Sono come tu mi vuoi

di Luca Benedetti

Tra il 2006 e il 2007 usciva la rivista “ilmaleppeggio”. La dirigeva Lanfranco Caminiti e il sottotitolo era “storie di lavori”. Con articoli e racconti, si occupava della mutevole condizione lavorativa romana e laziale. Oggi Laterza ripropone alcuni di quei racconti nella bella collana Contromano.
Tanti episodi che sono uno solo, legati da un filo rosso (di bolletta), quello del lavoro e di ciò che una volta amavamo definire mobilità e che oggi chiamiamo col suo vero nome, precariato.
Come già avveniva in altri titoli di quegli anni, Vita precaria e amore eterno di Mario Desiati o Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese di Aldo Nove – ricorda nell’introduzione l’ex caporedattore Carola Susani – anche in questi brevi testi, il lavoratore, quello precario, si ritaglia un ruolo tutto suo nella narrativa nostrana, in un genere che potremmo chiamare neopicaresco e, al centro di questa labor-lit, c’è proprio l’involuzione della vita lavorativa, scevra da concetti quali la stabilità e la realizzazione professionale.
Sono come tu mi vuoi (AA.VV., Laterza) raccoglie una rosa di esperienze lavorative figlie del loro tempo, storie vere, quotidiane, riconoscibili, storie che potrebbero essere raccontate da numerosi “chiunque” in vena di confidenze durante la loro pausa pranzo. Dal manager di Antonio Pascale ai macchinisti di Elena Stancanelli, dagli stagisti di Nicola Lagioia e di Peppe Fiore ai venditori ambulanti di Stefano Liberti, dal centralista di Tommaso Pincio alla “taccheggiatrice” di Zara di Sara Ventroni. E poi i pendolari degli outlet, i commessi stagionali, i centralinisti, gli immigrati irregolari. Tutte realtà, seppur con le dovute differenze, dove, a volte, “il non avere diritti finisce per sembrarti la cosa più ovvia del mondo”. Lavori hic et nunc, senza troppe radici, senza una propria identità, dove la negazione storica di quel mitologico posto fisso – di appena due generazioni fa – ridimensiona il lavoro ad una mera funzione pratica e ciò che resta, insieme alla rigorosa franchezza con cui queste storie sono state scritte, è la sorprendente empatia che si avverte tra quel che si legge e quel che si vive… a progetto.

Da Pulp Libri n. 79 – Edizioni Apache

Nessun commento a “Sono come tu mi vuoi”

  1. santino ha detto:

    SANTO PRECARIO

    Mi avvicino vertigginosamente ai 27 anni mancano pochi giorni.Bilancio come al solito.Beh rileggendo i miei diari di quando ero piccolo…devo dire che ho cominciato a fare bilanci a 16 anni…quindi non mi meraviglio.
    Una cosa è certa.E’ Fatta!Si.E’ bella e fatta la mia vita.Si pensa a che fare da grandi,ai cambiamenti alla personalità agli amici…beh la maggior parte di queste cose le ho delineate,come ho delineato le opposte che non farò mai.Non andrò mai a lavorare in banca,non farò il ballerino,non la smetterò coi tatuaggi,non avrò mai il coraggio di esprimere le mie paure,non mi dimenticherò mai di chi mi ha voluto bene,non dimenticherò mai quel primo bastardo che mi ruppe il cuore…

  2. lalla ha detto:

    Nei Discours de la methode (1637) di Cartesio, l’autore propone un autobiografia intelletuale, da un lato per polemizzare con il sapere tradizionale, dall’altro come via alla verità attraverso le vicende di una vita.
    Il Leibiniz esalta l’utilità letteraria dell’autobiografia o della biografia intelletuale, proponendosi di facilitare i giovani all’acquisizione del buon gusto nelle scienze ed arti attraverso il rinnovamento dei programmi scolastici tradizionali.
    (Da : Le memorie autobiografiche, p. 41. In “La Raccolta d’opuscoli scientifici e filologici (1728-’54) di Angelo Calogerà”)

  3. santino ha detto:

    “Non andrò mai a lavorare in banca,non farò il ballerino,non la smetterò coi tatuaggi,non avrò mai il coraggio di esprimere le mie paure,non mi dimenticherò mai di chi mi ha voluto bene,non dimenticherò mai quel primo bastardo che mi ruppe il cuore…”

