L’enigma del tempo (Milan Kundera)

Nelle prime pagine de L’insostenibile leggerezza dell’essere Milan Kundera scrive: “L’opposizione pesante-leggero è la più misteriosa e la più ambigua tra tutte le opposizioni”. Quale scegliere, si chiede subito dopo l’Autore? Quale privilegiare? La pesantezza che schiaccia o la leggerezza che invece libera? A dare “densità” all’uno e l’altro dei due termini dell’opposizione, è un altro “elemento”: è il tempo. Solo il tempo (e la memoria del tempo passato) dà pesantezza alla pesantezza. Solo la cancellazione del tempo, solo l’ignoranza, solo l’oblio sottrae, alleggerisce, dà leggerezza. Più ancora che l’opposizione leggerezza-pesantezza, sotto l’opposizione leggerezza-pesantezza, lavora dunque un’altra e più misteriosa opposizione: quella tra memoria e oblio. Tutta l’opera di Kundera non è che una riflessione continua (“una interrogazione meditativa” come la definisce lo stesso Autore ne L’arte del romanzo) su una costellazione di opposizioni: forza-debolezza, pudore-impudicizia, fedeltà-tradimento, noto-ignoto, lentezza-velocità. Sull’ambivalenza e ambiguità (uno può rovesciarsi nell’altro) dei termini di ciascuna opposizione. Ma una vi ritorna in maniera quasi ossessiva: quella tra memoria e oblio.

I volti della memoria o Il libro del riso e dell’oblio
Tamina si aggira tra i tavoli, serve caffè, si ritira in silenzio dietro il bancone. Un’altra donna e solo per un periodo limitato lavorerà in un bar. E’ Teresa de L’insostenibile leggerezza dell’essere. Tamina serve caffè, e nel frattempo rimpiange il marito morto, il suo ricordo. Tamina “guarda indietro, solo indietro”. Potrebbe continuare a vivere così, per sempre, se quel passato verso il quale tende continuamente lo sguardo non si facesse “sempre più sbiadito”. Tamina è boema, è un’esule, è fuggita con il marito prima che questi morisse. La fuga ha avuto un prezzo doloroso: per non insospettire le solerti guardie comuniste, la coppia non ha portato nulla con sé. Niente foto, niente documenti. Nulla. Tamina ha rinunciato anche ai suoi diari ai quali tenterà inutilmente di ricongiungersi. Della sua vita precedente con il marito non le rimane che un’unica foto: quella del passaporto dell’uomo. “Ogni giorno faceva una sorta di esercizio spirituale con quella foto: si sforzava di immaginare il marito di profilo, poi di semiprofilo, poi di tre quarti. Ripeteva dentro di sé la linea del suo naso, del mento, e ogni giorno constatava con terrore che quel ritratto immaginario aveva nuovi punti discutibili in cui il pennello della memoria vacillava” (Il libro del riso e dell’oblio). Tutti gli sforzi della memoria di Tamina non fanno altro che confermarle come “l’immagine del marito le stesse sfuggendo irrevocabilmente”. La lotta tra memoria e oblio, l’opposizione tra memoria e oblio è impari. Il passato è destinato a ridursi, a sbiadire, a dissolversi. E il volumen, il rotolo della memoria, non è in grado di trattenerlo. Tamina se ne dispera.
Più di vent’anni dopo de Il libro del riso e dell’oblio, ne L’ignoranza, Josef combatte una guerra analoga a quella di Tamina. Cerca di ricordare la moglie morta. Ma presto si accorge che “ogni sforzo di resuscitarla nella sua mente” si trasforma “in una tortura”. Quando un frammento della memoria si materializza, quando un ricordo torna con prepotenza, Josef finisce non per gioire di quell’attimo inatteso, ma per disperarsi “al pensiero del vuoto immenso che circonda quell’attimo” resuscitato.
Sulla bilancia, tra il piatto del ricordo e quella dell’oblio, i personaggi di Kundera sembrano scegliere dunque il primo a discapito del secondo. Il ricordo “salva”, l’oblio rinnega quello che si è stati. Ma è davvero sempre così? L’opposizione memoria-oblio si risolve così facilmente in un polo tutto positivo (e desiderato) e in uno tutto negativo (e respinto)?
Mirek va incontro alla sua rovina, e quella stessa marcia verso la rovina gli sembra in realtà “bella e sublime”. Mirek è pronto a pagare le conseguenza del suo agire, del suo opporsi al regime comunista che sta seppellendo il suo Paese, con la prigione. Per questo non si nasconde, si espone: è imprudente. Mirek sa che “quelli che sono emigrati (sono centoventimila), quelli che sono stati messi a tacere e cacciati dal posto di lavoro (sono mezzo milione) scompaiono come un corteo che si allontana nella nebbia, invisibile e dimenticato. Ma il carcere, benché circondato da mura, è un palcoscenico della storia splendidamente illuminato.” (Il libro del riso e dell’oblio). Prima di finire in pasto ai suoi persecutori, Mirek deve però cancellare quella che considera una macchia, e una macchia terribile, del suo passato. Una relazione avuta in giovinezza con una donna alla quale non sa perdonare una cosa: la sua bruttezza. Mirek vuole cancellare quella relazione dalla trama della sua esistenza perché la donna era brutta. E per farlo deve distruggere le tracce di quella relazione, le lettere scritte in gioventù che come macigni riaffiorano dal suo passato. Qual è dunque il rapporto di Mirek con il suo passato? Vuole ricordare o dimenticare? “Mirek riscrive la storia esattamente come il partito comunista, come tutti i popoli, come l’uomo. Gli uomini gridano di voler creare un futuro migliore, ma non è vero. Il futuro è solo un vuoto indifferente che non interessa nessuno, mentre il passato è pieno di vita e il suo volto ci irrita, ci provoca, ci offende e così lo vogliamo distruggere o ridipingere. Gli uomini vogliono essere padroni del futuro solo per potere cambiare il passato” (Il libro del riso e dell’oblio). Esiste dunque non solo una volontà di ricordare, ma anche una “volontà di oblio”, la volontà, catturata da Kundera, di “riscrivere la propria biografia, di cambiare il passato, di cancellare le tracce, le proprie e quelle degli altri.” (L’arte del romanzo). L’opposizione memoria-oblio mostra qui tutta la sua ambiguità.

