Il mestiere delle armi

La-marcia-di-TopolinoLa guerra è tutta un fastidio. Così sentenzia Giovannino dalle Bande Nere nel film Il mestiere della armi, di Ermanno Olmi. In quel fastidio, Giovannino, capitano di ventura, trova la ragione della sua esistenza e la causa della propria morte. La guerra assume, per lui, i tratti propri dell’inevitabilità, del fato che tutto ordina e dal quale è impossibile fuggire.

Numerosi sono i mestieri delle armi, e non tutti nobili. C’è il romanticismo del duellante, l’onore del soldato, il silenzio dell’assassino, la schiavitù del gladiatore, la precisione del cecchino, l’arroganza del cacciatore. C’è chi le armi le usa e chi le produce. Ci sono armi bianche, atte a tagliare o a infilzare, armi da fuoco, armi intelligenti e armi improprie. La penna, recita l’antico adagio, ne uccide più della spada. Giovannino, che con la spada combatteva, sarà sconfitto dal progresso esplosivo della polvere da sparo. L’inganno di Patroclo è vestito dell’armatura di Achille e la gloria del Pelide è forgiata nella fucina di Efeso. L’aereo che trasportava l’arma più terribile del mondo era battezzato col nome di una pacifica casalinga dell’Iowa.

Troppi volti hanno gli uomini d’arme per poterne tracciare un profilo. Più facile è tentare di indagare il legame tra la mano e l’elsa, l’occhio e il mirino. Questo è il mio fucile, recitano i marines di Full Metal Jacket, ce ne sono molti come lui, ma questo è il mio. Il mio fucile è il mio migliore amico. Dove finisce il braccio e dove inizia l’arma? Una risposta può essere rintracciata nell’estetica meccanica di Tetsuo o nella carnalità tumorale di Cronenberg. Da un lato uomini che diventano armi, metamorfosi metalliche post-industriali. Dall’altro, armi antropomorfe, denti in luogo dei proiettili e pistole inglobate nelle braccia.

E, circa le armi umane, va ricordato Federico da Montefeltro, duca di Urbino, che, rimasto orbo da un occhio, scelse di farsi limare parte del naso, in modo da poter avere una visuale maggiore con l’occhio rimasto. Tanta l’attrazione della battaglia e il richiamo del ferro. E, ancora, torna alla mente il soldato Joker, che scrive sul proprio elmetto born to kill. Ma è falso. Joker non è nato per uccidere, egli è stato addestrato. Ha dovuto migliorare la sua faccia da guerra per poter far paura a qualcuno e, alla fine, vista la vera faccia della guerra, ci dice che lui non ha più paura. Joker è diventato una macchina per uccidere, strumento non diverso dalle armi che usa.

Eppure c’è ancora un volto della guerra. O meglio, tanti volti, e in questo caso tutti eguali. Sono quelli di soldati piccoli e armati e mandati incontro al nemico senza averlo domandato. Non tutti gli uomini d’arme scelgono di morire giovani per diventare protagonisti di poemi lirici. Alcuni si contentano di sopravvivere alla bufera e alle tempeste di proiettili.

Soldati. Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie.