Addio a «Letture» – Cosa ci si aspetta da una rivista letteraria? (3)

Terza intervista sull’ultimo numero di Letture per rispondere alla domanda: cosa ci si aspetta da una rivista letteraria?

«L’arte è un modo di esprimere cosa significa essere vivi […] La statistica ci considera ridicoli, la termodinamica ci nega. La vita, secondo qualunque metro razionale, è impossibile, e la nostra vita, questa, qui e ora, lo è infinitamente di più. L’arte ci permette di dire, di fronte a tutte queste impossibilità, quanto valga la pena celebrare il fatto che siamo in grado addirittura di dire qualcosa». È questo uno stralcio del manifesto di Satisfiction, nata come blog (sul portale MenStyle, che raggruppa Vanity Fair, Vogue, GQ, AD, Traveller), è la prima free press letteraria italiana (edita al momento da Mattioli 1885), protagonista di un appuntamento settimanale su Radio Capital, attiva sia su Myspace che su Facebook. Multimedialità, certo, ma senza strizzatine d’occhio: il cartaceo è un severo bianco e nero fittissimo di testi. Ma che testi. Inediti d’autore e recensioni “soddisfatti o rimborsati”. Ne parliamo con Gian Paolo Serino, suo ideatore e direttore.

Dopo essersi affermato come blog, Satisfiction esce anche su carta. Viceversa, lo storico Supplement Book World del Washington Post sopravvive oggi solo nel formato online. Perché questa scelta? E sarebbe stata possibile in una forma diversa dalla free press?
«L’idea della free press è nata dall’idea precisa di andare incontro al lettore: una rivista gratuita ma non scontata. Non credo sarebbe stata possibile in una forma diversa: la nostra idea è che Satisfiction vada incontro al lettore e non che il lettore cerchi Satisfiction. È molto diverso. Solo così, con la fruibilità che solo il gratuito credo possa garantire, incontriamo anche lettori magari meno “forti” ma che si appassionano, ci scrivono, partecipano al nostro blog, che è l’inizio ma al contempo il prolungamento naturale di Satisfiction».

Due vostri punti forti sono la quantità d’inediti d’autore che presentate e la formula delle recensioni “soddisfatti o rimborsati”. Partiamo dalla prima: come vengono scelti gli inediti, numero dopo numero?
«Non è facile ogni numero presentare inediti che vanno da Gadda a Jack London, da Paul Auster a William Burroughs, da Filippo Tommaso Marinetti a Piero Chiara. Ci riusciamo grazie alla passione per la ricerca d’archivio e ad una redazione che, in molti casi, riesce a concordare con le case editrici le loro “perle” ancora non pubblicate».

Veniamo alle recensioni “soddisfatti o rimborsati”, ossia una tutela del lettore, il contrappasso della pratica recensoria abituale. Com’è nata e come funziona?
«L’idea è nata dal blog e dall’incredibile successo ottenuto sia in Rete che sulla carta stampata. Se un lettore rimane deluso dalla lettura di un libro dopo aver letto una recensione Satisfiction può chiederci il rimborso. Anche per questo chiediamo ai nostri collaboratori – critici e scrittori appartenenti a tutte le testate nazionali, ci teniamo alla trasversalità – di scrivere soltanto di libri che li hanno davvero intrigati. È, come teniamo a sottolineare, il ritrovare una “coscienza critica”. Molto spesso, non solo negli Stati Uniti, le nostre “terze pagine” hanno perso di credibilità. Si sta avverando in molti casi quello che alla fine degli anni ’60 scriveva Piero Chiara: “Non abbiamo bisogno di critici ma di pubblicitari”. I nostri lettori hanno compreso la nostra provocazione. Qualcuno ha chiesto il rimborso ma la vera bellezza del “soddisfatti e rimborsati” è che sia crea un dialogo: il lettore stesso diventa critico».

Aggiungerei un altro punto saliente della vostra identità specifica: il valore salutare della provocazione, anche pungente… quasi un assalto al Walhalla dei bestseller.
«Siamo contro quello che io chiamo il “marchetting”: quella tendenza, purtroppo sempre più in aumento, a una critica letteraria che ha perso il proprio ruolo. Non difende più il lettore dalla narrativa d’intrattenimento, da quei blockbuster che si leggono come film, ma ne pubblicizza il successo. Il maggior pericolo, però, è che vendere un milione di copie sembra essere diventato un sinonimo di qualità. Quasi un bollino verde. Un capovolgimento di quello che succedeva, ad esempio, 30 anni fa».