Cancellare il tempo o La lentezza
C’è un modo per sfuggire alla presa del tempo. Per abolirlo. Questo modo è l’estasi. L’estasi è uno “stato di accecamento e di assordamento, in cui si dimentica ogni cosa, in cui si dimentica persino se stessi” (I testamenti traditi). Lo suggerisce l’etimologia stessa della parola greca: l’estasi è uscire fuori dalla propria posizione, dalla propria stasis. L’estasi è “identificazione assoluta con l’attimo presente, oblio totale del passato e del futuro”. All’inizio de La Lentezza un motociclista sfreccia a tutta velocità. “L’uomo curvo sulla sua motocicletta è tutto concentrato sull’attimo presente del suo volo; egli si aggrappa a un frammento di tempo scisso dal passato come dal futuro; si è sottratto alla continuità del tempo; è fuori del tempo; in altre parole, è in uno stato di estasi”. Espropriato del tempo dall’ebbrezza della velocità, l’uomo che corre dimentica il suo passato, e al contempo ignora le attese del futuro. E’ un uomo che ha abolito il tempo. Quanto più corre veloce, tanto più dimentica. Per Kundera si tratta in fondo di una “equazione elementare”: “il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio” (La lentezza).

Preservare la memoria o L’immortalità
Se l’estasi è l’abolizione del tempo, l’abolizione del tempo tutto rappreso in un solo attimo, anche l’eternità è un rifiuto del tempo. “L’eternità è il tempo che si è fermato, che si è immobilizzato” (L’ignoranza). E lo è in particolare quella sorta di immortalità “laica” che Kundera si diverte a dipingere nella figura di un poeta tutto intento a costruirsi una memoria imperitura: è il Goethe de L’immortalità. Come ritrae l’Autore il sommo poeta? Goethe ha non solo fatto poesia, e poesia sublime, ma ha anche costruito una statua: la statua di se stesso. L’ha non solo inventata, plasmata ma “amministrata” tutta la vita. E’ una sorta di doppio, è il doppio del Poeta, che Goethe si preoccupa di consegnare alla storia. Alla memoria immortale degli uomini. Ma il Poeta ha dimenticato una cosa: i vivi. Ha dimenticato la giovane Bettina. La giovane innamorata non di Goethe, ma della “seducente immagine della Bettina-bambina innamorata del vecchio poeta”. E sebbene il povero Goethe l’abbia sempre allontanata (temuta e allontanata), come si fa con un tafano fastidioso, Bettina ha eletto se stessa a custode della memoria di Goethe. A guardiana della sua immortalità. Cosa fa Bettina? Arriva a falsificare lettere, a inventare di sana pianta un amore che non è mai esistito. La povera statua di Goethe, a cui il Poeta aveva lavorato tutta la vita, alla quale era consegnata la sua immortalità, è macchiata per sempre dall’impronta (falsificatrice) di Bettina. Il poeta ha dimenticato che non esiste un essere più debole di un morto. Lo sa bene invece Josef de L’ignoranza: sua moglie non c’è più, e “una donna morta è una donna indifesa; non ha più potere, non ha più alcuna influenza; nessuno rispetta né i suoi desideri né i suoi gusti; una donna morta non può desiderare nulla, non può aspirare ad alcuna stima, non può respingere alcuna calunnia”. Insomma Goethe ha dimenticato che è fin troppo facile “disubbidire a un morto”. (I testamenti traditi). Il Poeta non può che scoprire che “l’immortalità è una ridicola illusione, una parola vuota, un vento intrappolato in un retino di farfalle” (L’immortalità). Che in fondo l’immortalità non è che “un eterno processo”. Ma quel pensiero abbandona velocemente la mente di Goethe che, scrive sardonico Kundera, era vecchio e stanco e “aveva ormai una cattiva memoria”.

