BombaBibbia Report (10/2010)

BibbiaIl nuovo anno di BombaBibbia? Novità e continuità. Novità perché al primo incontro si sono aggiunti cinque nuovi amici, continuità perché… qualcuno ha portato lo stesso brano che ha chiuso il precedente ciclo di laboratori. Parliamo di Isaia 55, un capitolo colmo di immagini che s’inenellano l’una nell’altra: l’appello a chi ha sete («O voi tutti assetati venite all’acqua», v. 1), l’arrivo delle piogge («scendono dal cielo e non vi ritornano / senza avere irrigato la terra», v.10) e il rifiorire della terra («tutti gli alberi dei campi batteranno le mani», v.12). Tutte immagini della Parola, che esce dalla bocca come saliva, come un oggetto, come un fatto concreto e non un flatus vocis.
A seguire la storia di Giuda e Tamaar raccontata in Genesi 38: più piccante di una novella bocaccesca, più astuta di una novella da Mille e una notte, così umanamente universale che Thomas Mann la riprenderà nel grandioso affresco di Giuseppe e i suoi fratelli. Omicidi, invidie, gelosie, stratagemmi. Il desiderio prepotente di una discendenza. Una cananea che agisce meglio di un capo israelita. Vedove che sembrano atteggiarsi a prostitute, patriarchi che si rivelano tutt’altro che venerabili in un gioco delle parti che ricorda il confronto tra il profeta Nathan e il re David. E un particolare significativo: «Allora glieli diede e le si unì. Essa concepì da lui. Poi si alzò e se ne andò» (vv.18-19). Un concatenamento di fatti. Ma, fosse stato un testo contemporaneo, avremmo letto: «Allora glieli diede e le si unì. Poi si alzò e se ne andò. Qualche tempo dopo essa concepì da lui». Invece l’ordine degli addendi è diverso. Il concepimento è lì, conficcato come una freccia immediatamente dopo l’atto sessuale e altrettanto reale, un’azione concreta come l’alzarsi in piedi e l’andarsene.

Con Matteo 6,22-23 ci troviamo davanti a un distico enigmatico: «La lampada del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro [nuova CEI: “semplice”], tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!». Pare di essere in una grotta, nel quale si accende una illuminazione interiore, una consapevolezza. Eppure… si parla di una luce che è tenebra! Come può esserci una luce che è oscura e impedisce la vista? Lo scopriremo dopo, leggendo un’altra pagina…

Il profeta Amos 9,1-10 ci getta in pasto all’ira divina. Dio perseguita il peccatore, lo insegue con accanimento da cacciatore, scoperchia mari e abissi per trovarlo. Ma c’è un finale a sorpresa: «Non sono io che ho fatto uscire Israele dal paese d’Egitto, i Filistei da Caftor e gli Aramei da Kir? Ecco, lo sguardo del Signore è contro il regno peccatore» (vv.7-8). In poche parole viene abbattuta la retorica del nazionalismo religioso. Dio è un Dio che libera tutti, non solo gli eletti: anche i Filistei, anche gli Aramei, anche gli Etiopi. Per Amos non esiste una geografia del male, un popolo destinato a incarnare il nemico, quanto piuttosto un generico «regno peccatore»: il regno del peccato non ha un volto o confini specifici, è una rete che si annida ovunque, quasi una società segreta con affiliati in ogni dove. Ecco spiegata la necessità della furia cacciatrice descritta all’inizio!

Anche in Luca 3,1-9 troviamo un’invettiva violenta, quella di Giovanni il Battista, colui che manifestò la sua irruenza fin dalla gravidanza di sua mamma Elisabetta, scalciando vigorosamente per salutare il cugino. Anche la parola annunciata da Giovanni («voce», «grido», v. 4) è qualcosa di più del semplice parlare: annuncia la dimensione ortopedica della salvezza. Perché attendere significa dare pienezza a ciò che vuoto («ogni burrone sia colmato», v.5) e rendere umile («tapèinos») chi si pone sul piedistallo («ogni monte sia abbassato», v.5). In attesa di chi? Il Salmo 72 (71),1-9 descrive proprio l’arrivo di colui che il Battista annuncia, un portatore di giustizia (la parola «giustizia» viene ripetuta ai vv.1,2,3,4,7) che giunge come «pioggia sull’erba falciata» (v.6): quasi musicalmente, come una mattina di rugiada.

Infine il Laboratorio si chiude con due brani sul pane. In Marco 8,14-21 assistiamo a un malinteso tragicomico tra Gesù e i discepoli: entrambi parlano di pane, ma Gesù sta dando un avvertimento («guardatevi dal lievito dei farisei»), mentre i discepoli sono preoccupati delle provviste! Flannery O’Connor ripeterà un equivoco simile nel romanzo Il cielo è dei violenti (cap. X), ma mettendolo in scena con… un giovanissimo omicida, un camionista e un tramezzino. Gesù, piuttosto esasperato, si appella ai sensi dei suoi discepoli: «E non vi ricordate, quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Dodici». «E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Sette» (vv.19-21). Le risposte dei discepoli, comprensibilmente imbarazzati e denudati da ogni possibile giustificazione, sono telegrafiche: una lezione di realismo che neanche nei dialoghi di Carver…
Realismo insolito quello di Matteo 4,1-11: il passo delle tentazioni. E ancora una volta si parla di pane. Gesù e il diavolo dibattono sulla parola di Dio con un ritmo da tennisti, come in un’aula giudiziaria, come in una disputa tra rabbini. E in fondo, la vera posta in gioco tra Gesù e il cattivo spirito è proprio questa: qual è il modo corretto di leggere la Bibbia? Satana è un cattivo esegeta, perché assolutizza singole affermazioni. Gesù guarda al senso complessivo dell’opera, rievoca altri passi, contestualizza. C’è dunque anche un uso della Parola divina che può essere demoniaco, c’è una luce che può diventare tenebra, come avvertiva il brano di Matteo 6,22-23. E la differenza è tutta lì: il tuo occhio come vede? come ti avvicini al testo? come leggi?