[Report] Officina di febbraio 2020

“La speranza è l’ultima a morire”, recita l’antico adagio. Nella sua raffigurazione più diffusa, la speranza è ritratta con una catena sollevata nelle mani e un’ancora ai piedi. Se la catena rappresenta il passato da cui doversi liberare, l’ancora simboleggia invece la fiducia nel domani, visto come un approdo sicuro rispetto ai marosi dell’esistenza. Passato e futuro, ieri e domani, sono le due facce della speranza contenuta nella frase “dopotutto domani è un altro giorno”.

Valeria

Rossella O’Hara pronuncia la frase che dà il titolo a questa Officina – “Domani è un altro giorno” – sperando nel futuro. È sicura che domani tutto si potrà risolvere. Che domani tutto quello che non è possibile oggi lo sarà.

Eppure nessuno le dà questa sicurezza, lei spera in qualcosa di instabile e inconoscibile, dando per scontato, in principio, che un domani ci sarà.

Condannato a morte!
Sono cinque settimane che io vivo con questo pensiero: sempre solo con esso, sempre agghiacciato dalla sua presenza, sempre curvo sotto il suo peso!
Un tempo, giacché mi sembra siano passati anni e non settimane, io ero un uomo come tutti gli altri: ogni giorno, ogni ora, ogni minuto aveva le sue fantasie: e il mio spirito, giovane e ricco, si divertiva a snodarmele dinanzi l’una dopo l’altra senza alcun ordine o regola ricamando d’arabeschi infiniti il tessuto di questa misera vita.

In questo brano (tratto da L’ultimo giorno di un condannato a morte, di Victor Hugo) il protagonista mette in luce una verità che credo esista nella vita di quasi tutti noi. Crediamo infatti che il domani sia sempre disponibile. Viviamo e abbiamo bisogno di vivere con questa sicurezza. Quando questa manca, allora tutto il nostro mondo crolla.

Perché il domani in sé porta spesso tutte le nostre speranze, i nostri desideri, specialmente verso cose che ora non possiamo fare, perché limitati psicologicamente o fisicamente.

Se non vieni condannato a morte, aveva deciso, e se tutto va bene, la galera non è altro che uno stato di momentanea sospensione, e questo per due ragioni. Primo, la vita riesce a filtrare dentro la prigione. Non c’è limite al peggio. La vita continua. Secondo se tieni duro a un certo punto ti dovranno rilasciare.
I primi tempi il momento del rilascio era troppo lontano perché Shadow potesse immaginarlo. Poi era diventato una speranza remota e aveva imparato a dire a se stesso “passerà anche questo” quando la galera, come succede sempre, diventava insopportabile. Un giorno il magico portone si sarebbe aperto e lui ne avrebbe varcato la soglia. Perciò segnava i giorni sul calendario con gli uccelli del Nordamerica, l’unico in vendita nello spaccio, e il sole tramontava e sorgeva senza che lui lo vedesse. Si esercitava con i giochi di prestigio illustrati in un manuale scovato in quella terra desolata che era la biblioteca del penitenziario, faceva ginnastica e mentalmente stilava la lista delle cose che avrebbe fatto appena fuori.
Con il passare del tempo la lista era diventata sempre più corta.
Dopo due anni era ridotta a tre punti.

Shadow –protagonista del romanzo American Gods di Neil Gaiman– essendo costretto a fermare la sua vita perché in prigione, vive ogni giorno nell’attesa e nella programmazione del domani. Le speranze e i programmi del domani lo aiutano a superare i giorni di prigione.

Ma il domani è imprevedibile, e con questo dobbiamo fare sempre i conti. I suoi piani verranno infatti stravolti, e niente andrà come da programma. Infatti, seppur noi ci sforziamo di programmarlo e prevederlo, il domani sfugge sempre al nostro controllo.

In Sulla strada di Kerouac, Dean si prende gioco esattamente di questo atteggiamento. Del cercare di prevedere e organizzare spesso smanioso e ansioso che spesso ha la meglio sulla nostra vita di tutti i giorni.

