Giù la maschera

La parola persona ha un’etimologia non sicura: pare che la sua origine affondi nella lingua etrusca e derivi dal sostantivo phersu (fersu) che significa maschera.

È una delle etimologie che considero più affascinanti, anzi più potenti, per la capacità di poche lettere di avere uno spettro di copertura semantica tanto ampia.

L’uomo viene definito attraverso una delle sue “parti”: la più visibile ma anche la meno conoscibile. Partendo dall’assunto che ogni uomo, ogni persona appunto, sia una maschera, indossi una maschera.

La maschera è un “accessorio” – mi verrebbe da dire un complemento – che porta con sé un’aura di mistero. Il termine avrebbe, anche in questo caso, un’antica origine linguistica preindoeuropea ed indicherebbe (masca) il colore nero della fuliggine, fino a transitare nel latino medievale (mascara), con il significato di essere demoniaco, spettro, fantasma scuro.

Come la mettiamo allora se ognuno di noi non è esattamente quello che appare? Qual è la funzione della maschera, reale o finta che sia? Ciò che si vede immediatamente o ciò che sta dietro?

È una prassi fare riferimento a questo periodo di pandemia e lo faremo per ribadire che l’attuale momento ha ridisegnato i nostri confini fisici e perfino i nostri tratti somatici: abbiamo imparato a convivere con il distanziamento sociale e ad indossare la mascherina. Quotidianamente abbiamo a che fare con un oggetto fisico che cela “veramente” e, di contro, con la necessità di interpretare un’infinità di stati d’animo intuibili per lo più dagli sguardi, dagli occhi.

Vera o immaginaria, la mascher(in)a ci mette in contatto con concetti come la verità e la menzogna, il velamento e il disvelamento, il giusto e lo sbagliato (invito qui a riprendere una vecchia ma attuale riflessione sulla verità dal blog).

Abbiamo ancora e comunque di fronte una semplificazione: perché non c’è solo il tema degli opposti, ma anche quello del doppio. Sono sempre io se indosso una maschera o divento, posso diventare un altro? Pirandello espresse un concetto che suona più o meno così: impariamo sulla nostra pelle e facendone esperienza nel corso della vita che ci capita di incontrare tante maschere e pochi volti.

Dunque, la maschera ci invita a guardare. A guardare meglio. A scoprire.

Correva l’anno 1703 e in una lettera ad un’amica la cognata del re di Francia, Luigi XIV, raccontava della morte di un misterioso ed ignoto personaggio: Un uomo è rimasto per lunghi anni alla Bastiglia e vi è morto mascherato. Aveva sempre al fianco due moschettieri che l’avrebbero ucciso all’istante se si fosse tolto la maschera. Ha sempre mangiato e dormito mascherato. Per il resto lo hanno trattato benissimo ben alloggiato e gli hanno dato tutto quello che desiderava. Faceva la comunione con la maschera. Era assai devoto e leggeva continuamente. Non si è mai potuto sapere chi fosse.

La nobildonna sintetizza qui la vicenda della Maschera di ferro narrata da Alexandre Dumas padre nel romanzo Il visconte di Bragelonne, che fa parte della trilogia che comprende anche I tre moschettieri e Vent’anni dopo. Lo scrittore, prendendo spunto da un episodio storico, racconta la lunga prigionia di un personaggio misterioso nella Bastiglia dando forma all’appassionante ipotesi che il prigioniero fosse il fratello gemello di Luigi XIV. La storia è stata più volte ripresa dal cinema e l’ultima pellicola è del 1998, The Man in the Iron Mask.

Sul nome, sulla provenienza e sulle origini della cosiddetta Maschera di ferro non esiste ad oggi una verità storica documentata. Anche Voltaire se ne occupò: Alcuni mesi dopo la morte di Mazzarino si mandò nel più gran segreto al castello dell’Ile Sainte-Marguerite un prigioniero sconosciuto, di una taglia al di sopra dell’ordinario, giovane e dalla figura più bella e più nobile. Questo prigioniero per la strada portava una maschera il cui sottogola aveva degli strati d’acciaio che gli lasciavano la libertà di mangiare con la maschera sul volto. I carcerieri avevano l’ordine di ucciderlo se si fosse tolto la maschera (da: “Secolo di Luigi XIV”).

