura gattesca, come i gatti amo gli agi ma posso anche farne a meno, e mi sarei adattato abbastanza bene anche ad un alloggiamento disagiato come varie volte mi è successo, e come mi succede quando vado in albergo. Non credo che il modo di scrivere risenta dell’ambiente in cui vivo e scrivo, né credo che questo ambiente traspaia dalle cose che ho scritte. Devo quindi essere meno sensibile della media alle suggestioni ed influenze dell’ambiente, e non sono sensibile affatto al prestigio che l’ambiente conferisce, conserva o deteriora. Abito a casa mia come abito all’intero della mia pelle: so di pelli più belle, più ampie, più resistenti, più pittoresche, ma mi sembrerebbe innaturale cambiarle per la mia.