Gli amori dell’avvocato Turow

Se non avete letto il bestseller, sicuramente avrete visto almeno il film che ne venne tratto. Parliamo del thriller Presunto innocente (1987) di Scott Turow, reso indimenticabile grazie all’interpretazione di Harrison Ford. Vent’anni dopo Turow torna al suo romanzo d’esordio. Rusty Sabich, il protagonista, si risveglia con un cadavere nel letto. Quello di sua moglie. Ma aspetterà una giornata prima di avvertire la polizia… possibile che anche questa volta sia innocente?

Come mai è tornato ai personaggi di Presunto Innocente (1987) dopo oltre vent’anni?
«Mettiamola così. Il protagonista – Rusty Sabich – si stava approssimando al suo sessantesimo compleanno, proprio come me: Rusty è un anno più vecchio. E mi trovavo in uno stato d’umore particolare. Pensavo a quanto sia stranamente dinamica l’ultima parte della nostra vita e a quanto poco molti di noi siano disposti ad accettare il cambiamento in questa fase. Nella parte della vita nella quale i figli se ne vanno di casa e cominciano a morire alcuni dei nostri amici. È, insomma, la parte della vita nella quale c’è bisogno di ridefinirsi come persone. Cominciavo a capirlo anch’io solo allora, al mio sessantesimo anno. Ed è stata una sorpresa. Nel frattempo, come fanno tanti scrittori, mi appuntavo qualunque idea che mi passava per la testa nella speranza fosse quella per una nuova storia. E su un post-it mi ero scritto la frase: “Un uomo è seduto sul letto dov’è steso il cadavere di una donna”. L’avevo attaccata alla scrivania, ma da quel seme non era nato nulla. Lo tenni lì per un paio di mesi, se non di più, finché una mattina lo vedo e penso: “Ah! Quell’uomo è Rusty Sabich!”. Ed così è ricominciato il viaggio».

“Innocente” è una parola chiave del suo lavoro di scrittore e di avvocato. Cosa significa, per lei, l’innocenza?
«Probabilmente è uno stato dell’esistenza che si verifica di rado e in questo libro, naturalmente, la intendo sia come condizione legale sia come uno stato mentale. È un’ironia che una persona possa essere definita innocente e tuttavia sia sconsiderata o mancante di saggezza. Alla fine Rusty Sabich risulterà innocente sotto il profilo della legge, ma Dio solo sa di cos’altro mai è colpevole. E magari anche molto colpevole».

In questo romanzo i veri misteri sono le relazioni familiari. Possiamo dire che anche la vita in famiglia è un thriller?
«Quest’osservazione mi ricorda il botta e risposta che ebbe la grande scrittrice americana Flannery O’Connor all’epoca in cui insegnava all’Università dell’Iowa. A un certo punto una delle sue studentesse alza la mano in classe e dice: “Professoressa, io sono bravissima a scrivere, peccato però che non ho niente di cui scrivere”. E la O’Connor le risponde, fulminante: “Signorina! Chiunque abbia vissuto in una famiglia dopo il settimo anno di età ha certamente qualcosa di cui scrivere”. Quindi sono d’accordo con lei: non c’è alcun dubbio che i rapporti familiari siano una fonte incessante e perpetua di storie».

Lei è riuscito a scagionare alcune persone condannate alla pena capitale, tra le quali Alejandro Hernandez. Come ci si sente ad aver salvato qualcuno dalla morte?
«Hernandez era innocente sotto ogni profilo legale. E mentre lavoravo a quel caso io ho sempre detto che il giorno in cui avesse varcato l’aula giudiziaria da uomo libero, sarebbe stato il giorno della mia vita di avvocato nel quale mi sarei sentito più fiero. In effetti è stato così. Il giorno dopo la sua scarcerazione, Hernandez è venuto con sua madre nel nostro studio legale, dove avevo dato una piccola festa per le molte persone che avevano lavorato al suo caso. E devo dire che mi sono scese le lacrime nel vedere quell’uomo – incontrato fino ad allora solo nel parlatorio del penitenziario – libero, con sua madre, insieme a noi. È stato un momento indimenticabile. Detto questo, Alejandro Hernandez e Rolando Cruz sono stati prosciolti e scarcerati grazie al lavoro di dozzine di legali che hanno lavorato insieme a lungo. Nessun singolo può attribuirsene il merito».