Se il carcerato avesse disobbedito e avesse liberato il suo volto agli occhi anche solo dei suoi custodi sarebbe diventato riconoscibile, avrebbe avuto un nome, una storia. La dolorosa e pur sempre misteriosa maschera di ferro è, per assurdo, una garanzia di riservatezza, una protezione, una tutela. Un velo che copre e che non viene sollevato.

Poco meno di un secolo prima, all’infuriare della peste nera in Europa, fa la sua comparsa, nelle città e nelle campagne, il cerusico della peste, la cui principale caratteristica è un abbigliamento peculiare con tanto di maschera.

I medici vengono così descritti: I loro cappelli e mantelli di foggia nuova, sono in tela cerata nera. Le loro maschere hanno lenti di vetro, i loro becchi sono imbottiti di antidoti. L’aria malsana non può far loro alcun male, né li mette in allarme. Il bastone nella mano serve a mostrare la nobiltà del loro mestiere, ovunque vadano.

È chiaro come un “travestimento” di questo tipo avesse più di una valenza: proteggere dalla malattia gli unici individui in grado di portare qualche beneficio sanitario alla popolazione e renderli immediatamente riconoscibili, aprire loro la strada, il passaggio ad una sperata possibilità di guarigione. La maschera è un ausilio, una protezione ed un signum.

Ma è il mondo del cinema, come spesso accade, a rendere visibile e tangibile la maschera.

Un esempio per tutti la maschera di Hannibal the cannibal.

Nel corso della realizzazione del film Il silenzio degli innocenti (1988) la maschera indossata da Anthony Hopkins/Hannibal Lecter fu oggetto di molte prove di adattamento. Pare che dopo aver indossato diverse tipologie di protezioni come quelle usate nel baseball o nella scherma, il regista Demme e l’attore stesso optarono in modo significativo ed efficace per una copertura rigida con una fessura all’altezza della bocca attraversata verticalmente da tre ferri, tali da renderla simile ad una grata.

Il serial killer ossessionato dall’antropofagia in alcuni dei suoi incontri con l’agente dell’FBI Jodie Foster/Clarice Starling ha il volto imprigionato in questa maschera che è diventata poi un simbolo dell’orrore emanante dal personaggio: Uno che faceva un censimento, una volta, tentò di interrogarmi. Mi mangiai il suo fegato con un bel piatto di fave e un buon Chianti.

Chi si cela dietro la maschera di Lecter? Un medico psichiatra? Un criminologo? Un raffinato cuoco? Un amante dell’arte? Serve davvero una maschera ad un personaggio tanto ambiguo? La maschera – che non ha bisogno alcuno di rispondere a specifici canoni estetici – ha una funzione propulsiva, raddoppia l’effetto mixato di horror, mistero e suspense.

La maschera è protagonista, a modo suo, è anche nell’anime Batman of the Future: Il ritorno del Joker (2000).

Gotham City, 2039. Bruce Wayne ha appeso al chiodo la maschera di Batman passando il testimone al suo assistente, Terry McGinnis. Il Cavaliere Oscuro non ha più l’età per certe acrobazie, sta a Terry difendere la città dalle scorribande dei Jokerz, una banda che segue la filosofia del deceduto Principe pagliaccio del Crimine.

Un pagliaccio e un uomo mascherato si fronteggiano a volti coperti fino a quando Joker non scoprirà l’identità di Batman. Nel film le ultime parole di Joker sono: Ma non è divertente… non è di… vertente.

Questo è il compito della maschera: divergere, allontanare da un presunto vero mostrando un sostituto. Un inganno? Anche.

E la lista degli ingannatori si allunga sempre più: le maschere regionali carnascialesche, i burattini e Pinocchio stesso, Zorro fino all’impareggiabile Joker/Arthur Fleck interpretato da Joaquin Phoenix (Joker, 2019). Qui Joker è un attore, e un attore indossa sempre una maschera anche se è fallito e folle e passa dalla delusione all’omicidio.

Ciò che conta, se sei un attore, è indossare moti dell’animo come fossero un abito. Felicità come fosse una maschera.

Sembrare, essere altro da sé.

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