Come salvare la bellezza? Gerard Manley Hopkins

Come salvare la bellezza dallo svanire lontano? Questa sembra la domanda fondamentale che genera l’ispirazione di Gerard Manley Hopkins. In lui risuona un’eco di piombo: l’unica possibilità di saggezza è quella di cominciare a disperare perchè non resta altro che l’età, i mali dell’età, canuti capelli, / pieghe e rughe, e il mancare e il morire, l’orrore della morte, avvolti sudari, le tombe, i vermi, e il crollare alla corruzione. A questa eco però ne segue subito un’altra, un’esplosione di suoni che festeggia la presenza di una via di fuga, un’eco d’oro: quanto sembra fuggire veloce, finito e disfatto, è invece destinato ad essere avvinto dalla più tenera verità / alla perfezione del suo essere, alla sua giovanile bellezza. Ecco: ciò che colpisce Hopkins è l’eccesso di presenza che solo la bellezza sa comunicare. Questa bellezza giovane è la Bellezza screziata da cui prende il titolo una sua splendida poesia. In essa Hopkins dà gloria a Dio per le cose chiazzate -/ per i cieli d’accoppiati colori come vacca pezzata;/ per i nèi rosa in puntini sulla trota che nuota; per tutte le cose contrarie, originali, impari, strane;/ quel ch’è instabile, lentigginoso (chi sa come?).

Nei versi di Hopkins tutto sembra percorso da una scossa. Il mondo è come carico della grandezza di Dio. Carico (charged), sia nel senso del peso sia nel senso della carica elettrica, così che questa grandezza fiammeggerà, come fulgore da percossa lamina. La grandezza di Dio scuote e fa vibrare, imprime guizzo e slancio esuberante, sempre in movimento, mai in stallo. Hopkins esalta dunque Dio non in quanto stabile sicurezza dell’essere, al di là delle singole forme, ma in quanto autore delle differenze e delle energie polarizzanti, di ciò che è instabile nella durata e nella forma. Ecco dunque la certezza: vive in fondo alle cose la freschezza più cara. E così, grazie a questa visione profonda delle cose, Hopkins sarà acuto osservatore di vento, gradine e chicchi, dei flussi e riflussi del mare, delle forme degli alberi e delle curvature di acque che scorrono sopra le pietre, di sottili sfumature cromatiche nei tramonti del sole e delle infinite figure di nuvole di continuo cangianti. L’atto poetico comincia non nella coscienza autistica del poeta, ma nella visione attiva e vibrante del mondo: «è possibile che in certi tempi la bellezza di un albero, la sua forma, un determinato effetto, ecc. mi trasporti nella massima stupefazione», scrive Hopkins in una lettera.

Nel mondo resta sempre immediatamente visibile la gloria della creazione: Cos’è tutta questa linfa e tutta questa gioia?/ Un’eco del dolce essere della terra all’origine, scrive. Nel gheppio come nel sasso, nella libellula come nel corpo umano, nell’aria come nella zolla, nella trota iridata come nella mucca pezzata, Hopkins percepisce un eccesso, un’esuberanza, una bellezza sbocciante, una freschezza fumante, un rigoglio di godimento giovane, una brulicante giovinezza nel reale da cui viene attratto irresistibilmente. La realtà è infiammata, avvampa. E tutto questo fuoco è ancora l’eco caldo della creazione, dell’inizio.

Che la bellezza sia mortale o immortale è, se così possiamo dire, di secondaria importanza rispetto a ciò che essa opera: la rottura dell’io, la sua apertura, lo sconvolgimento della sua pigrizia. La bellezza è sempre bruta e pericolosa, e persino barbarous. Per quanto la bellezza «mortale» possa rapire l’anima di chi la contempla, alla fine essa non è che un filo di Arianna per chi è toccato dalla Grazia. Il principio primo della poesia hopkinsiana è che ogni bellezza appartiene a Cristo e a lui deve essere sempre rapportata. Per questo motivo egli è anche il giudice estetico ultimo di ogni arte umana. Infatti scrive il poeta in una lettera all’amico Dixon: «L’unico critico letterario giusto è Cristo». E all’amico poeta R. Bridges: «Come io faccio la critica a te, anche Cristo la fa, ma in maniera più giusta e più amabile, a te sia come poeta che a te come uomo».

Hopkins attraverserà momenti tremendi tra il 1885 e il 1887 nei quali scriverà i suoi terrible sonnets, ritrovati solo dopo la sua morte: un percorso dolorosissimo. Qui lo sguardo aperto e guizzante sul reale sembra perdersi nel buio della depressione e dello sconforto. La percezione del baratro si fa amara: Sono fiele, / sono bruciore. Il più fondo segreto di Dio / l’amaro volle che gustassi: il mio gusto ero io. Ma, seguendo questi pensieri, alla fine Hopkins stesso esplode in un fragoroso Basta! per frenare i pensieri di desolazione. Morte, piombo, buio cedono allo squillo del cuore (heart’s-clarion), la Resurrezione: in un lampo, a uno squillo,/ subito sono quel che è Cristo, poiché lui fu quel che sono, e/ questo poveraccio, scherzo, povero coccio, toppa, legno di zolfanello, diamante immortale, è diamante immortale. Ciò che è nulla, un piccolo truciolo, un fiammifero, diventa al fuoco della resurrezione un diamante.

