Poesia di bianco vestita

La poetessa americana Emily Dickinson dovette sentirsi legata al colore bianco da un profondo sentimento di empatia. Non solo, come è noto, a partire dal 1865, quando aveva 35 anni, ella indossò sempre e soltanto abiti bianchi, ma nella sua poesia lo stesso colore ricorre quale emblema di un vuoto pieno di vita, di un infinito brulicante di passioni, verso il quale ella doveva sentirsi chiamata e al quale consacrò la sua vocazione poetica.

«Solenne cosa – io dissi – / essere donna nella veste bianca – / e indossare – se Dio me ne fa degna – il suo immacolato mistero», la veste bianca in questi versi è simbolo di una condizione ricettiva, creativa, di partecipazione appassionata ai fatti del mondo.
Il bianco non è un colore asettico, è quello dell’infinito, non un infinito vuoto ma pieno di energia. In un’altra poesia ella scrive «osi guardare l’anima al color bianco?» e contrappone il bianco al rosso, colore della fiamma che brucia e si dissolve, «ma quando il vivace metallo / ha saziato la fiamma – / palpitando dalla forgia / si leva senza colore: / solo luce / vampa non sacra». Il bianco è energia pura, luce che “ripudia le forge”.

Quello evocato non è,dunque, un candore mistificante che annulli la scala cromatica appiattendola verso il niente, è veste, è anima, è la totalità con cui ella percepì la sua vita e la sua poesia. Può apparire paradossale che una donna, che decise volontariamente di esiliarsi nella casa paterna, sentisse in sé un calore vitale tanto vivo e intenso. Eppure molti dei suoi versi ci ammoniscono della superficialità di questo pregiudizio.

Ella stessa avvertì la sua come una condizione di solitudine privilegiata, per nulla gravata dalla mancanza di amici, generata da natura e pensiero, ignota ai più «e chi la prova / è più ricco di quanto possa dirsi / in numeri mortali». Anche in questo caso il vuoto è solo apparente, è un pieno nel quale lo spirito si ristora.

Il bianco, l’assenza del colore e della forma, è per la poetessa americana premessa indispensabile per una condizione di libertà dell’anima e della mente, non-luogo delle infinite possibilità, garanzia di un’indipendenza interiore tenacemente difesa e costantemente inseguita, senza la quale la poesia perderebbe il suo “immacolato mistero”.

E questo bianco, questa pura luce Emily Dickinson inseguì nei suoi versi: «il vuoto andrò stringendo / finché – forse – / colga il mio tocco magico diamanti» e ancora «v’intreccerò in collane luminose».

Una poesia colorata di bianco che non ripudia i colori del mondo ma li accoglie, stringendoli in un’intensa luminosità. Nel bianco della propria anima cinse una sconfinata passione per la vita, senza colore come l’energia sprigionata dalla fiamma che ha smesso di ardere, pura, intensa e accecante.