La funzione della poesia nel mondo antico

Per noi oggi la poesia è essenzialmente, potremmo dire quasi unicamente, espressione di emozioni e di sentimenti, a cui la forma letterariamente ricercata ed elaborata fornisce più ampie e profonde valenze comunicative: questo vuol dire che la poesia nell’ultimo secolo ha ristretto la sua funzione e la sua realizzazione alla lirica, tanto che attualmente il termine lirica finisce per identificarsi con la poesia stessa e non essere più una delle forme della creatività in versi. La poesia nella sua storia ha perso molto della sua sfaccettata ricchezza creativa ed espressiva, per cui per capire a fondo la poesia può essere opportuno ritornare alle sue origini.

La poesia si distingueva dalla prosa per essere un testo organizzato secondo precise unità ritmiche che si ripetevano in successioni costanti o alternate, pur con tipologie diverse, accentuative o quantitative, e con sottolineature sonore e formali (allitterazioni, anafore, chiasmi, iperbati, ecc.) che rendevano il testo, in origine destinato alla recitazione e non alla lettura individuale, di forte impatto comunicativo. Proprio per questo in poesia si dicevano le cose importanti, in primo luogo le preghiere, in quanto il linguaggio fortemente connotato appariva funzionale ad un dialogare che doveva trascendere la sfera dell’umano. A questo proposito possiamo ricordare gli Inni omerici, le formule religiose e le preghiere della Roma arcaica.

Ma la poesia, alle origini della nostra tradizione mediterranea, si è imposta come la forma letteraria del narrare epico, di quel narrare che doveva costituire presentazione di modelli di valori di una società e di una civiltà, con il fine di comunicarli, farli conoscere per educare gli individui conformando su di essi gli animi degli uomini. A questa funzione hanno assolto i poemi omerici, che hanno posto con tutta la forza della parola poetica i valori di coraggioso eroismo, di fedeltà negli affetti familiari e amicali, di ingegnosità e sagacia, ma anche di perseveranza e di tenacia alla base della nostra tradizione di vita associata. Il loro forte e ricco messaggio è stato molto probabilmente elaborato e divulgato da quei Poemi ciclici che a noi non sono pervenuti, mentre Esiodo ha usato tutta la forza della parola poetica per esaltare il lavoro dell’uomo nell’estenuante fatica di lotta quotidiana con la natura, come altri autori si sono serviti del verso per esprimere le loro concezioni morali e politiche (Tirteo, Solone), nonché le loro elaborazioni filosofiche. Proprio la poesia è stata il genere letterario in cui si è espressa la filosofia a partire da Talete, fino a quando, con Platone, si è imposto il nuovo genere del dialogo in prosa, più funzionale alla metodologia della maieutica socratica.

Ma la poesia ha anche espresso, fin dalle più remote origini della nostra civiltà, la riflessione dell’uomo sulle grandi tematiche del male e del dolore, incarnate nelle vicende delle possenti figure dei tragici greci, nonché i sentimenti e le emozioni più sofferte dell’animo umana, ad iniziare da Alceo e Saffo, così come il verso dal ritmo più mosso e vivace ha permesso ad Aristofane, e forse ad altri autori le cui opere non possediamo più, la lettura critica e ironica dei vari aspetti della vita associata nelle pòlis greche. La grande importanza che nel mondo greco veniva attribuita alla poesia è confermata dall’aura di sacralità che alonava la figura del poeta: a questo personaggio era dovuto un rispetto particolare, in quanto depositario di una facoltà divina e strumento di rivelazione agli uomini di verità superiori. Fin dalle più antiche testimonianze in nostro possesso vediamo affermata la necessità dell’intervento divino onde il poeta possa svolgere il proprio compito. L’Iliade e l’Odissea si aprono con un’invocazione alla Musa (che diventerà poi un tòpos), perché la dea insegni al cantore la materia del racconto. Allo stesso modo Esiodo dice di essere stato investito della funzione di poeta direttamente dalle Muse sul monte Elicona. Anche i poeti lirici attribuiscono esplicitamente alle Muse la funzione di ispiratrici di poesia. Pindaro in particolare stabilisce un rapporto privilegiato con le Muse, simbolo personificato dell’ispirazione e delle modalità della sua poesia. L’aiuto richiesto dai cantori alle Muse non è tanto relativo alla forma e all’espressione, quanto al contenuto: Omero, Esiodo, Pindaro non chiedono solo la capacità di saper comporre versi, ma soprattutto che venga loro insegnato il contenuto da dare ad essi. Proprio per questo favore loro concesso dalle Muse, l’aedo e più tardi il poeta erano considerati dalla comunità alla quale si rivolgevano, depositari di verità divine: non verità determinate nel tempo e nello spazio, storicamente contingenti, ma verità assolute che orientavano secondo obiettivi umanamente positivi la vita dell’uomo nella storia. Questo patrimonio concettuale passerà successivamente al vaglio del più sottile razionalismo e della mentalità più pratica e concreta del mondo romano che farà sì che la poesia epica da mitica diventi storica, da Nevio ed Ennio in poi, che la poesia filosofica si esaurisca con Lucrezio, che quella didascalica ricopra ruoli funzionali all’assetto della società romana, in particolare con le Georgiche di Virgilio, che la lirica sentimentale si cristallizzi nella forma dell’elegia, mentre la poesia di riflessione esistenziale si sostanzia della vena tutta romana della satira nei versi di Orazio. Dopo l’età augustea a dominare sarà per lungo tempo la poesia epica, tra storia (Lucano) e mitologia (Stazio).

