Imperfetto, vero

Stavo passeggiando tornando verso casa e la musica di accompagnamento al mio cammino era quella che la playlist del mio Iphone trasmetteva in modalità shuffle; tutto insomma era lasciato al caso, aperto alla possibilità, ed io “bel bello” a tratti mi mettevo spontaneamente anche a fischiettare i motivi che si avvicendavano nelle cuffie. Quando è stato il turno di I don’t know how to love Him, il famoso brano cantato dalla Maddalena nella colonna sonora di Jesus Christ Superstar, ad un certo punto mi metto a cantare “mentalmente” seguendo la canzone finchè arriva un passaggio infinitesimale che accenno anche se non corrisponde alla musica che sto sentendo, un’impercettibile “deviazione” che so bene “da dove” arriva: da bambino ascoltavo questa canzone sul vecchio vinile e in quel preciso momento la puntina saltava e così nella mia memoria quel passaggio si è impresso come non è veramente, ma così come lo ricordo io. La musica trasmessa dai vinili a volte “saltava”, altre volte “friggeva”, era una musica ben diversa da quella pulita e perfetta che ascoltiamo dai cd o dai nostri più avanzati dispositivi.

La verità dovrebbe essere una (altrimenti che verità è?) ma qui c’è un conflitto: quale canzone è “più vera”, quella realizzata dagli autori o quella, difettosa, che è impressa nella mia “storia” con questa canzone? Ogni storia umana (e quindi anche artistica) è segnata dal “difetto”, come le macchine accumulate nello sfasciacarrozze sono ricche di vita vissuta e potrebbero narrare le loro avventure, mentre quelle schierate sfavillanti nel salone della concessionaria sono ancora mute, in-fanti.

Due immagini attraversano la mia mente: la prima è la Pietà di Michelangelo. Un tema che il grande scultore ha affrontato spesso nella lunga carriera artistica. Colpisce il contrasto tra la prima Pietà (sita nella Basilica di San Pietro), splendida opera giovanile, semplicemente perfetta, e l’ultima, la Pietà Rondanini a Milano, che invece appare un abbozzo di statua, un’opera ancora incompiuta.

Ben 55 anni distanziano le due statue e all’interno di questo lungo periodo il processo di “perfezionamento” sembra essere invertito: da giovane Michelangelo ha realizzato l’opera perfetta, completa, complessa, poi ha proceduto levando, togliendo (ablatio è il termine da lui usato) fino all’ultima Pietà così scarna, semplice, evocativa.
Come diceva il cantante folk americano Pete Seeger “Qualsiasi sciocco può fare qualcosa di complesso; ci vuole un genio per fare qualcosa di semplice”, dove “semplice” non vuol dire “chiaro”, anzi: la Pietà giovanile di Michelangelo è chiarissima (l’artista lavorò poco tempo nella realizzazione ma a lungo al lavoro di lima per rendere il marmo più splendente possibile), mentre la Pietà del Michelangelo vecchio, così appena tratteggiata, rimane nella sua semplicità, piena di fascino e di oscurità.
Del resto “se il mondo fosse chiaro, l’arte non esisterebbe” (Albert Camus).

La seconda immagine è molto più “bassa”, viene dalla pubblicità, ma forse oggi i “creativi” della pubblicità sono preziose antenne della sensibilità e dell’immaginario collettivo. Mi riferisco  al manifesto pubblicitario di un noto marchio di gelaterie sparse nelle maggiori città d’Italia che presenta una coppa di gelato con la frase a lettere cubitali “Imperfetto, ma vero”. Si potrebbe sostituire il “ma” con “quindi”.