Ancora per Luisito Bianchi


Luisito Bianchi, difficile definirlo. Proviamoci. Un grande umile? Baudelaire scrisse che esistono solo tre persone rispettabili – il prete, il guerriero, il poeta –, mentre tutti gli altri «sono soggetti a taglie e servitù, son fatti per la scuderia, cioè per esercitare quelle che si chiamano professioni» (Il mio cuore messo a nudo XIII, 22). Luisito Bianchi era andato oltre: sacerdote, testimone della Resistenza, romanziere e “uomo di scuderia”. Sì, prete-operaio, prete-benzinaio, prete-infermiere, prete-traduttore – perché mai avrebbe accettato di ricevere un soldo in quanto sacerdote. Come in Paolo di Tarso (1Cor 9,13-15), brillava in lui l’intransigente orgoglio di chi vanta sudarsi il pane giorno per giorno pur di non fare del cristianesimo – ai propri occhi – roba da mestieranti, buona per saziare lo stomaco. Roba, questa sì, “soggetta a taglie e servitù”.
“Gratuità” fu la parola chiave della sua esistenza, un’ossessione felice e feconda. Che tante volte gli mise la penna in mano per scrivere senza fine quella parola, ancora e di nuovo: grazie, grazie, grazie… Grazie doveva essere perfino il titolo del suo unico romanzo, poi uscito come La messa dell’uomo disarmato, che lo fece conoscere a tanti quando nel 2003 venne ristampato da Sironi. Parla di una Storia che ancora oggi divide, eppure mise insieme tutti: capolavoro acclamato dalle pagine di tutti i giornali, di tutti i partiti, di tutti i colori. La stesura lo aveva impegnato per dieci anni. Non è difficile immaginarlo: una mole superiore alle mille pagine, che tra colpi di accetta e di cesello riuscì a far scendere sotto le 870. «La necessità che mi sostenne – mi spiegò – fu il dire grazie a quanti in quegli anni mi costruirono, bene o male, come sono, tanto come prete che come uomo, con le vicende che vissero, morti e vivi, e assieme la necessità di dare la mia testimonianza. Il filo rosso del racconto è proprio la gratitudine…».

“Quei giorni” sono gli anni della sua giovinezza, adombrata dietro il personaggio di Franco, novizio benedettino che lascia il monastero per riflettere sulla propria vita. E, facendo il contadino presso la cascina di famiglia, comincia un apprendistato di azione e silenzi presso la Terra, maestra sincera quanto esigente, e presso la gente più semplice, il padre in primis, il mugnaio Giuliano e Rondine, l’amico dei morti («Sono i morti a portare i vivi», dirà). E poi entra in scena la guerra con il fratello Piero, medico non credente, rispedito in patria per le ferite subite nella campagna di Grecia. I sussurri crescono, i timori si addensano, si annuncia l’armistizio. Crolla il fascismo, crollano le reazioni entusiastiche, resta l’occupazione tedesca: molti – non Franco – lasciano il paese per le colline. Inizia la Resistenza, quella armata. Rondine, Balilla, Stalino, ma anche i monaci dom Benedetto e dom Luca sono i nuovi protagonisti che la chiamata della Storia non coglie come un ladro,  impreparati.

Pagine di scontri e sangue si alternano alla tensione di chi ancora vive, pur ai margini dello scontro. E ne viene segnato perfino più a fondo. Anche dopo la sua fine, infatti, «il grande avvenimento» non cessa di tormentare Franco, domandandogli il senso di quel suo essere sopravvissuto in disparte. Uscire da questo empasse spirituale non sarà semplice, ma condurrà a risposte ormai insperate. Franco sa che la Parola parla negli eventi. Una Parola che non viene svelata dalla ragione, e neppure dal cuore. Nella Messa dell’uomo disarmato palpita un amore per la realtà che ha radici robuste, quelle di una tradizione che – andando dallo Sh’ma Israel all’Obsculta fili – invita l’uomo a mettersi in ascolto della Parola nella Storia che, «per pura grazia», ne svela il senso.

