Uno scoppio d’iris

Una certa visione tardo-romantica della vita e dell’arte, tutt’ora attiva, impone un sentimento tragico e lacerato dell’esistenza e una coscienza fortemente soggettiva e tesa verso l’indefinito.

Ciò ha una valenza duplice: se potenzia l’esperienza creativa, d’altra parte la fa contemporaneamente esplodere in derive decadenti, rendendola introversa e rancorosamente inquieta. In nome della creatività così la vita viene invasa e assimilita in una sorta di “vampirizzazione” faustiana e narcisistica.

Questa visione dell’arte spinge l’occhio a introflettersi, a guardare a sé e alle proprie viscere di sentimento e sofferenza, mentre l’occhio dovrebbe estroflettersi e guardare al mondo in una visione che mai si riduce ad una brillante o desolata o patologica visionarietà.

Le parole più profonde sono sempre il frutto di una visione lucida, esatta e non il risultato empirico di una ricerca viscerale e soggettiva. Ce lo hanno insegnato i classici, ma anche i grandi poeti cinesi. Nominare significa vedere il mondo, ordinarlo in una prospettiva.

La parola poetica vive innanzitutto dell’esperienza (non trasognata né degradata) del mondo. Ogni parola è incatenata al mondo e “le parole progrediscono interrandosi”, scriveva William Carlos Williams, l’autore di questi versi, così freschi di mattino, che consegno alla nostra estate:

uno scoppio d’iris così
scesi per la
colazione
esplorammo tutte le
stanze in cerca
di
quel profumo dolcissimo e da
prima non riuscimmo a
scoprirne la
sorgente poi un azzurro come
di mare ci
colse
in sussulto improvviso di tra
gli squillanti
petali.