Inherent Vice: una semplice storia d’amore

INHERENT VICE

L’azione si svolge nel 1970, la stagione delle grandi rivoluzioni si è appena conclusa con il tramonto degli ideali hippie e gli inquietanti eventi di Bel Air (le stragi della banda di Charlie Satana Manson). La guerra in Vietnam non trova tregua e l’America vive una situazione di caos e smarrimento senza precedenti (nel film vediamo magnati dell’edilizia ebrei che stringono accordi con bande di motociclisti nazisti), la droga affligge come una piaga l’intero paese e c’è gente potente e corrotta che non ha scrupoli ad approfittare della situazione, investendo denaro sporco nel traffico di droga e magari, come è raccontato nel film, nella costruzione di strutture addette al recupero degli stessi malati affetti da dipendenza dall’eroina. L’America del 1970, la più grande potenza economica e militare al mondo, il paese che ha condotto l’Europa fuori dalla Seconda Guerra Mondiale e si è imposto come faro della libertà e della democrazia, appare ora più barcollante, come un pugile imbattibile messo per la prima volta al tappeto sul punto di collassare, ansimante, sperduto e incredulo.
Se i registi più importanti della New Hollywood, da Altman (Nashville) a Coppola (La conversazione) a Cimino (Il cacciatore), si erano confrontati con gli eventi, forse ancora troppo ravvicinati, di quel periodo storico a cavallo tra la fine dei ’60 e l’inizio degli anni ’70, raccontando della perdita d’innocenza spesso con una vena ironica e cinica o dolente e disperata, P.T. Anderson decide di tornare sul luogo del delitto oltre 40 anni dopo per osservare quel mondo stordito e sperduto sotto una diversa luce. Invece di esprimere un giudizio o di prendere le distanze di quell’epoca buia e convulsa, il regista californiano sceglie di immergersi in quell’atmosfera e di accompagnare i suoi personaggi, raccontando una storia personale piuttosto che realizzare l’affresco di un momento storico. Si intuisce subito che la trama, dal preciso sapore noir, non è importante, né chiarissima, ma svolge la funzione di pretesto, rappresentando un’occasione per continuare a raccontare le storie dei personaggi che gli stanno a cuore.
Regista potente come forse nessuno oggi in circolazione, P.T.Anderson rivela ciò per cui il cinema è destinato sin dalla prima inquadratura: racconto per immagini.

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Questa prima inquadratura, che pare quasi rubata durante un sopralluogo, ritrae un vicolo sperduto della costa californiana (Gordita Beach, una frazione immaginaria della città degli angeli), un luogo il cui unico modo per essere trovato è quello di perdersi, un luogo senza importanza ma a cui Anderson ci chiede di prestare attenzione. L’immagine ricorda i dipinti di Hopper e quel senso dell’attesa che pervade le sue opere: un orizzonte limitato si intravede attraverso uno spiraglio tra le pareti degli squallidi prefabbricati che si affacciano sulla spiaggia e gli ultimi raggi di sole raggiungono anche la finestra del salotto del detective privato Doc Sportello.
Doc non è un tipo sveglio, né intelligente; è un hippie qualsiasi, non particolarmente brillante nel suo lavoro, soffre spesso di allucinazioni e il suo cervello è annebbiato dagli effetti delle canne che fuma senza sosta. È solo e vive in compagnia del ricordo della ex- fidanzata Shasta Fay, di cui è ancora sinceramente innamorato. Doc Sportello rientra in quella schiera di personaggi emarginati, tristi e soli che Paul Thomas Anderson continua a raccontare sin dai suoi primi film. Per quanto diverso dalle opere precedenti, anche in questo caso ritorna l’ossessionante tema del passato, del tempo che scorre inesorabile e riempie l’uomo di rimpianto. Doc ha perso una condizione di felicità che non può essere ristabilita e questa è di fatto la condizione di quasi tutti i personaggi di Magnolia e del protagonista di The Master, uomini e donne lacerati dal rimpianto per qualcosa che è ormai svanito… e in questo caso non c’è nemmeno un dottore come Lancaster Dodd in The Master a illuderci di poter tornare nel passato per rimettere a posto le cose. Eppure in questo ultimo film, Inherent Vice, è proprio Doc a essere l’eroe che risolverà incredibilmente, senza che lui stesso se ne renda pienamente conto, il caso. Ci riesce non perché è in grado di capire quello che sta succedendo, né per le sue doti di investigatore, ma perché dietro alla faccia da hippie strafatto, incapace e cialtrone, in fondo alla solitudine e alla malinconia verso un amore perduto, è l’unico ad aver conservato la propria umanità in un mondo che sembra averla smarrita. Ovviamente non sa nemmeno di essere l’ultima bandiera dell’umanità in un deserto fisico e morale, perchè in realtà Doc sa una cosa sola: che la vita è una cosa buona, perchè lui ama tenacemente la sua (ex)donna.
Non è importante sapere tante cose, (l’algebra, la geografia, la storia…come recita la canzone di Sam Cooke What a Wonderful World che il regista mette in sottofondo in uno snodo della trama), è sufficiente amare ed essere amati per dare la possibilità al mondo di trasformarsi in un luogo meraviglioso.
Ecco dunque come Anderson ribalta un genere, quello noir, dove il detective solitamente risolve il caso per merito di sue particolari doti investigative/deduttive o comunque capacità di azione e dove le donne quasi sempre rappresentano un pericolo per il detective stesso, solitario e contrario ai rapporti stabili per definizione. Ora invece è proprio l’amore verso una donna a determinare la salvezza del personaggio e la soluzione del caso. L’amore, sembra suggerirci il regista, è l’unica possibilità di sfuggire al “vizio congenito” che ci portiamo dentro, la nostra mortalità; è ciò che resta e resiste al tempo, che gli impedisce di cancellare tutto e non lasciare traccia (quasi un’eco del monito “Ama, o la tua vita passerà in un istante”  di The Tree of Life di Terrence Malick).
Disteso sul divano nel suo misero appartamento, illuminato dalla luce del tramonto, anche Doc, all’inizio della storia, come il mondo in cui è immerso, vive il tempo dell’attesa eppure in un primo momento appare preso alla sprovvista dall’apparizione di Shasta che viene a chiedere il suo aiuto, ma nonostante questo, e sebbene sia del tutto inadeguato, proprio in virtù del suo amore tenace, è pronto ad accogliere, a rispondere positivamente alla chiamata.
Paul Thomas Anderson continua a difendere e lottare per l’umanità, sempre in cerca del volto umano della storia e della Storia: non è un caso che il volto di Doc non si discosti molto dall’immagine della sua controparte hippie storicamente esistita, Charles Manson, un uomo che nella sua disperazione ha perso la propria umanità e gettato un ombra inquietante su tutto quel periodo raccontato dal film.

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Ancora una volta Anderson s’immerge nella disperazione di un’epoca e dei suoi personaggi animato da una speranza che da qualche parte, anche in un lurido e squallido vicolo di Los Angeles, possa nascondersi un’anima che conservi in fondo al cuore quel barlume di umanità in grado di riscattare il mondo. Grazie Doc.

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