    (a)tipici di tutto il mondo… Uniamoci! Informiamoci, raccontiamoci, teniamoci in contatto. Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?
    E poiché, per tutti, la passione per il lavoro è forte, nel momento in cui manca, subentra una specie di crisi d’astinenza.
    Non so se succede la stessa cosa alle feste frequentate da avvocati o da dentisti; ma a quelle frequentate dagli attori, la domanda più frequente è: cosa stai facendo? Conosco attori che, in tempi di magra, si preparano comunque la risposta: uno stage all’estero, un laboratorio teatrale, una vacanza in Thailandia. Tutto, pur di non dover dire “sto a casa ad aspettare che mi chiami l’agente” oppure “sto rincorrendo un regista, gli faccio le poste all’uscita del teatro”, o anche “vengo alle feste a fare relazioni pubbliche”. Quando fai l’attore, il primo lavoro è cercarti il lavoro.
    Male che vada
    raccontaci dei tuoi diritti, dei tuoi colleghi, dei tuoi pensieri, dei tuoi sogni e dei tuoi incubi. Descrivi i tuoi capi e capetti, i tuoi manager, i tuoi caporali. L’ ultimo lavoro che hai fatto, e il lavoro che stai facendo, è un lavoro che ti hanno proposto, è un lavoro da cui sei fuggito.

    dal “Il melepeggio storia di lavori”

  4. magdala ha detto:

    Storie di lavori

    E’ noto come il giovane Karol Woytiła in seguito all’occupazione nazista della Polonia abbia lavorato, nel periodo 1940-1944, prima in una cava di pietra e poi come addetto alle caldaie nella fabbrica chimica Solvay, dove, come ricordato anche da J. Ratzinger nell’omelia esequiale dell’8 aprile 2005, ha iniziato ad avvertire la vocazione al ministero sacerdotale.

    Lo stesso Giovanni Paolo ricorda alcuni versi sul lavoro da lui scritti in quegli anni: “Ascolta, il ritmo uguale dei martelli, così noto, io lo proietto negli uomini, per saggiare la forza d’ogni colpo./Ascolta, una scarica elettrica taglia il fiume di pietra,/e in me cresce un pensiero, di giorno in giorno:/ tutta la grandezza del lavoro è dentro l’uomo”.

  5. manu ha detto:

    dal manifesto di Bomba Carta
    Raccontaci la tua storia

    Interiorità e storia

    Ma cosa c’entra questo con l’arte di scrivere?
    Siamo convinti che arte significa anche esercizio e sperimentazione. Artisti si nasce e si diventa in una dialettica mai esauribile tra arte e vita, tra tecnica e esperienza, tra talento e sensibilità Affidare all’arte la comunicazione della propria esperienza e del proprio linguaggio per noi significa infatti mettersi in gioco nella ricerca della propria identità.

    La letteratura e l’arte permettano l’ingresso nell’abisso del cuore dell’uomo, rivelando ed esprimendo la parte più vera ed autentica di noi stessi, le nostre radici più profonde e le nostre mete ultime. L’arte autentica ci aiuta ad essere più intelligenti, sensibili, moralmente forti e ad affrontare il “labirinto” della vita e della storia per cercarne il senso.

    Crediamo nell’espressione creativa – che ciascuno ha la fortuna di ospitare in sé – intesa come mistero, sorpresa, capacità di nuove visioni sulla realtà.

    Arte e vita
    Non deve meravigliare che allora espressioni naturali come vivere, morire, scegliere, amare, sognare, soffrire, odiare, sperare e perdonare,… siano il normale ambito del nostro esercizio artistico.

    Anche perché una buona scuola di scrittura dovrebbe insegnare che l’obiettivo non deve essere mai quello di farsi conoscere, se non in ultimissima istanza, ma innanzitutto quello di scrivere una buona storia.

  6. anonima ha detto:

    Parashat Noah
    “E [ci] fu [in] tutta la Terra un’unica lingua ed unici propositi” (Genesi XI,1)

    “Chi vive una vita piatta spiritualmente come la pianura di Shinnar costruisce torri di superbia destinate a crollare. Chi vive sul monte del Signore, un monte basso, alla portata di tutti, sogna una scala che abbia delle radici in terra nelle nostre buone azioni. Una scala che attraverso le nostre buone azioni salga fino al Cielo. Ma una scala del genere è solo un sogno per un giusto che sa sempre di non essere ancora pronto.”

  7. manuela ha detto:

    ‘valorizzare’ la ”risorsa umana”

    La creazione di ”posti di lavoro per tutti” deve essere uno degli obiettivi del prossimo G8: ha detto Benedetto XVI. Occorre, per il papa ”tener presenti le concrete esigenze umane e familiari: mi riferisco, ad esempio, all’effettiva creazione di posti di lavoro per tutti, che consentano ai lavoratori e alle lavoratrici di provvedere in maniera degna ai bisogni della famiglia” e di ”essere protagonisti nelle comunita’ di cui sono parte”.

    La questione del lavoro e’ centrale per Benedetto XVI, il quale afferma, citando anche papa Wojtyla, che ”una societa’ in cui questo diritto sia sistematicamente negato, in cui le misure di politica economica non consentano ai lavoratori di raggiungere livelli soddisfacenti di occupazione, non puo’ conseguire ne’ la sua legittimazione etica ne’ la pace sociale”

    “ (… ) sia garantita a tutti la sicurezza sul lavoro e nello svolgimento della vita quotidiana”, ha detto il Pontefice dopo l’Angelus.”

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