L’osso di Dio

Intervista di Rossana Mitolo a Cristina Zagaria

Copertina de

Copertina de "L'osso di Dio"

Per la prima volta un caso di lupara bianca si risolve con il ritrovamento di qualcosa dello scomparso. Certo, poca cosa, se a ritrovarsi è stato soltanto un osso. Una clavicola, per la precisione; è la clavicola del giovane Santo Panzanella, ucciso dalla ‘ndrangheta per aver avuto una relazione con la moglie di un boss. Dopo la sua sparizione, la madre, Angela Donato, femmina di mafia nella giovinezza, tira fuori gli artigli per mettere con le spalle al muro gli assassini del figlio. Al termine di quattro anni di estenuanti ricerche, di appostamenti, di notti di dolore e di travestimenti, la donna chiede aiuto alla polizia, decidendo di svelare molti dei segreti della mafia locale. Finalmente, i colpevoli sono individuati. Del corpo di Santo, trovata almeno una traccia. Alla mamma del ragazzo, soltanto un po’ di pace. A raccontare la storia di Angela Donato e della ‘ndrangheta calabrese, la giovane giornalista Cristina Zagaria ne L’osso di Dio (Dario Flaccovio Editore), un libro a metà tra cronaca e romanzo in cui, con determinazione e discrezione, l’autrice scandaglia cuori e ragioni di uomini protagonisti di realtà dai tratti spesso raccapriccianti.

Cosa ti ha spinto a raccontare questa storia, la malia esercitata dalla personalità complessa di Angela o l’urgenza di gettare luce su alcuni degli aspetti più agghiaccianti della ‘ndrangheta calabrese?

La ‘ndrangheta è una mafia tanto potente quanto silenziosa. Se ne parla pochissimo sui giornali, in tv, nei libri. Il primo richiamo perciò è stato, indubbiamente, quello della Calabria. In quella terra, poi, c’è stato l’incontro con Angela Donato e la sua vita “pazzesca”, che mi ha affascinato, appassionato e mi ha portato dentro il mondo della ‘ndrangheta, nella sua più semplice quotidianità; con i volti, i riti, la mentalità, che spesso sfuggono a chi è “forestiero”.

Nella fase preliminare al romanzo, che tipo di rapporto hai avuto con Angela e, soprattutto, qual è il punto di vista privilegiato da cui lei ti ha fatto guardare la ‘ndrangheta?

Angela è stata una donna di mafia. Paradossalmente, per rivendicare la sua indipendenza di diciassettenne, nei confronti di un padre-padrone, ha scelto la mafia. Grazie al contrabbando di sigarette e di alcolici, grazie ad avventure al limite della legalità, e relazioni sentimentali con due boss di Lamezia negli anni 60, è diventata una donna autonoma, forte, economicamente indipendente. Ma questo le è costato caro: la mentalità mafiosa, i codici, le regole, sono penetrate nell’anima di Angela. È questo il punto di vista privilegiato. In genere chi racconta l”ndrangheta si basa su documenti e carte processuali o su avvenimenti di sangue. Grazie ad Angela, invece, io ho toccato la “mafia vissuta giorno per giorno”. Non tralasciando, ovviamente, l’altra parte del racconto: quella appunto delle indagini giudiziarie.

Insieme ad Angela, ti sei imbattuta nel mondo della criminalità organizzata calabrese arricchendo poi il tuo bagaglio di esperienze confrontandoti con poliziotti, ispettori, testimoni e gente del luogo. Alla fine dell’incontro con questa realtà, da cosa è possibile dire che sia costellato il mondo della mafia?

Rassegnazione. Accettazione. Spesso da parte, anche, delle forze dell’ordine: tranne appunto casi rarissimi,come le indagini per il ritrovamento del corpo di Santo, il figlio di Angela. Ma anche le indagini sulla scomparsa del ragazzo, prima di decollare hanno dormito per quattro lunghissimi anni e sono ripartite solo grazie al coraggio e alla tenacia di una madre pronta a tutto pur di riavere suo figlio. Rassegnazione e accettazione sono, secondo me, la forza della mafia in Calabria. Nessuno si ribella, perché non vede vie d’uscita. E chi ha il potere non teme scossoni, pentimenti, cambiamenti dell’ordine costituito, un ordine basato su riti ancestrali e una modernissima gestione economica degli “affari”.

Donna di mafia prima, madre coraggio poi. Alla luce di questo passaggio cruciale, è possibile parlare di Angela Donati come di un’eroina dei nostri giorni?

Un’eroina, ma non un’eroina positiva. A volte le parole, i ricordi, l’amore “bestiale” di Angela per i figli mi ricordano Medea. Però, allo stesso tempo, è anche una donna moderna e quindi complessa, in cui coraggio e fragilità si intrecciano. È questo il suo fascino: è un’eroina che ami spassionatamente, ma che avverti essere concimata dal male.

Sia nel primo che nel secondo romanzo, ti muovi all’interno di un genere che è a metà strada tra cronaca e romanzo. Quali i punti di forza di questo connubio? Quali i limiti? E quali i rischi?