La cultura letteraria romana, però, tra la tarda età repubblica e l’età augustea elabora una teoria della poesia di alto valore e di grande interesse, soprattutto grazie a due testi: l’orazione Pro Archia di Cicerone e l’Ars poetica di Orazio. Cicerone innanzitutto riprende la teoria tradizionale di considerare la figura del poeta sacra, in quanto depositario di una facoltà divina (qua re suo iure noster Ennius sanctos appellat poetas: per questo motivo a buon diritto il nostro Ennio chiama i poeti ‘sacri’, 8,18), poi esprime con determinazione, soprattutto in base alla sua esperienza personale, i vantaggi che la poesia permette di godere, tra i quali il primo è un notevole sollievo personale. Dice infatti: quia suppeditat nobis ubi et animus ex hoc forensi strepitu reficiatur et aures convicio defessae conquiescant (per il fatto che mi dà la possibilità di risollevare l’animo da questo chiasso del foro e fa sì che le orecchie, stanche per il vociare, trovino riposo, 6,12), ma tale sollievo acquisisce maggior valore se rivolto ad una pubblica utilità, in quanto deve vergognarsi di sprecare tempo con la poesia chi se ne interessa solo per scopi personali (neque ad communem adferre fructum neque in aspectum lucemque proferre: al punto da non poter trarre da questi niente per l’utilità comune, e da non pubblicare niente, 6,12). Ma in questa orazione comincia a delinearsi con chiarezza quale sia la reale funzione della poesia con la proclamazione dell’importanza della lode che ha il suo canale privilegiato proprio nella poesia, in quanto è la poesia che ha permesso che non andasse perduto il ricordo di grandi azioni, e questo è elemento di rilievo perché è diventato incentivo per compiere nuove gloriose imprese.

Quae iacerent in tenebris omnia, nisi litterarum lumen accederet. Quam multas nobis imagines non solum ad intuendum verum etiam ad imitandum fortissimorum virorum expressas scriptores et Greci et Latini reliquerunt!: ma tutti questi rimarrebbero immersi nelle tenebre, se l’illuminazione delle lettere non venisse in loro soccorso. Quanti ritratti perfetti di uomini straordinari, non solo da contemplare, ma anche da imitare ci hanno lasciato gli scrittori greci e latini! 6,14

Il tema dell’importanza della poesia come mezzo di creazione e di diffusione di fama personale sarà ripreso nel mondo latino da Orazio (cfr. Carmina IV 8 e 9), e poi largamente utilizzato da Augusto per creare il consenso dell’opinione pubblica riguardo alla sua figura e al suo operato. Ma Orazio nell’Ars poetica amplierà il discorso. Innanzitutto egli si sofferma sulla necessità che l’opera poetica abbia organicità d’insieme e armonia delle parti, che vengano applicate le leggi poetiche e i metri propri di ciascun genere, che le opere realizzate siano commoventi e sappiano trascinare dove vogliono l’attenzione degli uditori e che non vengano rappresentate sulla scena azioni troppo drammatiche. Per quanto riguarda l’ispirazione afferma:

Natura fieret laudabile carmen an arte,/quaesitum est; ego nec studium sine divite vena nec rude quid prosit video ingenium; alterius sic/altera poscia opem res et coniurat amice (Si disputò se la vaghezza della poesia derivasse dalla natura o dall’arte. Per conto mio, non so intendere che cosa possa valer lo studio, senza una larga vena naturale; né l’estro poetico, non dirozzato dallo studio; tanto l’una cosa richiede l’aiuto dell’altra, e fanno comunella insieme, vv.408-411).

Molto importante quanto sostiene sul fine della poesia:

Aut prodesse volunt aut delectare poeta\ ut simul et iucunda et idonea dicere vitae (il fine dei poeti è di giovare, o di dilettare, o di dire a un tempo cose piacevoli e utili alla vita, vv 333-334).

Aggiunge poi:

Omne tulit punctum qui miscuit utile dulci, \ lectorem delectando pariterque monendo (Raccoglierà tutti i suffragi chi saprà contemperare con l’utile il dilettevole, offrendo spasso al lettore e insieme istruendolo, vv. 343-344).

Di grande rilievo è anche la precisazione del corretto rapporto tra contenuto e forma:

Scribendi recte sapere est et principium et fons. Rem tibi Socraticae poterunt ostendere chartae,/verbaque provisam rem non invita sequentur (inizio e fonte dello scrivere bene è la sapienza. I libri della filosofia socratica potranno fornirti l’argomento; e alla materia, convenientemente predisposta, senza sforzo terrà dietro la forma, vv. 309-311).

A proposito del linguaggio poetico Orazio pone la prescrizione della callida… inctura, cioè dell’accorta collocazione delle parole, che sappia rendere nuovo un vocabolo comune. Consiglia inoltre di usare neologismi solo di derivazione greca e impone come fondamentale il labor limae, cioè l’intenso e accurato lavoro di rielaborazione formale. Il valore della poesia, puntualizzato da Cicerone nella Pro Archia, e ampiamente illustrato da Orazio nell’Ars, avrà in seguito grande sviluppo nell’Umanesimo, a partire da Francesco Petrarca, e sarà ribadito con vigore fino ai primi dell’Ottocento, ovvero fino a Ugo Foscolo. In seguito, privilegiando la linea della lirica sentimentale soggettiva che dal Romanticismo troverà pieno sviluppo nella lunga stagione del Decadentismo, il ruolo e la funzione della poesia verranno restringendosi ad un ambito sempre più privato e con polarizzazione d’interesse più sull’autore che sul lettore o sull’argomento del testo poetico. Nell’attuale stagione della poesia, in cui uno sperimentalismo espressivo sempre più involuto rende difficile il passaggio comunicativo dall’autore al lettore, forse può essere utile riprendere in considerazione la lezione degli antichi per portare avanti la vita della poesia in un rinnovamento che ne sfrutti tutto lo spettro creativo e tutte le potenzialità comunicative.