Di chi è questa giornata?

«…eppoi il silenzio scenderà su tutta questa avventura e la trepidazione dei cuori di placherà». Alessandro Dietrich pone quest’epigrafe al racconto della sua prigionia a Dachau-Wietzendorf, con la consapevolezza che “quella faccenda” era conclusa, e che in fondo era meglio così. Troppo il dolore, troppe le umiliazioni subite… meglio non parlarne né ai figli né alla moglie. E così il faldone dei suoi appunti rimase dentro una cartellina, dopo la sua morte, per vent’anni buoni. Ricordare. Cosa significa questo spolverìo di cassetti? di chi è questa Giornata della Memoria? a chi e a cosa serve? La Shoah non è più soltanto una “questione ebraica”. Tanto meno tedesca. Non riguarda più, soltanto, “questo” persecutore né “quel” perseguitato.

Mi sono ricordato delle parole di un missionario a Dachau. Desideravamo pregare dentro il campo di sterminio. D’accordo, ci hanno detto, ma non cantate: pregate in silenzio. Abbiamo pregato. E lui, il missionario, sussurrò che il problema non era il silenzio, il silenzio di Dio, ma l’orecchio otturato. Parlò della nostra Auschwitz interiore. Disse quant’è inutile visitare i campi di concentramento come (brutti) cimeli del passato o (circostanziati) moniti alla storia presente. Il problema, insisteva, è che ognuno coltiva con inconsapevole ma instancabile solerzia una propria Auschwitz interiore, e vi rinchiuderebbe, di volta in volta, il capoufficio che obbliga a straordinari non pagati, il padrone di casa che aumenta l’affitto senza ragione, il maniaco che ha allungato le mani sul bus, il ragazzino rom che ci ha rubato il portafogli ridendoci in faccia, il transessuale che batte sotto casa e spaventa i bambini, il barbone che piscia dentro la metro, l’inquilina matta del piano di sopra, il collega depresso che ci vessa con le sue ossessioni. Molti ci rinchiudono anche se stessi, in questa Auschwitz invisibile. Certo, magari non si esigono condanne a morte. Si rinchiude il prigioniero solo per qualche ora, affinché svapori l’arrabbiatura; e quando si torna sereni uno se ne dimentica, l’inestimabile tranquillità – l’unico bene, lo scopo della vita – ha tacitamente provveduto a gettare le chiavi. Se uccidiamo qualcuno non lo facciamo per cattiveria, ma per dimenticanza.

Qualche tempo fa ho letto una poesia di Nelly Sachs, scritta nel 1949. Nelly era riuscita a lasciare Berlino nel 1940 solo grazie al tempestivo intervento di Selma Lagerlöf, che tuttavia riuscì a trarre in salvo solamente lei. Da allora Nelly, sola al mondo dopo la scomparsa della madre, cominciò a soffrire di crisi psicotiche sempre più forti, che la costrinsero a lunghi periodi presso cliniche specializzate; per un certo tempo Paul Celan rispose con amicizia alle sue lettere, diradandone però sempre più il numero. Si spense nel 1970, pochi mesi dopo il suicidio di Celan. Ed ecco la poesia:

Se i profeti irrompessero
per le porte della notte,
incidendo ferite di parole
nei campi della consuetudine,
riportando qualcosa di remoto
per il bracciante

che da tempo a sera ha smesso di aspettare –

Se i profeti irrompessero
per le porte della notte
e cercassero un orecchio come patria –

Orecchio degli uomini
ostruito d’ortica
sapresti ascoltare?

Se la voce dei profeti
soffiasse
nei flauti-ossa dei bambini uccisi,
espirasse
l’aria bruciata da grida di martirio –
se costruisse un ponte
con gli spenti sospiri dei vecchi –

Orecchio degli uomini
attento alle piccolezze,
sapresti ascoltare?

Se i profeti entrassero sulle ali turbinose dell’eternità
se ti lacerassero l’udito con le parole:
chi di voi vuole far guerra a un mistero,
chi vuole inventare la morte stellare?

Se i profeti si levassero
nella notte degli uomini
come amanti in cerca del cuore dell’amato,
notte degli uomini
avresti un cuore da donare?

Non limitarsi a rievocare, a guardare indietro; ma osare pensare che tutto questo ha avuto un senso che non siamo riusciti a cogliere, o accogliere, perché troppo impigriti per «far guerra a un mistero», troppo «attenti alle piccolezze» per ospitare il rombo della Storia; tutto questo dice la poesia. E allora ha ragione Adorno, allora la poesia è davvero «un atto di barbarie».