Avvento storico e avvento personale

sezione6La venuta di Cristo in terra sul finire del I secolo era davvero attesa con una straordinaria sintonia culturale in tradizioni e ambienti diversi. Ad attestarcelo è soprattutto Virgilio con quei versi tanto noti quanto enigmatici della IV Bucolica:

È arrivata l’ultima età dell’oracolo cumano:
il grande ordine dei secoli riprende dall’inizio.
E già ritorna la vergine, ritornano i regni di Saturno,
già una nuova stirpe discende dall’alto del  cielo.
Tu, o casta Lucina, proteggi il fanciullo che sta per nascere,
con cui finirà la generazione del ferro e in tutto il mondo
sorgerà quella dell’oro: già regna il tuo Apollo.
Sotto di te console inizierà la gloria di quest’era,
o Pollione, e i grandi mesi cominceranno a trascorrere.
Con te guida, se resteranno tracce dei nostri delitti,
esse saranno vanificate e le terre sciolte dall’eterna paura.

Al di là delle questioni storico-biografiche sull’identificazione del puer di cui parla il poeta, è interessante cogliere e sottolineare l’anelito di rinnovamento che egli esprime e che lega ad una nascita, già di per sé simbolo di novità e di crescita. E’ molto probabile che Virgilio, spirito di profonda sensibilità e grande finezza intellettuale, avesse conosciuto e compreso nel profondo del suo significato il messaggio dell’attesa messianica del mondo ebraico, quel mondo così lontano da quello greco e romano, tanto da essere oggetto di frecciate ironiche da parte di un poeta come Orazio, meno incline a cogliere messaggi di spiritualità per la sua visione bonariamente epicurea della vita. Probabilmente Virgilio conosceva il cap. 9 del profeta Isaia, con cui avvertiamo forti consonanze lessicali:

(5) Poiché un bambino è nato per noi,
ci è stato dato un figlio.
Sulle sue spalle è il segno della sovranità
Ed è chiamato:
Consigliere ammirabile, Dio potente,
Padre per sempre, Principe della pace;

(6) grande sarà il suo dominio
E la pace non avrà fine.

