Report Laboratorio O’Connor febbraio 2012

ScaleSul finire di un febbraio che ricorderemo a lungo per un freddo straordinario e per dei bellissimi pupazzi di neve a Piazza Venezia, si rinnova l’appuntamento con il laboratorio di lettura O’Connor, ospiti ancora una volta del Caffè Letterario Aquisgrana.

Si inizia con una poesia, Mattina alla finestra di T. S. Eliot (in Poesie, Tascabili Bompiani, 2000). La sonorità dei versi di Eliot ci introduce in piccoli ambienti che in poche righe si dipanano pian piano nell’alba mattutina e svaniscono sul finale, come per magia:

Ondate brune di nebbia levano contro di me
Volti contorti dal fondo della strada,
Strappano a una passante con la gonna inzaccherata
Un vacuo sorriso che s’alza leggero nell’aria
E lungo il filo dei tetti svanisce.

Il brano che segue è tratto dal romanzo Dieci donne (Feltrinelli, 2011) di Marcela Serrano. È una confessione sul lettino della psicoterapeuta, una narrazione dettagliata, forse fin troppo, del difficile rapporto tra la la protagonista e sua madre, una presenza ingombrante in principio che diventa una rumorosa assenza sul finale, con un cambio di equilibrio inaspettato:

Non la vidi più. Non di persona, almeno. Forse per questo parlo di lei al passato. Ho dovuto affrontare l’inevitabile: il terrore ancestrale di perdere la madre, vale a dire, di perdere il senso della propria identità.

Col brano successivo si cambia tono e registro, ma la variante che più diverte è rappresentata dal protagonista del racconto: Quinto, un bel gatto siamese che si ritrova all’improvviso randagio e ci accompagna per qualche pagina alla scoperta della “giungla” urbana, dove impara le regole fondamentali per la vita di un animale, che a guardarle da vicino non sono poi così diverse da quelle degli esseri umani (con buona pace di Esopo).
Il libro si intitola L’amore costa caro (Newton Compton, 2010), l’autore è Quintin Contreras, nome dietro cui si cela un collettivo di scrittori argentini, e qui potrete trovare il booktrailer.

Intanto il nostro percorso abbandona i toni fiabeschi e con i due brani successivi ci ritroviamo di fronte ad una annosa, ma pur sempre interessante, questione letteraria: il rapporto tra il romanzo e il reportage. Di sicuro ci sono differenze e limiti da tracciare, ma autori come Kapuściński e Vollmann ci fanno capire che non è poi così netto, il confine che li separa.

Nel brano tratto da Autoritratto di un reporter (Feltrinelli, 2006) di R. K. Kapuściński, il tono giornalistico e quello narrativo, tipico del romanzo, si mischiano e si danno sostegno l’un l’altro per offrire descrizioni ma anche per suggerire sensazioni e visioni:

Se dico “In Congo”, il ragazzino mi prende per mano e mi guida fino all’autobus che va in Congo. E io lo lascio fare, fiducioso che non mi faccia sbagliare. Alla vista di un uomo bianco di una certa età, la gente si stringe, fa un po’ di posto e io parto con loro. Tutto si basa sulla fiducia, perché in realtà non ho la minima idea di dove mi conduca il bambino: potrebbe anche portarmi a un autobus sbagliato, o in mano ai banditi. Bisogna fidarsi che la gente sia disposta e desiderosa di aiutarmi.

E invece nelle pagine lette da Afghanistan Picture Show (Alet, 2005) viene il dubbio che T.W. Vollmann questo famoso limite lo sposti decisamente verso il romanzo.

Poiché il  Giovanotto non aveva mai visto la battaglia, le associazioni che tendeva a fare riguardavano i giochi estivi dell’infanzia.

Il tono lirico e il linguaggio surrealistico con cui l’autore descrive le immaginarie avventure di un aeroplanino di legno, trovato per caso nel campo militare in cui soggiorna, gli consentono di sublimare l’esperienza della guerra, descrivendo con lievità picaresca quella che qualcuno fra noi lettori definisce una “allucinazione fanciullesca”, da cui fa capolino un’idea di speranza:

L’aeroplano continua a roteare sopra il campo dei guerriglieri, ogni pomeriggio, ma per il suo pilota deve essere venuta finalmente un’ora in cui si sono accese tutte le luci, e i bambini si preparavano per andare a letto, e c’era tempo solo per un ultimo atterraggio di emergenza.

Lasciati i campi di battaglia, ci rivolgiamo nuovamente alla poesia. È la volta di Fernando Pessoa e di un breve componimento, Ode (in Nei giorni di luce perfetta, Rcs, 2011), per il quale ogni commento appare superfluo: tutto ciò che possiamo fare è lasciarci trasportare dalla grandezza del pensiero e della bellezza dei versi:

Per essere grande, sii intero: non esagerare
E non escludere niente di te.
Sii tutto in ogni cosa. Metti quanto sei
Nel minimo che fai,
Come la luna in ogni lago tutta
Risplende, perché in alto vive.

Ci avviamo alla conclusione. Il breve racconto con cui ci congediamo è di Haruki Murakami e si intitola Il mostriciattolo verde (in L’elefante scomparso ed altri racconti, Einaudi, 2009). Cosa può generare uno stato prolungato di inedia? Murakami prova a raccontarcelo ponendo a dialogo una donna sola e annoiata con un mostriciattolo verde, spaventoso e “umano” al tempo stesso, che altro non è che la proiezione sensoriale dell’io della protagonista e del suo bisogno di reagire ad una quotidianità piatta e ripetitiva. Il ritmo incalzante del racconto dialoga bene con l’alto livello di visionarietà che pervade il testo e con lo stile onirico ed eclettico di Murakami:

All’inizio mi sembrò una sorta di allucinazione formatasi dentro di me. Come un oscuro ammonimento emesso dal mio corpo. […] Finché ne sbucò fuori strisciando una sorta di bestia verde. Era ricoperta di scaglie lucenti. Quando emerse in superficie si scosse tutta, per far cadere la terra attaccata alle scaglie. Aveva un naso stranamente lungo, sempre più verde man mano che arrivava all’estremità, stretta e appuntita come una coda. Gli occhi erano quelli normali di una persona. Mi fecero venire i brividi, in quegli occhi c’erano sentimenti veri. Proprio come nei miei o nei vostri.

Siamo ancora alle prese con le visioni letterarie di Murakami quando l’orologio ci riporta alla realtà, ed è il momento di salutarci. Ma non prima di esserci raccomandati l’un l’altro di non mancare al prossimo incontro. Perchè in fondo le letture proposte sono solo un pretesto: ciò che davvero conta sono i lettori e la loro voglia di condividere le sensazioni e le idee che nascono tra le pagine di un libro.

2 commenti a “Report Laboratorio O’Connor febbraio 2012”

  1. Alfonso ha detto:

    Grande Tiziana, molto bello – perchè ricco di suggestioni – il tuo report. E il tuo finale: condividere le sensazioni e le idee che nascono tra le pagine di un libro. Chapeau!

  2. Pietro ha detto:

    passo, mi nutro. E me ne vado felice come un bambino che ha trovato un aquilone. Grazie alla Gentile locandiera. A questo cielo carico di nuvole pesanti e leggere.

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