«Oh, ragazzi! Ragazzi! Ragazzi!» gemette Dean. «E non è nemmeno l’inizio questi… e ora eccoci qua in viaggio verso est finalmente insieme, non l’abbiamo mai fatto insieme questo viaggio, Sal, pensaci, passeremo da Denver e scopriremo cosa stanno facendo tutti gli altri, non che ce ne importi molto, dato che noi sappiamo cos’è la COSA, e sentiamo il TEMPO e sappiamo che tutto va veramente BENE.»
Poi sussultò prendendomi per la manica, sudando: «Ora guarda per esempio questi qui davanti. Hanno le loro preoccupazioni, contano i chilometri, pensano a dove dormiranno stanotte, a quanto costerà la benzina, al tempo, a come ci arriveranno… e intanto ci stanno andando dove vogliono arrivare e ci arriveranno comunque. Ma hanno bisogno di preoccuparsi e di ingannare il tempo con assilli falsi o altro, puramente ansiosi e lamentosi, e non si mettono l’anima in pace se non riescono ad agganciarsi a una preoccupazione stabilita e provata, e quando la trovano la loro faccia assume l’espressione adatta, di infelicità, cioè è chiaro, e intanto tutto passa loro accanto e lo sanno, questo, ed è un’altra cosa che li preoccupa incessantemente. Ascolta! Ascolta! “Bene”» attaccò, rifacendo il verso ai nostri compagni di viaggio, «”ora, non so… forse non dovremmo fermarci a far benzina in quella stazione. Ho letto di recente sul ‘National Petroffious Petroleum News’ che questo tipo di benzina è molto vischiosa, una vera schifezza, e qualcuno mi ha anche detto una volta che fa battere in testa il motore, e allora non so, be’, e poi non ho nemmeno molta voglia di fermarmi…” Capisci, Sal, capisci?».

Ci sono diversi modi per vivere il domani. Nella canzone One day more, tratta dal musical I miserabili, ogni personaggio parla in modo diverso del giorno dopo.

Valjean con paura, Marius e Cosette con incertezza, Enjorlas con speranza, Eponine aspettandosi dal domani gli stessi dolori dell’oggi, Javert programmando…

Andrea

Contrariamente alla speranza di Rossella O’Hara in “un altro giorno”, in Ricomincio da capo, Bill Murray è costretto a vivere più volte lo stesso giorno. Una routine di cui inizialmente si approfitta, ma che infine lo stravolge spingendolo a inutili tentativi di suicidio. Solo infine comprenderà che per passare al giorno successivo il vero cambiamento dovrà avvenire dentro di lui.

Alla storia di finzione si accompagna la realtà esistenziale dell’attore, che riuscì a trarsi fuori da un periodo particolarmente fosco, grazie alla “scoperta” di Song of lark, quadro di Jules Adolphe Breton, nel quale la protagonista volge lo sguardo verso l’orizzonte e il futuro.

Greta

In questa scena tratta dal film City lights, di Charlie Chaplin, un uomo ricco vuole porre fine ai suoi giorni. Un altro, vagabondo, resosi conto della situazione, vuole salvarlo, cercando in infondergli speranza con una frase: “tomorrow the birds will sing”. Una strana frase, che individua una fonte di speranza in qualcosa di esterno che fa parte della natura. Il ricco non coglie questo seme di speranza, e verrà salvato solo nel momento in cui dovrà agire lui stesso per impedire al vagabondo di affogare.

La natura ha invece il potere di salvare l’uomo nella poesia Gitanjali (XXIV) di Rabindranath Tagore: essendo il tempo naturale ciclico, in cui una morte è sempre seguita dal rinnovamento della vita, l’uomo può sperare che, proprio grazie al calare fattuale delle tenebre, il domani vivrà ancora.

Perché il giorno è finito, e gli uccelli hanno cessato di cantare, e il vento si è posato, ricoprimi col denso velo dell’oscurità, a quel modo che avvolgi la terra di un manto di sonno e al crepuscolo chiudi teneramente i languidi petali del loto.
Libera da ogni onta e miseria il viandante dalla veste lacera e polverosa, stremato di forze, la cui bisaccia è vuota innanzi al termine del suo viaggio, e nell’ombra della tua notte benefica rinnovagli la vita come un fiore.

Ma il tempo umano è ciclico come quello della Natura? Nel dialogo Il mistero, (dai Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese), essa è incarnata da due divinità, Demetra (il grano) e Dionisio (la vite) che si ritrovano a dover riconoscere che il tempo dell’uomo, mortale e pieno di mali, è più interessante e più prezioso del loro, poiché arricchisce e addirittura definisce gli stessi dei, rendendoli un po’ invidiosi e un po’ grati verso i mortali.

DIONISO
Questi mortali sono proprio divertenti. Noi sappiamo le cose e loro le fanno. Senza di loro mi chiedo che cosa sarebbero i giorni. Che cosa saremmo noi Olimpici. Ci chiamano con le loro vocette, e ci dànno dei nomi.
DEMETRA
Io fui prima di loro, e ti so dire che si stava soli. La terra era selva, serpenti, tartarughe. Eravamo la terra, l’aria, l’acqua. Che si poteva fare? Fu allora che prendemmo l’abitudine di essere eterni.
DIONISO
Questo con gli uomini non succede.
DEMETRA
È vero. Tutto quello che toccano diventa tempo. Diventa azione. Attesa e speranza. Anche il loro morire è qualcosa.
DIONISO
Hanno un modo di nominare se stessi e le cose e noialtri che arricchisce la vita. Come i vigneti che han saputo piantare su queste colline. Quando ho portato il tralcio a Eleusi io non credevo che di brutti pendii sassosi avrebbero fatto un cosi dolce paese. Così è del grano, così dei giardini. Dappertutto dove spendono fatiche e parole nasce un ritmo, un senso, un riposo.
DEMETRA
E le storie che sanno raccontare di noi? Mi chiedo alle volte se io sono davvero la Gaia, la Rea, la Cibele, la Madre Grande, che mi dicono. Sanno darci dei nomi che ci rivelano a noi stessi, Iacco, e ci strappano alla greve eternità del destino per colorirci nei giorni e nei paesi dove siamo.