Il punto di forza è la realtà. La storia di Armida Miserere (del romanzo “Miserere”) e quella di Angela Donato (“L’osso di Dio”) sono storie eccezionali. Se mi fossi seduta a tavolino e avessi voluto inventarle non sarebbero state mai così ricche, movimentate, intense, eccezionali. I limiti, invece, sono solo per l’io narrante: lo scrittore tende sempre a far trasudare in un romanzo la sua anima. Questo inevitabilmente succede anche a me, ma ho dei freni fortissimi, dei limiti: quelli appunto di rispettare il racconto, la vita, i ricordi, le emozioni di personaggi che sono persone in carne e ossa. I rischi? Nessuno, credo. Anzi, quando finisci un libro e sai che non hai letto solo un romanzo, ma un frammento di vita reale, credo ti senti più forte, più vivo.

Non credi che, a volte, date le caratteristiche del genere, il lettore potrebbe sentirsi spiazzato nel dover cogliere i confini tra cronaca ed invenzione?

Sì, infatti è la domanda che mi fanno più spesso i lettori. Ma nei miei romanzi l’invenzione è davvero ridotta al lumicino. Anche i dialoghi, i piatti cucinati e addirittura le condizioni meteorologiche sono ricostruiti con il rigore della cronaca. È quello il divertente. Nell'”Osso” , per esempio, il caldo afoso e la pioggia che finalmente a sera investe la piana di Lamezia, rompendo l’ansia di Angela il giorno in cui scompare suo figlio, non sono inventate, ma ricostruite grazie all’aiuto dei meteorologi dell’aeronautica militare. C’è, però, una scena: Angela cerca il corpo del figlio e finisce a sbattere contro un cancello, il piccolo imprevisto la mette in crisi, per la prima volta scoppia piangere. Questo cancello non esiste. Mi serviva un’immagine per rendere la forze e la disperazione di questa madre. Ma è solo un’immagine, i sentimenti che ci sono dietro a quel cancello con le teste di leone in cima alle sbarre di ferro, sono veri, potenti, reali.

Cosa rispondi a chi sostiene che i giornalisti dovrebbero occuparsi di cronaca evitando di intrufolarsi nel campo letterario?

Mi è capitato di andare ad alcuni festival del giallo e del noir e gli scrittori dicono che i noir e i gialli italiani di ultima generazione scandagliano la società, cercano delle risposte al “male di vivere”, alle grandi incertezze del presente. I giornalisti con questo presente impellente, urgente, sempre in emergenza, ci convivono tutti i giorni. Allora perché non sfruttare l’esperienza affinata nel lavoro quotidiano del giornale, per un approfondimento che sconfina nel campo letterario?

Com’è stato accolto il tuo libro in Calabria? Hai ricevuto risposte significative?

In Calabria ci sono grossi problemi di distribuzione del libro. Il Sud è anche questo, ma “L’Osso” con il passa parola piano piano si sta facendo strada, proprio come le voci delle madri dei desaparecidos italiani.

Ripensando ai giorni di ricerca trascorsi nella piana lamentina, che cosa ricordi con un sorriso?

Le fragole che mi ha offerto Angela la prima volta che ci siamo incontrate nella sua casa in campagna, erano gigantesche, dolci, buonissime, mai mangiate di così buone…

4 commenti a “L’osso di Dio”

  1. Silvia ha detto:

    Vorrei fare i complimenti all’autrice per il coraggio con il quale ha deciso di intraprendere questo cammino difficile attraverso campi sicuramente tagliati male;sono una ragazza tra l’altro di origini calabresi,ma vivo al Nord e credo che leggerò questo libro,spero che l’ottima impressione che ha fatto su di me possa colpire anche altre persone!
    La mia curiosità sta proprio nello scoprire qualcosa in più sulla vita della protagonista e sull’incubo che nasconde zone della Calabria che invece andrebbero liberate;sono convinta che il primo passo verso la libertà siano il coraggio e l’informazione.

  2. antonella ha detto:

    beh…che dire. magistrale il racconto. bella pur nella sua tragicità la storia. da calabrese credo di avere un metro di giudizio differente rispetto al resto del mondo. è una storia di degrado e di delinquenza. mi sento di dire però che calabria è sinonimo di tante altre cose, ma questa(per dirla alla Lucarelli) è un’altra storia…

  3. Peppone ha detto:

    Io vengo proprio dal paese da dove è succeso tutto questo,e ho anch letto il libro e devo deire che è stato interpretato alla lettera..
    io consiglio a tutti di leggerlo xchè davvero un capolavoro..

  4. alessia ha detto:

    Io sono di lamezia e c’è un mio amico k sta prendendo brutte strade… soprattutto per la famiglia poi sta sempre con il cugino che lo porta verso strade sbagliate,”affari” di cui non mi vuole parlare… gli ho regalato questo libro forse leggendolo capirà di quanto sta sbagliando.. lo spero tanto!

Prima di inserire un commento, assicurati di aver letto la nostra policy sui commenti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *