Tutti i libri sulla mia città

PallaTaranto, terrazza sul mare. Modero un pubblico dibattito di una sera d’agosto, quaranta persone seduto attorno a dei tavoli spogli. È la quarta edizione di “Narratori di Oggi”, appuntamento estivo promosso dall’Associazione Punto A Capo, che ogni estate invita alcuni autori contemporanei, soprattutto tarantini, per ascoltare i loro libri come “sismografi del mondo in cui viviamo”. Quest’anno il sismografo è piatto. Bassa l’affluenza, poca curiosità nelle parole e negli sguardi. Mentre parlo, mentre leggo, mentre ascolto, scopro che mi sto annoiando. Cerco di risvegliarmi provando a fare un discorso sullo sguardo che uno scrittore deve gettare sulla città, uno sguardo che ha il dovere delle complessità, il dovere di una sincerità senza censure, che comprenda tutto lo spettro delle possibilità che l’esperienza dell’esistenza offre, che comprenda la luce e il buio, il marcio e la polpa. Provo a usare espressioni dissonanti alla retorica della decadenza, a chiedere contenuti che non si limitino ad alimentare il mito dei tempi terribili. Le risposte che ascolto ritornano allo stagno in cui ogni discorso su Taranto sembra inevitabilmente dover rifluire: non c’è nulla da raccontare qui, se non il marcio. Le mie parole sono considerate come nostalgiche di una scrittura di regime, dello “statalismo etico”; nel migliore di casi vengo benevolmente trattato come un ingenuo di belle speranze: non bisogna nascondere la testa sotto la sabbia, la città sta messa male, la speranza è un lusso che a Taranto non è concesso. E io penso che devo aver usato le parole sbagliate, perché è proprio quello che pretendo, una testa alta, fuori dalla sabbia, occhi aperti, uno sguardo potente capace di vedere quello che a Taranto, come in qualsiasi altro posto in cui batta il cuore di un solo uomo, non manca: terra, acqua, teste, braccia. Possibilità. Lo penso, ma non dico più nulla, rinuncio alla ricerca della comprensione. Scopro che non mi interessano più queste parole, non mi interessano più i binari su cui si è incanalato il dibattito culturale su Taranto, che pure tante volte ho alimentato.

Non mi interessano le voci violentate, disgustate… mi annoiano le voci arrabbiate, indignate, accusatorie, perché sono voci mutilate che corrono su binari morti. E allo stesso modo mi annoiano le voci ottimistiche, le voci entusiastiche, zuccherate, disinnescate, nostalgiche, folkoristiche, perché sono voci che negano le realtà.

Non ne posso più dei balletti dei pessimisti e degli ottimisti. La domanda è: chi la cambia questa città?

Tutti gli “scrittori” tarantini che mi è capitato di leggere recentemente – Argentina, De Cataldo, Langiu, Leogrande, Bellucci, Piccinni, Liviano, Antonacci  – hanno raccontato la città impedendosi l’accesso alle tonalità più chiare dello spettro dei colori esistenti, tonalità che non possono non fare parte dell’esperienza di ogni essere umano; hanno scritto con le dita legate dal pudore verso qualsiasi umore che non fosse vincolato ai pregiudizi del pensiero cinico. E se, nel considerarli singolarmente, si possono apprezzare gli esiti eccellenti di alcune narrazioni in cui la discesa nell’inferno si trasforma in straziante grido di dolore o di lavori surrogatori dell’informazione di tipo giornalistico, nel complesso la panoramica delle opere prodotte su Taranto negli ultimi due anni, non può non rivelare un orientamento che trova la sua matrice comune nell’incapacità di un investimento emotivo proiettato dietro la superficie delle cose, un investimento emotivo capace di zoomare sulla realtà e intravedere possibilità diverse dalla catastrofe e dalla corruzione

Il sarcasmo, l’indignazione, l’ironia sono toni efficaci per smascherare la sgradevolezza della realtà, ma questa sgradevolezza è stata già smascherata e smascherata e smascherata e, dagli anni ’70 in poi i toni del sarcasmo, dell’indignazione, dell’ironia si sono così diffusi da diventare il nostro ambiente, il nostro linguaggio, sino al punto da non capire più che è solo una delle prospettive possibili e oggi “pochi osano parlare di altri modi, perché temono di sembrare sentimentali e ingenui agli occhi degli ironisti stanchi di tutto” (D.F. Wallace). Allo stesso modo schiavizzante è il linguaggio del marketing territoriale, il linguaggio campanilistico dell’orgoglio ad ogni costo, quello di chi pensa che è vero che a Taranto ci sono dei problemi ma la colpa non è nostra e “i problemi ci stanno ovunque”.

Il fondo del discorso è questo: chi crede che Taranto è persa in un vortice inesorabile, lascerà la città così com’è, fuggirà alla prima occasione per tornare ai due mari ad agosto e Natale, perché non si combattono le battaglie perse. Chi pensa che la città non è diversa da molte altre e che qui in fondo si vive meglio che in molti altri posti, egualmente lascerà le città così com’è: cercherà una nicchia al riparo dal vento che batte la città d’inverno, aspettando giugno per andare al mare.

A me pare evidente che nell’alveare metropolitano jonico lo squallore e il dolore degli oppressi convivono con l’inevitabile varietà che è sigillo della nostra “specie”. Io sarei disposto a lasciarmi appassionare da sguardi che, senza cedere al disgusto o all’infatuazione, si mettessero a girare per le strade della città con lo scopo di fare esperienza, di fare esperienza sul serio perché credono ancora che la realtà, le facce, le parole della gente, possano modificare profondamente la propria sensibilità. Sguardi disposti a lasciarsi sommergere da un flusso di vita che nessun essere umano riuscirà mai ad agguantare e a restituire in pieno. Sguardi che conservano la tensione, perché includono la possibilità del bene e quella del male, dello sprofondamento e del volo, perché non pretendono di “padroneggiare” il materiale narrativo di una città, ma lo riconoscono “eccedente” e quindi ogni loro passo può essere occasione di una sorpresa. Parole in cerca di una movenza, di un’emozione, in cerca di una traccia di qualcos’altro.

Io mi entusiasmerei per quei libri capaci di rivelare posti che nemmeno sospetto esistere, aspetti nuovi, accostamenti segreti, sotterranei, nascosti. Mi interessa questo arare terreni pietrosi tirandone fuori frutti che erano lì, sotto i miei occhi, ma avevo smesso di vedere. Sguardi capaci di amare la mia città non tanto da volerla lasciare così com’è, ma non così poco da non volersene più immischiare.

Capaci di fare esplodere la bolla mentale post moderna del pensiero della crisi contrapposto al pensiero del progresso, raffreddando l’euforia dei nostri pii desideri e la paura di minacce incombenti, per riprendere a guardare in faccia la realtà di ogni giorno, concentrandosi sulla varietà immensa di modalità con cui una persona può decidere di abitare questo terrificante splendido mondo.

(Articolo già pubblicato su “La voce del popolo”. Foto di Paola Padula.)