Rosso Rosa Floyd

«Tutto molto bello, […] molto speciale, molto unico: ci credo, vi siete avvitati attorno a un solo soggetto, ovvio che a un certo punto quel soggetto diventi il mondo! Ma se aprite un po’ la finestra, ecco… come minimo si vedono analogie, doppioni… intendiamoci, bisogna sapere quale finestra aprire, mica si può fare a caso, qua per esempio si è dentro la casa dei Pink Floyd?»

Sì, siamo dentro la casa dei Pink Floyd. E ad aprirci la porta, sul retro della loro dimora musicale e umana, è lo scrittore Michele Mari che, nel suo romanzo Rosso Floyd (Einaudi, 2010), dischiude le stanze della memoria reale e immaginifica del gruppo, con l’aiuto di chi quella casa aveva per primo aiutato a costruirla per poi trovarsene drammaticamente rinchiuso, schiacciato e scacciato: Syd Barrett. Proprio lui, il primo chitarrista, il genio musicale che marca gli esordi della band, l’inventore fragile di sé che si abbandona alle droghe psichedeliche, alla propria emarginazione, al distacco forzato degli amici fino a diventare una «talpa» dentro la propria anima e dentro la propria casa:

«quanto al signor Barrett… chi ha letto il libro non può avere dubbi: il signor Barrett è l’uomo talpa. Non è sempre vissuto sottoterra? “Una volta sottoterra – sentenziò la Talpa – si sa esattamente dove ci si trova. Nulla può succederci, e nulla può arrivare fino a noi. Si è padroni di noi. Sarà pur bello gironzolare all’aria, ma quando si tratta di  cercarsi una residenza si deve scegliere il sottoterra, che è il mio concetto di casa!»

Sottoterra: la vita di Syd si consuma nelle stratigrafie più basse della sofferenza, nelle quali come un moderno cacciatore di talpe si inoltra anche Mari, che tuttavia lo osserva da lontano con il cannocchiale rovesciato della scrittura, per poi metterlo in mano a chi Syd l’ha conosciuto e ignorato, amato e odiato, cercato ed evitato. Primi fra tutti, i restanti componenti del gruppo: Roger Waters, Richard Wright, Nick Mason, David Gilmour. Come in vorticoso gioco da tavola, in cui i giocatori si passano il testimone, o in un processo, in cui si susseguono testimonianze e referti, ciascuno parla di Syd e dei Pink Floyd, per parlare in fondo di cosa sono l’arte e l’artista, la solitudine e l’amicizia, l’identità e l’alterità, l’evasione e l’ossessione. Strattonato da opposte spinte centrifughe e centripete, che lo estromettono o lo introiettano dentro l’universo dei Pink Floyd e di Syd, il lettore si muove su vertiginosi percorsi di risalita e di discesa «da una dimensione all’altra, e ritorno»,  alla ricerca di una verità storica ed esistenziale che sia risolutiva del caso “Barrett/ Pink Floyd”.  Ma dopo aver compiuto un  viaggio-inchiesta nei mondi surreali del male, del doppio, della perdita dell’anima, non ci sono rivelazioni o agnizioni definitive da “biotopic” perché «l’arte non salva: ma tutto questo può essere detto solo in forma artistica».

Ed ecco che nel finale ci attende una visione allucinata a deforme di un «mostro rosa» che «si torce verso il mostro fluido azzannandogli il collo», che «affonda tutte le unghie nella schiena del congiunto, lacerandogli le carne in profondità» mentre «un sangue chiaro scorre copioso lungo il loro unico corpo fremente».
È l’immagine-incubo che sigilla il libro e definisce il suo titolo, sovrapponendo al rosa Floyd originario il rosso del sangue che fluisce dal corpo di chi, come Syd, è vittima di un «senso di spossamento, di plagio, servitù» esercitato dagli altri su di sé. Ma l’affondo delle unghie nella carne è anche gesto letterario: ci ricorda la coazione alla violenza del Conte Ugolino, ci rimanda all’atto stesso della scrittura di Mari, che si addentra nelle manie umane fino, come se fossero delle viscere, a farle sanguinare. E nella contrapposizione cromatica dei due colori l’autore confronta due modi di vedere la vita: il rosso allude all’antitesi vero/falso, il rosa alla fluidità delle forme poiché «quando tutto è rosa non si distinguono bene i contorni degli oggetti, quando tutto è fluido le forme evolvono l’una nell’altra e quello che fino a un attimo prima era vero diventa falso, e il falso diventa vero…». E nel romanzo “rosa” e “rosso”, come suggerisce l’immagine finale, si confondono: rossa è la radicalità del metodo investigativo, che sfida senza pudori la morbosità dello sguardo; rosa è l’instabilità della materia esistenziale trattata che si può riassumere «in una parola: sofferenza». E, infatti, confessa:

«sono stato duro, lo so. Ma proprio perché li amo entrambi ho dovuto fare una scelta, e vivere nella mia carne la lacerazione. Dovete farlo anche voi».

https://www.youtube.com/watch?v=TQYaVb4px7U