Esercizio duro, che impone l’allenamento nella quotidianità più spicciola per riconoscere l’avventarsi di svolte improvvise e radicali; esercizio che costringe all’umile riconoscimento di non sapere dove la vita ci conduce. Riconoscersi uditori senza difese della Parola nella Storia, non suoi padroni né interpreti, resistere in questa posizione anche nella lunga notte dell’assurdo è, parafrasando Guillaume Dufay, la vera Messa di un “uomo disarmato”.

Karl Rahner ha scritto che «una delle più alte possibilità è quella che un uomo possa essere al tempo stesso sacerdote e poeta». Luisito Bianchi avrebbe fatto spallucce. «Il fatto di essere sacerdote-romanziere non mi tocca – mi scrisse – semplicemente non lo sono. Cerco di amare la Parola e le parole, questo sì; per essere vero e onesto».

Grazie allora a te, don Luisito.

 

 

 

 

5 commenti a “Ancora per Luisito Bianchi”

  1. licia rivoltini ha detto:

    sono una delle nipoti di Luisito, le parole che hai scritto sono vere e bellissime, una sua perfetta fotografia. mi manca da morire, ma sapere che così in tanti condividono ed apprezzano il suo scomodo ma meraviglioso messaggio, è una grande consolazione e uno sprono a resistere. Grazie di cuore
    dorean (come diceva lo zio)
    licia

  2. Paolo Pegoraro ha detto:

    Cara Licia,
    grazie a te per questa testimonianza. La maggior parte di noi ha conosciuto don Luisito solo attraverso le sue pagine, e tanti ancora lo conosceranno attraverso di esse: vivo e autentico, cuore a cuore con i suoi sempre nuovi interlocutori.

  3. Lino Dan ha detto:

    Una giornata di ritiro a Viboldone. Un libro piuttosto corposo appoggiato su un tavolino, assieme ad altri opuscoli. Un confratello mi dice che è un gran bel libro. Mai saputo quasi nulla di tal Luisito Bianchi. Decido di leggerlo, un po’ anche per sfida, vista la mole. Giungo alla fine con gli occhi lucidi dalla commozione che spesso m’ha preso nella lettura, assieme al gusto profondo di una bellezza da tempo cercata in un testo. Un’esperienza unica. Sicuramente uno dei più bei libri che ho letto. E che consglierò a chi desidera leggere un romanzo mai banale, profondo, toccante… spirituale? Forse uno dei più spirituali che ho incontrato. Grazie Luisito Bianchi!

    Lino sj

  4. Laura Marini ha detto:

    E’ piaciuto anche a me questo articolo. Ho conosciuto don Luisito quando venne a Roma, alle Acli. Affittò una catapecchia in Campo de’ Fiori; nacque un gruppo chiamato Ora Sesta (l’ora della Samaritana) attorno al quale giravano personaggi come Adriana Zarri, p. Balducci, Giovanna Marini e i suoi canti… “Gratuitamente date ciò che gratuitamente avete ricevuto”… era la sua fissazione. Io avevo vent’anni e stavo per sposarmi, partecipavo con mio marito (ora sono insieme) e ripenso a quegli anni con grande nostalgia. Scopersi lì il “canto nuovo” che cambiò la mia vita. Subì l’umiliazione di essere mandato via dalle Acli perchè giudicato troppo “avanti” e andò a fare il prete operaio. Anni dopo mi regalò il suo libro e da allora continuo a comprarne copie che regalo agli amici più cari che non l’hanno conosciuto e ogni volta che mi ringraziano sento che l’hanno letto e come me ne sono rimasti entusiasti. E’ uno dei “santi” minori o maggiori (poco importa) che hanno fatto della loro vita una testimonianza autentica. Grazie Luisito…

  5. Paolo Pegoraro ha detto:

    Che bello leggere testimonianze di incontri così veri… di persona o attraverso le pagine, non meno veri lo stesso. E questo la dice lunga sulla grandezza di don Luisito: una scrittura autentica emanata da una vita autentica, da una permanente ricerca di autenticità. E’ uscito da poco il romanzo autobiografico della sua giovinezza «Il seminarista» e mi commuove poter tenere tra le mani un altro di questi frammenti luminosi che ci ha generosamente lasciato

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