Secondo te quali sono le caratteristiche indispensabili di una recensione, dal punto di vista del lettore?
«Noi cerchiamo e vogliamo offrire non recensioni puramente accademiche, ma recensione emotive: recensioni che, a partire da un linguaggio veloce e diretto, trasformino l’inchiostro in emozioni di carta. Le stesse di chi ha letto il libro. Cercare quel brivido nella schiena che per Nabokov stava al centro di ogni scritto. Grazie alla qualità selezionatissima degli scrittori e dei critici che collaborano è un obiettivo che molte volte centriamo. Almeno, da quanto ci dicono anche i lettori».

Satisfiction corrisponde perfettamente ai tuoi canoni di rivista culturale?
«Per adesso, anche grazie all’appoggio di un giovane ma graffiante editore come Mattioli 1885 e di catene come Fnac e Feltrinelli che hanno creduto in Satisfiction, tutti i canoni sono rispettati. Certo le idee sono tante. Dal prossimo numero, ad esempio, ci sarà una rubrica che ricorderà ai lettori che esistono anche libri ormai introvabili ma che si possono prendere in biblioteca. Un canale, quello delle biblioteche, che è sinora completamente ignorato. Quando leggiamo le statistiche di lettura in Italia, infatti, ci si può accorgere benissimo che sono riferite solamente ai dati di vendita e che le biblioteche è come non esistessero».

L’Italia ha una ricca tradizione di riviste culturali, mirate però a nicchie di bibliotecari, piuttosto che ai tantissimi lettori comuni. Quali ti sembrano essere gli esperimenti di divulgazione culturale più interessante, nel nostro Paese?
«Non certo festival e festivalini che, nella maggior parte, tendono ad una “vetrinizzazione culturale” che non so quanto renda in termini di lettura. Non ho riviste o portali di riferimento: da addetto ai lavori, è il mio “mestiere di scrivere”, cerco di leggerle tutte. Sono tante, impossibile nominarle tutte, e in ognuna di esse colgo se non la riuscita almeno la passione. Che è il motore di ogni cultura».

E all’estero, di qua e di là dell’Oceano?
«Anche in questo caso, dal New Yorker a The Believers, ci sono decine di riviste che meriterebbero anche di essere tradotte. Perché, come quelle italiane, accomunate dalla passione. Perché per noi di Satisfiction leggere significa essere letti da ciò che si legge. È raro ma, fortunatamente, accade ancora».

Nessun commento a “Addio a «Letture» – Cosa ci si aspetta da una rivista letteraria? (3)”

  1. andrea monda ha detto:

    Provo a rispondere alla domanda scritta nel titolo con una citazione del mio amato Chesterton che diceva: “Le arti esistono, per dirla secondo il nostro stile primordiale, in quanto rappresentano la gloria di Dio, o, per tradurre lo stesso concetto in termini psicologicamente comprensibili, per svegliare e mantenere vivo nell’uomo il sentimento della meraviglia. Il successo dell’opera d’arte consiste nel dire, di qualsiasi soggetto (albero, nuvola o carattere umano che sia): “L’ho visto migliaia di volte ma non l’ho mai visto sotto questa luce fino ad ora”. Ora, per far questo, una certa variazione di stile è naturale e persino necessaria. Gli artisti variano a seconda di come compiono il loro assalto, in quanto è di loro competenza compiere un attacco a sorpresa. Devono donare una nuova luce alle cose, e non c’è da stupirsi se talvolta si tratta di un raggio ultravioletto impercettibile o una luce che ricorda l’ombra nera della pazzia o della morte.”
    L’arte come assalto, come attacco a sorpresa.. non l’avevo mai vista sotto questa luce, finora. Ecco cosa voglio dalla critica letteraria, uno sguardo nuovo, magari sui classici, ma visti come per la prima volta.
    Andrea

  2. Paolo Pegoraro ha detto:

    Concordo, in particolare l’accento sui classici, che se non vengono costantemente ri-eseguiti si tramutano in fossili (interpretativi) invece che fiorire da evergreen quali sono. Ovviamente la scuola dovrebbe avere qualcosa da dire, in materia.

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