Forse il poeta romano, ancora giovane e in cerca di una sua voce poetica originale ed autenticamente personale (come ci attesta l’eclettismo delle Bucoliche) ha fatto proprio il tema dell’attesa e del rinnovamento del profeta ebraico e l’ha piegato alle esigenze dei rapporti che la società romana richiedeva. Ma cosa si aspettavano i Romani del tempo? Dai testi degli autori che possediamo non siamo in grado di ricavare molto: si auguravano soprattutto una situazione di vita più serena e tranquilla, dopo le lacerazioni e gli orrori delle guerre civili, indubbiamente attendevano anche risposte agli eterni interrogativi dell’uomo sul suo destino, a cui né la religione tradizionale, né i culti misterici sapevano darne di soddisfacenti. Ma possiamo anche chiederci su quale terreno culturale ricadesse questo messaggio di attesa di novità e di speranza di rinnovamento che si realizzerà nel mondo ebraico, ma ben presto ricadrà in quello greco-romano: noi siamo portati a immaginare la società del tempo (soprattutto per suggestioni narrative e cinematografiche) come un mondo di gaudenti dissoluti, a cui il cristianesimo ha portato imperativi morali e minacce di castighi eterni. In realtà in quel mondo era ampiamente diffuso un raffinato spiritualismo intellettuale e filosofico, di cui a Roma le espressioni più elevate e a noi meglio note erano appunto Virgilio e Cicerone, i cui orientamenti di pensiero si nutrivano della tradizione filosofica diventata ormai piuttosto eclettica, che per il primo poteva avere una più rilevante componente pitagorica, mentre per il secondo, platonico, ma che aveva comunque in comune uno spiritualismo in senso dualistico, in cui al corpo, contingente e negativo, si contrapponeva lo spirito, positivo ed eterno. Che nella società del tempo ci fosse un diffuso sentire spirituale e un condiviso senso di attesa ce lo dimostra con notevole evidenza anche il discorso di Paolo ad Atene, centro tradizionale di alta cultura, anche se ormai meno moderno e vivace rispetto alle nuove realtà di Alessandria  e di Roma. Leggiamo il cap. 17 degli Atti degli Apostoli in cui l’episodio ci viene narrato:
(21) Tutti gli Ateniesi e gli stranieri che lì si trovavano non avevano altra occupazione che dire ed ascoltare novità. (22) E Paolo, in piedi in mezzo all’Areòpago, disse: “Ateniesi, vedo che sotto tutti gli aspetti siete estremamente religiosi. (23) Poiché, passando, ed osservando le testimonianze del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: Al dio sconosciuto. Orbene, ciò che voi adorate senza conoscerlo, io ve lo annunzio. (24) Il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso, essendo Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo; (25) e non è servito dalle mani dell’uomo, come se avesse bisogno di qualcosa; lui, che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa. (26) Egli ha tratto da uno solo tutte le nazioni degli uomini perché abitino su tutta la faccia della terra, avendo determinato le epoche loro assegnate, e i confini della loro abitazione, (27) affinché cerchino Dio, se mai giungano a trovarlo, come a tastoni, benché egli non sia lontano da ciascuno di noi. (28) Difatti, in lui viviamo, ci moviamo, e siamo, come anche alcuni vostri poeti hanno detto:”Noi siamo infatti anche sua stirpe”. (29) Essendo dunque discendenza di Dio, non dobbiamo credere che la divinità sia simile a oro, ad argento, o a pietra scolpita dall’arte e dall’immaginazione umana. (30) Dio dunque, passando sopra i tempi dell’ignoranza, ora comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano, (31) perché ha fissato un giorno, nel quale giudicherà il mondo con giustizia per mezzo dell’uomo ch’egli ha stabilito, e ne ha dato sicura prova a tutti, risuscitandolo dai morti”.
Come sappiamo, Paolo era un grande comunicatore, molto abile a stabilire un terreno d’incontro con i suoi ascoltatori, per cui lui che viene da una cultura così diversa e lontana, seppure antica e profonda, fa riferimento, oltre che alla statua già esistente, ad alcuni vostri poeti per creare un patto d’intesa con il suo pubblico. Il riferimento è ai Fenomeni di Arato quando si dice: Incominciamo da Zeus! Ma noi uomini lasciamo il Suo nome nel silenzio; le strade, i mercati degli uomini sono pieni di Lui, ne sono pieni il mare, i porti, tutti dappertutto a lui legati da debito eterno. Noi siamo infatti anche sua stirpe, versi che riprendono l’Inno a Zeus di Cleante (Da te infatti noi traiamo la stirpe). Questo proposto dalla tradizione poetica classica è un dio diverso da quello della rivelazione ebraica: è un dio che non è persona e che da sempre è nelle cose, esse stesse da sempre esistenti e quindi non create, ma la citazione di Paolo estrapola un breve frammento per cui non si generano perplessità o contrapposizione da parte dei suoi uditori. Sarà invece la successiva esplicita affermazione della resurrezione dei morti che creerà dubbi ed incredulità. Infatti il racconto degli Atti prosegue dicendo: (32) Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni se ne beffavano; e altri dicevano:”Su questo ti ascolteremo un’altra volta”. (33) Così Paolo uscì di mezzo a loro. Ecco la vera novità del Cristianesimo che lo contrappone allo spiritualismo dei Greci e dei Romani, i quali già avevano il concetto della vita dopo la morte caratterizzata da premi o castighi a seconda di come ci si era comportati durante la vita, come vediamo dal l.VI dell’Eneide di Virgilio e dai capitoli finali del De Repubblica di Cicerone, quelli che la tradizione ha tramandato autonomamente con il titolo di Somnium Scipionis, dove si afferma che un trattamento di particolare considerazione verrà riservato nell’aldilà a quanti avranno operato positivamente durante la vita per il bene comune con il loro attivo impegno politico. Il punto di più netta diversificazione tra classicismo e cristianesimo è quindi l’annuncio del corpo destinato a risorgere, che costituisce motivo di stupore e di scandalo. Questo concetto porta ad uno scontro sulla positività della materia, materia che da Dio è stata creata, materia che viene salvata per il fatto stesso che Cristo facendosi uomo ha voluto indicare che Dio non ha orrore della carne umana, materia che viene valorizzata soprattutto nella prospettiva della risurrezione dei corpi. Su quest’annuncio che, come ci fa appena intravedere il discorso di Paolo, avrebbe potuto costituire un motivo di ardito scontro intellettuale, in realtà la contrapposizione non è avvenuta, perché i maestri pagani dell’eclettico spiritualismo classico si fanno cristiani e portano nel primo cristianesimo delle scuole quella spiritualizzazione a tutto svantaggio della materia e della carne che indebolisce l’identità di scandalo dell’annuncio cristiano. Ben presto il  cristianesimo si viene sempre più delineando come uno spiritualismo innocuo che abbandona lo scandalo della resurrezione del corpo. Di questo allontanarsi dalla corporeità possiamo trovare una spia linguistica nella traduzione dell’espressione ò karpòs tès koilìas sou dell’Ave Maria, in cui la letterale il frutto del tuo utero,  ancora presente nel  latino ventris, viene progressivamente sostituita con i vocaboli italiani grembo e seno. Qualcosa di simile possiamo dire anche riguardo la resurrezione del corpo, se prendiamo in considerazione la traduzione del Credo (ovvero Simbolo niceno-costantinopolitano ) presente nell’attuale canone della Messa. Quando diciamo infatti Aspetto la risurrezione dei morti, esprimiamo un’idea molto più debole di quella presente nei verbi greci e latini prosdokoùmen ed expecto che indicano piuttosto ho piena fiducia; così la successiva espressione la vita del mondo che verrà è anch’essa indebolita da quel che verrà che non esprime pienamente il greco méllontos e il latino venturi, che dànno entrambi l’idea di qualcosa che in futuro sicuramente accadrà.
L’Avvento storico è stato dunque un’attesa molto forte che ha portato a qualcosa di dirompente e scandaloso: ha portato ad una nascita che ha proiettato la luce di una condizione completamente diversa della morte, ha portato ad una visione completamente nuova della materia, e quindi del corpo, perché creata e riscattata dalla resurrezione. Una lettura attenta dei testi dovrebbe guidarci nel nostro personale itinerario di avvento  a recuperare questa autenticità.

