Whitney Houston: quando lo showbiz uccide la voglia di vivere

Ieri mattina ho appreso dalla radio la notizia della morte di Whitney Houston. Fu proprio una canzone alla radio che mi presentò il suo talento. Lei subito occupò uno spazio speciale nei gusti personali, tra il punk e la new wave. La sua voce incantava. Ora lei non c’è più, compagna di Amy chissà in quale stanza dell’eternità. La lista delle morti premature nella musica si allunga sempre di più. Una litania cantata controvoglia in una laicissima via crucis, calvario che ci porta via un’altra leggenda della musica.

Ho letto e visto alcuni servizi giornalistici a lei dedicati. Tutti uguali, sembra di rivedere le repliche televisive della morte di Michael Jackson e di Amy Winehouse. Si cerca morbosamente la causa del decesso, subito arriva il ricordo (spesso ipocrita) dei colleghi artisti che tessono le lodi a chi non è più tra i viventi. Sempre la stessa canzone… Le cose vanno così, purtroppo.

Se c’è una cosa dello showbiz che non sopporto è la mancanza di compassione tra gli artisti, specie verso chi è in difficoltà. Sul carro dei vincitori salgono tutti, per poi scendere in fretta quando le cose cominciano a non funzionare. Le morti di Michael Jackson, di Amy e di Whitney hanno un elemento in comune: la decadenza, la fine di una carriera un tempo assai gloriosa e alimentata dal cinismo dei media.

Jackson condannato per pedofilia, per le sue stravaganze, per essere diventato bianco (poi si è scoperto che era un modo estremo di nascondere la vitiligine).

Fotografi accampati davanti casa di Amy per fotografarla in preda ai fumi di alcol e droga.

Whitney, nel tentativo di risollevarsi dopo un lungo periodo di inattività, era spesso fotografata impietosamente senza trucco e parrucco. Poche settimane fa tutti i giornali scrivevano di un possibile disastro finanziario della Houston, capace di prosciugare una fortuna stimata in 100 milioni di dollari. Poi tutto è stato puntualmente smentito dall’entourage dell’artista. Negli anni passati faceva notizia per le botte prese dal suo ex marito Bobby Brown, il vero artefice della sua rovina.

Credo di essermi fatto un’idea del music business, specie dopo aver letto una dichiarazione di Lionel Richie: “La voce di Whitney Houston era un dono. Era così ingenua nel settore dello showbiz, ma quella voce era pura perché la sua vita lo era. Questo è ciò che penso di lei. Indagando nella sua storia, bisogna concentrarsi sulla voce, non sulla tragedia, ma sulla sua voce”. Un monito ai giornalisti e al pubblico curioso.

Un mondo di squali quello dello spettacolo, un microcosmo illusorio dove la vita di un’artista vale meno del suo talento.

Sto leggendo avidamente la biografia di Johnny Cash scritta da Steve Turner, il mio vero punto di riferimento per quanto riguarda lo studio del rapporto tra rock e fede cristiana. Peccato, molti suoi libri non sono tradotti in italiano. Roba da leccarsi i baffi.

Nel primo capitolo de “Johnny Cash – La vita, l’amore e la fede di una leggenda americana”, Turner presenta il ritratto della moglie June Carter. Una figura fondamentale per Cash, suo vero angelo custode. Il libro porta alla luce il ruolo di June nella vita di Cash. L’indole di Johnny era autodistruttiva, la moglie lo ha tratto in salvo per mezzo della fede in Gesù Cristo.

Lei appare nel video di “Hurt”, celebre cover dei Nine Inch Nails che parla della dipendenza dall’eroina, ospite non gradito nella vita di Johnny Cash. Straordinario come Turner interpreta lo sguardo di June nel videoclip…

Il Cash religioso è stato partorito da June, fervente cristiana e appartenente alla Chiesa Battista. Dunque una persona che più di una volta ha tratto in salvo la vita del suo compagno. È rimasta a lui vicino nei momenti più duri e difficili, facendo di Cash un persona nuova, felice e libero dai suoi demoni.

Una vicinanza provvidenziale. Ciò che è mancato a Whitney Houston. Morire in una stanza d’albergo è l’immagine più cruda che ci porteremo dentro l’anima per molto tempo. Lontana dalla sua casa, da sua figlia, dalle persone che amava di più. Era a Los Angeles per partecipare a una festa, il “Pre-Grammy Party” che ogni anno anticipa la premiazione degli oscar della musica, party organizzato dal suo mentore e manager Clive Davis.

Pare sia stato uno dei pochi ad aiutarla, tentando un ricovero in una clinica per disintossicarla.

Mentre scrivo ascolto in continuazione il brano “When You Believe” cantato in coppia con l’amica Maria Carey. Fu colonna sonora del cartone “Il Principe d’Egitto”, storia tratta dal libro dell’Esodo e incentrata sulla vita di Mosè.

Rileggendo il testo, mi chiedo perché Whitney non abbia dato ascolto alle parole della canzone. Avrebbe potuto trovare la forza di andare avanti e di combattere, soprattutto contro se stessa:

Possono esserci i miracoli quando hai fede. Anche se la speranza è fragile, è difficile da uccidere. Chi sa quali miracoli puoi compiere quando hai fede. In qualche modo tu puoi, tu puoi quando hai fede.

Lei forse non credeva più in ciò che cantava perché delusa da tutti e da quel mondo di lustrini e paiette in cui ha vissuto per molti anni e che ora la omaggerà come una regina.

Il pubblico sarà consolato con le stesse canzoni che non hanno salvato la vita di una donna. Una cantante che ha perso tutto a causa del suo enorme talento, quel valore che continueremo a cercare nei suoi dischi. Facendo finta che non sia successo nulla.

È proprio vero: siamo cinici. Tutti.