Matematica della memoria o L’ignoranza
Dovevano cantare la bellezza del “Grande ritorno” ne scoprono invece l’orrore. L’ignoranza è il libro degli esuli: di Ulisse prima di tutti, e poi di Irena e di Josef. Illuminate dalla luce soffusa della nostalgia, per ognuno di loro, si profilano le diverse Itaca alle quale vengono sospinti dall’ansia del ritorno. Ulisse: l’eroe del ritorno. L’eroe che “tra la dolce vita in terra straniera e il ritorno a casa, scelse il ritorno. All’esplorazione appassionata dell’ignoto (l’avventura), Ulisse preferì l’apoteosi del noto (il ritorno). All’infinito (giacché l’avventura ha la pretesa di non avere mai fine) preferì la fine (giacché il ritorno è la riconciliazione con la finitezza della vita)” (L’ignoranza).
Ma agli eroi minori, agli esuli praghesi, la meravigliosa celebrazione del ritorno è preclusa. Il ritorno non è che un guscio vuoto. Al suo posto è l’ignoranza, la tirannide dell’ignoranza. Nessuno vuole più sapere, nessuno più interroga, nessuno più implora di raccontare, nessuno vuole ascoltare. Gli anni vissuti in terra straniera sprofondano nell’ignoranza. “Solo chi torna in patria dopo una lunga assenza ¬- dice Irena, esule a Parigi ¬- può cogliere questa verità: nessuno si interessa alla vita degli altri”. La memoria è chiusa nell’impossibilità di rievocare. La memoria “non estendibile” (Lo scherzo) degli uomini ha in fondo “un bel misero potere” (L’ignoranza).
Ma come funziona la memoria? “La memoria non è comprensibile senza un approccio matematico”, che si risolve nel “rapporto numerico tra il tempo della vita vissuta e il tempo della vita immagazzinata della memoria”. E’ possibile misurare questo rapporto? No, dice Kundera, nessuno lo ha mai fatto e d’altronde “non disponiamo di mezzi tecnici per farlo”. E tuttavia una cosa è certa: la memoria non può conservare che “una infinitesima particella della vita umana”. “La legge zero”, il “grado zero”, potremmo chiamarlo così, della memoria è proprio questo: “Non capiremo nulla della vita umana se continuiamo ad eludere la prima di tutte le verità: una realtà così com’era quando era non esiste più; restituirla è impossibile”. Josef cerca di ricordare il volto della donna amata. “Lei sapeva sorridere in una decina di modi diversi”. Josef costringe, in un tentativo vano, la sua memoria a ridisegnarli. Tutto inutile. “Un giorno si chiese: se avesse sommato quei pochi ricordi che gli restavano della loro vita comune, quanto tempo ne sarebbe risultato? Un minuto? Due minuti?”. Ecco dunque un altro “enigma della memoria: i ricordi hanno un volume temporale misurabile? Si svolgono in una durata? E’ questa la cosa spaventosa: il passato di cui ci ricordiamo è senza tempo”. (L’ignoranza)

Salvare la memoria o L’identità
Il ricordo è una pianticella fragile, esposta al freddo, al vento, alla pioggia. Circondato “da un immenso oblio” (Lo scherzo). Il ricordo va curato, annaffiato, riparato. Va coltivato. Ne L’identità, Kundera traccia un’arte, una tecnica del ricordo. In che cosa può consistere un’arte del ricordo? Nella rie-vocazione. La narrazione di sé e del proprio vissuto come “fissazione” della propria identità. Jean-Marc va in ospedale a trovare un uomo che è stato il testimone della sua adolescenza. Un amico. Una persona che condivide con lui dei ricordi. A cosa serve l’amicizia? A null’altro che al “buon funzionamento della memoria. Ricordarsi del proprio passato, portarselo sempre dietro, è forse la condizione necessaria per salvaguardare, come si suol dire, l’integrità dell’io. Per fare in modo che l’io non rimpicciolisca, che mantenga immutato il proprio volume, bisogna annaffiare i ricordi come dei fiori in un vaso e tale operazione richiede un contatto regolare con i testimoni del passato – ossia con gli amici, che sono in nostro specchio, la nostra memoria”. E’ un patto in fondo del tutto simile a quello che stringe gli amanti. Quando due esseri vivono assieme e si amano “le loro conversazioni quotidiane armonizzano la memoria dell’uno con quella dell’altro: in virtù di un tacito e consapevole accordo, essi lasciano cadere nell’oblio ampie zone della loro vita e parlano incessantemente di alcuni avvenimenti, sempre gli stessi, intessendo un unico racconto, che simile ad una brezza fra i rami, mormora al di sopra delle loro teste e ricorda loro costantemente che hanno vissuto insieme” (L’ignoranza).
Basterà questa arte del ricordo? “Provate a ricostruire un dialogo della vostra vita”, ci sfida Kundera ne I testamenti traditi, “il dialogo di una lite o un dialogo d’amore”. Ebbene? “Le situazioni più care, le più importanti, sono perdute per sempre”. Perché “l’attimo presente non assomiglia al suo ricordo”. La conclusione di Kundera: “Il ricordo non è la negazione dell’oblio. Il ricordo è una forma dell’oblio”.