(L’immagine riproduce un quadro della pittrice Jole Caleffi)

Nessun commento a “Avvento storico e avvento personale”

  1. Stas' Gawronski ha detto:

    Rosa Elisa, grazie per questo tuo intervento poderoso… Wow!

    La tentazione di dividere corpo e anima mi sembra che nasca dalla difficoltà dell’uomo di riconoscersi limitato, impotente, fragile come un vaso di coccio. Sublimare la parte spirituale e dare al corpo una connotazione negativa non è un tentativo di rimuovere il problema della nostra precarietà su questa terra? Non è forse una fuga da una realtà scomoda, ma anche una rinuncia alla nostra libertà? Credo che lo stesso avvenga quando il pendolo oscilla verso l’altro estremo ovvero quando diamo al corpo un’attenzione esasperata.

    Pascal parlava di molti miseri perduti (come lui) che (diversamente da lui) dopo aver visto qualche oggetto gradevole vi si sono gettati e vi si sono aggrappati. Oggi questo “oggetto gradevole” è, per esempio, l’immagine che ci propone il marketing dei prodotti contro l’invecchiamento. Questa immagine ci invita a decidere di non morire e a trarre da noi stessi una nuova forma di vita. Il copione si ripete come nel racconto di Adamo ed Eva (Ma il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangereste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio” Genesi 3, 4-5): l’illusione di essere, anche solo per un attimo, onnipotenti.

    Nella ricerca di questa onnipotenza l’uomo è in lotta con se stesso, con la propria storia e, senza saperlo, anche con Dio. Alle pubblicità delle creme per il viso mi sembra che ancora risponda la voce che ammoniva Giobbe con forza dicendogli: Dov’eri tu quando io fondevo la terra? […] Sei forse venuto dal fondo del mare, e hai forse passeggiato nelle impronte delle fiere? Ti sono forse dischiuse le porte della morte? […] Sapevi forse in quale tempo saresti stato generato? E quanti sarebbero stati i tuoi giorni? Un richiamo a un sano realismo che però può essere disperante. A meno di non distogliere lo sguardo dalla nostra impotenza e di scorgere in essa una strada alternativa per superare la nostra finitudine.

    Non è un caso che l’esperienza della gloria di Dio per molti si compia nel modo più inaspettato ovvero nel momento di maggiore fallimento e prostrazione (per gli apostoli è subito dopo la crocifissione del loro Maestro). L’impotenza è uno specchio (profondo quanto il dolore fisico e morale che la rivelano) nel cui riflesso troviamo il punto di incontro tra visibile e invisibile, tra corpo e anima, tra noi e Dio. Insieme al nostro vero volto vediamo improvvisamente quello del Dio fatto uomo, morto e risorto. Il volto di un “idiota” perché solo uno stupido si spoglierebbe della propria divinità per diventare un uomo totalmente privo di potenza, tanto da venire scannato senza colpa da una banda di uomini invidiosi. Questa pazzesca idiozia consente la sovrapposizione tra il volto dell’uomo e quella dell’uomo-Dio e la creazione di un ponte che risolve il dualismo che ci tormenta. Dostoevskji la mette in scena molto bene nel finale de “L’idiota” appunto: il principe Myskin avvicina il suo viso a quello dell’assassino disteso per terra e le sue lacrime cadono sulle guance di Rogozin che nel suo delirio è tanto impotente da non saper neppure piangere dopo il delitto compiuto (Alla fine egli si abbandonò sul cuscino, come se non avesse più forze, disperato, e premette il viso contro il pallido viso immobile di Rogozin: le lacrime scorrevano dai suoi occhi sulle guance di Rogozin).

    L’esperienza che risolve il dualismo tra anima e corpo è quella dell’incarnazione del Cristo, l’evento storico che costituisce il cuore del Cristianesimo: la sintesi suprema di materia e spirito, di visibile e invisibile, di finito e infinito. Ma un termine come “incarnazione” è incomprensibile e inutile fino al momento in cui l’uomo non riconosce la presenza della potenza nell’impotenza della sua condizione. Essa si rivela quando l’uomo scorge nel suo volto tumefatto dalla malattia o dalla vecchiaia o dal male compiuto il volto dell’idiota che si rende addirittura disponibile a piangere le lacrime che non sa piangere, il volto dell’onnipotente-idiota (vogliamo parlare di questo dualismo?) che ha voluto fare esperienza dell’impotenza umana per offrire a ognuno gratuitamente, nel punto estremo del proprio fallimento o impotenza, la forza di cui ha bisogno per risorgere e addirittura vivere in eterno. Credo che solo un innamorato può essere tanto idiota, ma questa è un’altra-stessa storia.

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