Alessandro

Nell’intervento ci si è soffermati su alcune posizioni umane possibili rispetto alla speranza, sul rapporto tra speranza e tempo e infine sulla ragionevolezza dello sperare.

Nella canzone di Guccini, Vorrei, il cantautore descrive tutta una serie di condizioni che vorrebbe accadessero tra lui e la donna che ama, esprimendo un desiderio vero di trattenere le cose belle, al punto di desiderare che l’oggi resti oggi senza domani (oppure che il domani possa tendere all’infinito), pur di non perdere quello stato. Da un lato, dunque, sigilla quel mondo migliore raggiunto affinché non si corrompa, dall’altro permane l’idea che le cose possano essere migliori e che debbano tuttavia essere bloccate nel tempo.

Ma sperare, è dovuto a cosa? Ce lo portiamo dentro come dato biologico, ma perché speriamo? Se lo domanda Pavese ne Il mestiere di vivere:

Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?

Se nessuno ce lo ha mai promesso, perché lo facciamo? E soprattutto, ci accorgiamo frequentemente che ogni volta che raggiungiamo uno stato sperato, questo si rivela deludente rispetto all’attesa. E allora, perché continuiamo a sperare? Lo vediamo nelle righe scritte da Pavese in occasione del Premio Strega:

Domattina parto per Roma. Quante volte dirò ancora queste parole? È una beatitudine. Indubbio. Ma quante volte la godrò ancora? E poi? Questo viaggio ha l’aria di essere il mio massimo trionfo. Premio mondano, D. (oris) che mi parlerà – tutto il dolce senza l’amaro. E poi? e poi? Lo sai che sono passati i due mesi? E che, any moment, può tornare?

Lui ha chiaro che sta per accadere qualcosa di grandissimo e sperato, da un punto di vista umano e professionale (“tutto il dolce senza l’amaro”), eppure:

Tornato da Roma, da un pezzo. A Roma, apoteosi. E con questo? Ci siamo. Tutto crolla. L’ultima dolcezza l’ho avuta da D. (oris), non da lei. Lo stoicismo è il suicidio. Del resto sui fronti la gente ha ricominciato a morire.

Tutto torna al livello di partenza. Ma allora, ha ancora senso sperare? Perché se so che nessuna speranza sarà sufficientemente compiuta, continuo a desiderare? È solo meccanicità? In fondo anche da un punto di vista naturale portiamo inscritta questa dinamica: lo stesso istinto di sopravvivenza ci impone di guardare avanti e di non soccombere. Ma è puro dato biologico o è qualcosa che può avere a che fare anche con la ragione? E l’oggi e il domani sono sempre e solamente due termini in contrapposizione o esiste qualcosa che li lega? La nostra responsabilità si gioca solamente nel tenere vivo il sogno?

Ci si domanda cioè: «un futuro più luminoso» è sempre veramente soltanto il problema di un lontano «là»? Non è, invece, qualcosa che è già qui da un pezzo e che solo la nostra miopia e la nostra fragilità ci impediscono di vedere e sviluppare intorno a noi e dentro di noi?

Havel scrive questo testo, Il potere dei senza potere, nel 1978 dall’interno di un carcere del regime sovietico (in Cecoslovacchia) dove è stato rinchiuso come dissidente, in un contesto sociale, politico e antropologico che sembrava negare ogni possibilità di speranza. Pur tuttavia, la speranza non è da lui collocata unicamente nel domani, ma inizia dal presente, inizia con dei suggerimenti cifrati, che sono già qui e che attendono solo di essere scoperti.

Francesco

E se io non volessi il domani? Sarah Connor, protagonista di Terminator, ossessionata dall’imminente fine del mondo, mette in atto una vera e propria lotta armata per bloccare l’arrivo del domani, il giorno del giudizio. Per “lei il futuro non esiste, il futuro è quello che ci costruiamo noi”. Questo suo motto apparentemente pieno di ottimismo è in realtà privo di speranza, perché se il mio domani dipende solo da me allora non ho bisogno di sperare. La speranza è necessaria perché il domani dipende anche da qualcos’altro o qualcun altro.

