BombaBibbia Report (01/2011)

Luce, lingua, parola: ecco le tre keywords dell’ultimo incontro di BombaBibbia. Il Salmo 36 (35), si apre con una radicale disanima del malvagio secondo le Scritture. “Empio” non è tanto il ladro, l’assassino o l’immorale, quanto colui che ha interiorizzato una visione falsata («le sue parole sono cattiveria e inganno» v. 4) fino a varcare le soglie dell’autoinganno («egli s’illude con se stesso […] nel non trovare la sua colpa e odiarla» v. 3). Autoaccecandosi ha cancellato la differenza tra luce e buio, e ora – smarrito il rapporto con la realtà – brancola nel labirinto di specchi dell’autogiustificazione. Il salmista si rivolge allora al suo Signore con un’immagine sorprendente: «alla tua luce noi vediamo la luce» (v. 10). Come? Se la luce è ciò che permette di vedere, come può esserci bisogno di un’altra luce per vedere la luce stessa? Inevitabile ripensare al primo incontro di quest’anno, quando abbiamo scoperto l’esistenza di un altro genere di luce, la “luce che è tenebra”…

Anche il Libro del Siracide 5,9-13 ci conduce a una riflessione sull’uso della lingua. «Una sola sia la tua parola» (v. 10b) avverte l’autore, anticipando l’altrettanto secco detto di Gesù: «Sia il vostro parlare “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno» (Matteo 5,37 ). Anche qui il sigillo della malvagità non è un determinato atto morale – che ne sarà semmai conseguenza – ma l’atteggiamento a monte: il nascondersi nello spazio tra il sì e il no, nella terra dell’ambiguità. «Una sola sia la tua parola», ribadisce il Siracide, calando come un machete sulla boscaglia della chiacchiera autoassolutoria. Un brusco invito ad adoperare un linguaggio conciso e… chiaro: proprio come la luce.

Anche qualcun altro ha pensato di portare il Siracide (37,16-26) e il brano proposto è in perfetta continuità con quello precedente. Ecco una galleria di caricature della saggezza che sembrano piovute dentro la Bibbia da qualche salotto televisivo: il tuttologo, il poseur, il divo accademico… tutti preoccupati di se stessi. Ma la premessa a questa sfilata di personaggi è di quelle che fanno tremare: «Principio di ogni opera è la parola […] su tutto domina sempre la lingua» (v. 18). E quel “tutto” include le quattro scelte fondamentali, «bene e male, vita e morte». La «parola» – e non la «ragione», come traduceva CEI ’78 – è la voce del cuore, dunque, testimone di scelte e di convinzioni abissali e per lo più irriflesse per lo stesso parlante. Non una constatazione da poco, nell’era dei talkshow e della politica-cabaret…

Intanto il profeta Amos continua, come nel primo incontro, la sua sfuriata contro Israele. Stavolta siamo al capitolo 4, dopo che il Signore, irato come solo le divinità e le donne sanno essere, pare aver inviato contro il suo popolo le dieci piaghe d’Egitto: siccità, malattie, carestia, guerra, fuoco dal cielo. Francamente c’è da chiedersi se Egli non abbia qualche problema con le strategie di seduzione. Già, perché proprio di seduzione stiamo parlando. Ogni cataclisma si conclude infatti con lo sconsolato ritornello: «…ma voi non siete tornati a me» (vv.  8, 9, 10, 11). C’è in questa anafora una nota di malinconica sconfitta tutta maschile, quella dell’amante  furibondo di gelosia che ha tentato di riprendersi l’amata perfino con la violenza. E neppure così c’è riuscito. Fallimento totale. Per Dio è qualcosa di tanto inaccettabile e disperante da indurlo ad andare contro la propria stessa natura, cambiando l’aurora in tenebra (v. 13): che ne è del Dio che illuminava la luce stessa? Siamo proprio agli antipodi. La conclusione è un annuncio solenne e minacciosamente maestoso: poiché non sei tornato a me, o Israele, verrò io da te – «preparati all’incontro!» (v. 12). Perché è questo che Egli vuole, a ogni costo: un incontro. Fosse pure per prendersi uno sputo o dare un ceffone, ma ad abbandonare o essere abbandonato, Dio proprio non ci sta.

Elencando le espressioni della propria potenza, il profeta Amos dice che il Signore è colui «che manifesta all’uomo qual è il suo pensiero» (v. 13). Anche nei Vangeli il Padre «vede nel segreto», come spiega Matteo 6,5-15: egli sa che l’uomo è mutevolezza, così sfuggente da sfuggire persino a se stesso, così sfuggente che riesce a mentire perfino finché prega, come fanno «gli ipocriti» (v. 5). Anche nella preghiera, come in qualunque uso della lingua, ci vuole concisione e chiarezza: «non sprecate parole» – avverte Gesù prima d’insegnare il “Padre nostro” – perché Dio non ascolta «a forza di parole» (v. 7).

Karl Marx, Sigmund Freud e Friedrich NietzscheA proposito di preghiera: lo sapevate che la Bibbia contiene un trattato di ateologia? Proprio così. Perché il primo passo per pregare è fare a pezzi le false immagini divine, gli eidola – gli idoli. Sapienza 14,12-21 è di una modernità incredibile, un’indagine sulla corruzione dei meccanismi dell’immaginazione e perfino una denuncia dell’arte a servizio del potere. Si descrivono due meccanismi che avrebbero originato delle immagini divine menzognere: una proiezione del rapporto padre-figlio e una proiezione del rapporto re-sudditi. Non so voi, ma io ho il sospetto che due maestri del sospetto abbiano fatto il loro bravo plagio…

Concludiamo infine con il Prologo di Giovanni 1,1-5: sul significato di quel Logos non potremo che continuare a rovellarci, come già il Faust di Goethe all’inizio dell’opera, subito prima che Mefistofele gli si palesi: camuffato sotto forma di cane, il maestro della menzogna è costretto a rivelare la sua forma quando il buon Faust legge ad alta voce i suoi tentativi – sempre insoddisfacenti – di tradurre il passo. Problemi di traduzione non ce li aveva soltanto lui, comunque, se la CEI ’78 recita: «La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta» (v. 5), mentre la nuova versione dice che «le tenebre non l’hanno compresa», ricollegando la “luce” al “Verbo/Parola”. Proprio perché è una Parola chiara, una Parola netta e distinta, visibile, circoscritta e limitata, mai ambigua né indefinibile. Una Parola-Luce, insomma: esattamente il contrario delle tenebre. Non si può fargliene una colpa, poverine, se non l’hanno compresa.