Transumananze

Cosa significa per l’uomo mutare? L’uomo abita il mutamento come una potenza che gli è in qualche modo esterna? O, al contrario, il mutamento è la condizione nella quale l’uomo abita il mondo? La filosofia occidentale ha pensato l’uomo come l’essere non ancora stabilizzato (Nietzsche), come l’essere che fuoriesce dal ciclo della natura (Heidegger) o come l’essere che è nascita continua (Arendt). Se l’individuo è ciò che fuoriesce o ciò che nasce continuamente al mondo con l’agire, allora l’umano è essenzialmente progetto, sfida, possibilità, rischio.

Ma c’è ancora un modo più radicale di pensare il mutamento, un mutamento che coinvolge pervade e sconvolge la fibra stessa dell’umano a livello psicologico, biologico, cosmologico. Ivan Nicoletto, monaco all’Eremo di Camaldoli, esplora questa catena di rotture, tanto da arrivare a parlare di “trans-umananze”, a tematizzare un “umano che, come tutta la creazione, è un cantiere aperto, inconcluso, animato da un’insoluta tensione interrogante e immaginante”. Come si manifesta allora il cambiamento? Nicoletto individua alcune “mutazioni significative” in atto, ciascuna delle quali spinge l’uomo sull’orlo dell’Aperto.

Primo: l’universo. Le scienze fisiche hanno mostrato come l’universo non sia una struttura chiusa e fissata una volta per sempre, ma qualcosa “brulicante di eventi e alternative”, una genesi perpetua. La stessa materia non è qualcosa di solido e compatto, ma energia, onde, fasci. Insomma movimento, instabilità. L’avvento del cyber-spazio ha poi immerso l’uomo in una rete di connessioni, in una “infosfera i cui tratti sono la plasticità, la fluidità, la rinnovabilità, la virtualità”.

Secondo: il mutamento dentro l’uomo. La nostra specie, scrive Nicoletto, non possiede “un profilo definito”, non ha un corredo percettivo e istintuale che le consenta di aderire perfettamente all’ambiente. L’uomo, a differenza dell’animale, si rapporta all’ambiente naturale per trascenderlo (Galimberti) e l’esito di questo rapporto è un processo di adattamento sempre aperto. Ma il mutamento non si ferma più sulla soglia del biologico, lo penetra. Dalle nanotecnologie alla chirurgia plastica avanza un processo di de-naturalizzazione dell’uomo che rompe la sfera del biologico e la sua inviolabilità. L’uomo insomma si scopre, nota Nicoletto, un essere “transizionale e plurale”. Non immune dal mutamento è la soggettività che da categoriale diviene processuale, e il processo è in sé ciò che è sempre aperto, esposto al rischio del divenire. E ancora: il moderno ha terremotato quello che era percepito come un dato, trasformandolo in un risultato. Il moderno ha così inaugurato la passione per la genealogia.

Insomma tutto ciò che si pensava come “stabile, omogeneo e universale” si staglia ora come “relazionale, dinamico e discontinuo”, sottoposto all’urto di mille forze. Nicoletto dà un nome allo smisurato che preme sull’uomo: “l’amore è il tocco dell’aperto, dello smisurato, carico di inespresse virtualità che preme – facendolo patire – sui limiti della nostra singolarità per aprirla, indefinitivamente, a ciò che non è mai ancora stata. Evento di grazia a cui si rende possibile avvenire”. Se l’uomo, e con lui l’intero cosmo, è preso dentro un vortice di cambiamenti, di creazioni continue, che posto dare infine alla Creazione, all’evento originario? “Possiamo immaginare – è l’invito di Nicoletto – l’azione creatrice di Dio come un accompagnamento, un’animazione, una provocazione coestensiva a tutta la durata dell’evoluzione cosmica”.

Ivan Nicoletto, Transumananze. Per una spiritualità del/nel mutamento, Città Aperta Edizioni/ Servitium