Cecilia

La frase speranzosa con cui Rossella O’Hara chiude Via col vento suggerisce la fiducia in un futuro migliore, anche se per tutto il film vediamo la protagonista dibattersi tra delusioni e sciagure. La visione della protagonista è figlia del mito del progresso Ottocentesco, ma viene da chiedersi se non siano proprio i nostri sogni a procurarci dolore nel momento in cui ci rendiamo conto di non poterli realizzare. Così sosteneva Leopardi nella prima delle Operette morali, un ironico e amaro mito della creazione. La speranza viene presentata non come una consolazione ai mali della vita ma come il bisogno fisiologico degli uomini nello stato di natura di avere sempre più stimoli e possibilità, il bisogno che il domani porti qualcosa di migliore. Questo desiderio, che non può essere appagato, costringe gli umani al suicidio, tanto che alla fine gli dei sono costretti a regalare loro il dolore per distoglierli dalla noia.

La noia mortale dovuta all’assenza di desiderio è la particolarità degli esseri umani rispetto agli altri elementi della natura e il loro cruccio. Questo è il senso delle parole che Leopardi mette in bocca al pastore nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.
E allora, se realizzare i propri sogni è deludente, il momento della speranza per eccellenza, ossia la fanciullezza, diventa, nel Sabato del villaggio, l’unico attimo felice a cui seguono la tristezza e la disillusione dell’età adulta.
Alla persona che in quest’ottica ha preso atto dell’inganno che si cela dietro al mito del progresso, e alle aspettative che ne conseguono, non resta che tentare di trasformare il dolore e la noia, portati sempre da ogni nuovo giorno, in fonti di piacere, come fa il protagonista di Memorie del sottosuolo di Dostoevskij.

Marta

Se “domani è un altro giorno” allora il domani fa paura proprio per questo: non sappiamo cosa ci riserva, è incerto. Si possono quindi assumere due atteggiamenti diversi per affrontare questa paura: vivere appieno il presente senza preoccuparsi del futuro o sperare che il futuro sia migliore.

Ad assumere il primo atteggiamento è Lorenzo Il Magnifico nel Trionfo di Bacco e Arianna, qui cantato e messo in musica da Angelo Branduardi. In questo componimento Lorenzo de’ Medici, invita ad essere lieti oggi senza sprecare la vita ad attendere il domani perché del domani non c’è alcuna certezza.

In Futura di Lucio Dalla si nota invece un cambiamento di prospettiva rispetto al domani: se in un primo momento il domani fa paura, alla fine i due innamorati non solo lo attendono ma lo fanno senza paura. Lucio Dalla scrive questa canzone a Berlino, nel 1979, su una panchina di fronte al Checkpoint Charlie, punto in cui si poteva passare da una parte all’altra del muro con la speranza di un futuro diverso. In un contesto storico come quello della Guerra Fredda sembra che i due innamorati non possano far altro che sperare.

Valerio

Da Lorenzo il Magnifico allo sventurato Fantozzi, permane un “cogliere l’attimo” godereccio e privo di responsabilità verso il futuro.

Fantozzi, in preda a lussuriosi sogni mostruosamente proibiti, trascura la dimensione dell’amore, mentre essa assume un centralità nel “Domani è un altro giorno” sospirato da Rossella O’Hara. Il rapporto tra amore e tempo non è dei più semplici. Le attese sembrano infinite, i tempi trascorsi insieme sempre troppo brevi.

Ti fisso nell’albo con tanta tristezza, ov’è di tuo pugno
la data: ventotto di giugno del mille ottocentocinquanta.
Stai come rapita in un cantico: lo sguardo al cielo profondo
e l’indice al labbro, secondo l’atteggiamento romantico.
Quel giorno – malinconia – vestivi un abito rosa,
per farti – novissima cosa! – ritrarre in fotografia….
Ma te non rivedo nel fiore, amica di Nonna! Ove sei
o sola che, forse, potrei amare, amare d’amore?

Gozzano, ad esempio, guarda al passato con crepuscolare nostalgia, innamorandosi di Carlotta, l’amica di nonna Speranza (felice coincidenza di nome per questa Officina), conosciuta solo in fotografia. Rifulge con evidenza il contrasto tra il poeta, che solo potrebbe trovare l’amore in un fantasma dei giorni andati, e l’immaginata Carlotta, cui “dolce e fiorita si schiude alla breve romanza di mille promesse la vita”.

E, in effetti, il tempo prediletto dagli innamorati è il futuro, denso di promesse. Un futuro che, come in Guccini, tende a quell’infinito sotteso alle parole “per sempre”. Parafrasando Lacan, amare significa promettere ciò che non si ha (in quanto del futuro non abbiamo ancora disponibilità) a chi non è (giacché anche dell’altro non possiamo disporre).

Domani è un altro.

Lascia un commento a questo articolo

Prima di inserire un commento, assicurati di aver letto la nostra policy sui commenti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.