Alla fine l’invocazione folgorante resta intatta nella sua richiesta di vita: o tu signore di vita, manda pioggia alle mie radici.

Da IL NAUFRAGIO DELLA DEUTSCHLAND
(traduzione di Viola Papetti)

Ti ammiro, signore delle maree,
dell’antico diluvio, della caduta dell’anno;
chiusura e riparo dei fianchi del golfo,
sua misura e sua riva e cinta;
acquietante, placante l’oceano della mobile mente;
rocca dell’essere, e suo granito: oltre ogni
presa Dio, troneggiante dietro
Morte con sovranità che cura ma si cela, prevede ma attende;

con pietà che valica
l’acqua tutta, un’arca
a chi ascolta; a chi indugia con un amore che scivola
più giù della morte e del buio;
vena per visitare chi è oltre la preghiera, chiuso in prigione,
spiriti penitenti all’ultimo respiro – estrema meta
che il nostro gigante sprofondato nella passione e risorto,
il Cristo del Padre pietoso, raggiunse nella tempesta dei suoi passi.

Ardi ora, nuovo nato al mondo,
doppio-naturato nome,
cielo-scagliato, cuore-incarnato, vergine-avvolto
in Maria miracolo di fiamma,
Lui medio numero fra i tre del trono di tuono!
Non abbagliante giorno del giudizio nella sua venuta né oscuro venne;
gentile, ma regalmente reclamando il suo;
una pioggia sciolta, splenda sulla contea, non folgore di
[fuoco violento-vibrato.

FALCONE
(traduzione in prosa di Benedetto Croce)

Questa mattina io còlsi il prediletto del mattino, il delfino del regno, della luce, il falcone dal colore cangiante nell’alba, nella sua cavalcata per il piano sotto di lui rotolante di densa aria, e nel suo anelare verso l’alto, come si moveva in cerchio sotto il freno di un’ala, che l’avvolgeva
nella sua estasi! Poi via, via ancora d’un balzo, come il tallone d’un pattino scivola dolce su di una curva: il lancio e lo scivolio respingevano il gran vento. Il mio cuore di nascosto batteva per un uccello, per la sua perfezione, per la sua maestria!
Bruta bellezza e valore e atto, oh! aria, orgoglio, penna, qui stringete il vostro nodo! E il fuoco che rompe da te poi, un bilione di volte più amabile, più pericoloso, o mio cavaliere!
Non maraviglia di ciò: duro lavoro fa splendere l’aratro giù nel solco, e pallido-azzurre ceneri, ah!, mio caro, cadono, si eccitano, e fanno brillare l’oro vermiglio.

LA GRANDEZZA DI DIO
(traduzione di Antonio Spadaro)

Il mondo è carico della grandezza di Dio.
Darà fiamma, come fulmine da lamina vibrata
si raccoglie a ingrandirsi, come il gocciolio d’olio
franto. Perché l’uomo ora non teme la sua verga?
Generazioni hanno pestato, pestato, pestato;
e tutto è seccato dal commercio; oscurato, macchiato dalla fatica;
e porta chiazze d’uomo e puzza d’uomo: il suolo
è nudo ora, né sente piede, perché calzato.
Ma non per questo la natura è spenta;
vive in fondo alle cose la freschezza più cara;
e sebbene l’ultima luce dal nero occidente se ne sia andata
oh, il mattino, dall’orlo bruno d’oriente, sgorga –
perché lo Spirito Santo sopra il curvo
mondo cova con caldo petto e con oh! ali di luce.

Nessun commento a “Come salvare la bellezza? Gerard Manley Hopkins”

  1. Marco ha detto:

    Non conoscevo Hopkins ma quanto leggo qui su bombacarta mi spinge ad approfondire senz’altro. Grazie per la bella introduzione ;)

  2. Gian Luca Figus ha detto:

    Quella della bellezza screziata è una grande intuizione.
    Persino mio padre ormai vecchio e ateo non si spiega la bellezza delle ali di un pavone o dei colori inattesi di un pesce. Non si spiega “tutte le cose contrarie, originali, impari, strane” perchè come dici vi è “l’eccesso di presenza che solo la bellezza sa comunicare”. Non se lo spiega perchè
    sembrano cose non necessarie e invece partecipano a qualcosa di più grande. E la sua non fede vacilla…

  3. Paolo Pegoraro ha detto:

    La bellezza mette in luce la grazia dell’esistenza, e contemplandola s’impone il bivio: o la gratuità del senza-senso, o la gratitudine per un dono ricevuto.

    Ammettiamo pure che l’universo esista per caso. Ma come spiegare che su questo palco ci sia pure un uomo che lo guarda e si stropiccia gli occhi,incredulo e stupefatto; e che poi, dopo aver cercato inutilmente parole più adeguate, riesca a balbettare soltanto «Che bello…»

  4. saverio simonelli ha detto:

    …belle le traduzioni di Croce e (obviously) Spadaro, non convincenti quelle della Papetti, certo che quell’oh all’ultimo verso della straordinaria la grandezza di Dio come dicono a Oxford “…nun se po’ sentì”

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