Presunto innocenteIl web ha un ruolo importante in questo romanzo. Come ha cambiato la professione forense?
«Moltissimo, come tante altre. Con le mail è come se non uscissi mai dall’ufficio, perché t’inseguono e ti ritrovano. In seconda battuta, cos’è la pratica della legge? È la pratica di parole, documenti, informazioni. Le nuove tecnologie hanno cambiato l’accesso a questi dati in una maniera impressionante: ora posso andare a controllare in ogni momento le sentenze sono state pronunciate giorno per giorno nel mio Paese. Ieri parlavo con il mio editore dell’EBook e lui diceva: “Io non so assolutamente cosa succederà alle case editrici o ai librai o agli autori. Ma una cosa so: che agli avvocati gli andrà l’acqua per l’orto”».

Quali scrittori hanno maggiormente influito su di lei?
«Ne voglio menzionare quattro, ognuno per un motivo diverso. Saul Bellow, perché rappresentava l’intelletto letterario più raffinato dell’atmosfera nella quale sono cresciuto. Si figuri che andava al liceo insieme a mio padre e ho dovuto farci i conti perché, in fondo, la loro visione del mondo era simile. Questo mi è servito per affinare un certo tipo di sensibilità. Graham Greene, perché ha dimostrato che la giallistica può essere ancora e sempre narrativa di alto livello. Charles Dickens perché nessuno ha influenzato il mio modo di narrare più di lui. E infine una scrittrice americana di racconti e romanzi brevi che probabilmente da queste parti, come pure in America, non è molto conosciuta: Tillie Olsen. Per me è sempre stata una grandissima scrittrice, oltre che un’icona letteraria. E, alla fine, è stata anche mia insegnante».

(intervista parzialmente comparsa su Famiglia Cristiana 24/2010)

4 commenti a “Gli amori dell’avvocato Turow”

  1. angelo ha detto:

    bello.
    Flannery puo’ dire quello che ha detto perche’ come ha detto Antonio: “tiene costantemente i suoi personaggi allineati all’inizio delle loro possibilità”. Vedeva anche la vita che gli girava intorno con occhi diversi dalla media degli altri.
    Dwell in possibility.
    Ciao,
    Angelo.

  2. Andrea Monda ha detto:

    l’osservazione della O’Connor (sulla famiglia come momento e luogo di avventura) ricorda l’analoga riflessione di Chesterton, più volte ripresa dentro BC e che ora viene riproposta ai lettori italiani grazie alla recentissima ri-edizione del saggio “Eretici” ad opera della Lindau. Solo una visione sciatta della vita può contrapporre creatività e avventura e vita familiare.

  3. Paolo Pegoraro ha detto:

    Sì, Angelo, concordo al 100%: il problema non è avere una vita diversa dalla media, ma avere occhi più aperti della media. Bisogna avere «Occhi per vedere» (era il titolo di una recita che vidi alle elementari e mi rimase conficcato in testa). Perché nessuna vita è banale, mentre circolano troppi modi banali di guardare la vita. E in effetti è prima di tutto la VISIONE (come vedi) ad accomunare gli autori di un ipotetico canone di BC, non lo STILE (di vita o di scrittura che sia). E questa visione Flannery O’Connor, Charles Dickens, Gilbert Chesterton… la possiedono tutti.

  4. Paola Padula ha detto:

    Questa intervista mi ha commosso.
    Paola

Prima di inserire un commento, assicurati di aver letto la nostra policy sui commenti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *