Ma il successo chi lo fa?

Oggi più che mai possiamo chiederci se il successo di pubblico è davvero il criterio determinante delle qualità di un’opera letteraria, perché sappiamo quanta parte possa avere e quanta forza fuorviante, in quest’ambito, la risonanza mass-mediatica.
In prima battuta possiamo dire che il successo di pubblico è senz’altro un indice poco significativo, perché il pubblico genericamente agisce su motivazioni estranee nell’acquisto di un libro (a cui non sempre corrisponde una lettura integrale e soprattutto un’assimilazione culturale), tra cui primeggiano la pubblicizzazione e sovente la notorietà dell’autore, non sempre dovuta solo a ragioni letterarie. Quello che consolida il successo di un’opera letteraria, potremmo anche dire quello che la fa diventare un classico, è il “riuso”, cioè l’accostarsi a quel testo in momenti successivi nel tempo, mantenendo un contatto con il testo stesso tale da garantirgli una sua vitalità letteraria. Il “riuso” in genere, almeno così storicamente è avvenuto, è una questione di sintonia e quindi ha in sé un’implicita capacità di dare linfa vitale ad altre opere letterarie. Ci sono però alcune questioni a margine: innanzitutto certe opere dai contemporanei non sono state

capite, per cui, non essendo state sottoposte a “riuso”, sono andate perse (questo è senz’altro avvenuto nel mondo classico, ma al riguardo abbiamo poco da dire, a meno che i papiri ercolanesi non ci aiutino!), oppure, certe altre opere, espunte per molto tempo, sono ritornate sulla scena letteraria, per occorrenze del tutto fortuite e casuali (ad esempio, il poema di Lucrezio). Un rischio simile l’ha corso la Divina Commedia, come ci testimonia anche il fatto che non ne conosciamo l’autografo, letta per poco più di un secolo dopo la morte del suo autore, poi dimenticata e ridiventata letterariamente in sintonia e capace di vivificare altri testi solo nel Novecento, soprattutto fuori dall’Italia. L’esclusione di Dante dalla scena letteraria per molti secoli è avvenuta ad opera di un personaggio, Pietro Bembo, che ha colto ed espresso il sentire di quel momento e ha trovato consonanza per lungo tempo. Dobbiamo anche dire che talvolta, quando l’autore è in vita, sa essere un abile agente di se stesso, sovente cavalcando onde ideologico-politiche favorevoli: basta pensare al Marino e poi a Monti e a D‘Annunzio, per arrivare in tempi vicini a noi a Moravia. Con la morte molto si ridimensiona, mentre altri scrittori, più modesti e appartati in vita (per i tempi recenti possiamo ricordare Caproni) vedono crescere il successo dopo la morte. E ancora un’altra considerazione: dopo l’unità d’Italia, artefice soprattutto il De Sanctis (che, non dimentichiamocelo, è stato anche Ministro della Pubblica Istruzione nei primi governi dell’Italia Unita), la scuola ha creato il “canone”, vera novità dello storicismo, nel panorama letterario. Questo naturalmente ha portato in alto autori che non so chi altrimenti avrebbe, non dico letto, ma forse nemmeno preso in considerazione: tanto per fare un nome, Boiardo. Avete mai provato a leggerlo? quanto mai difficile stabilire un soddisfacente patto lettore-autore con il suo Orlando Innamorato, linguisticamente lontano da noi, narrativamente farraginoso. Ma l’averlo inserito nel canone non è stato né arbitrario, né fuori luogo, perché tramite il suo poema la letteratura italiana ha preso un certo corso, ben determinato e preciso. Con il Novecento e il tramonto dello storicismo, per le successive ondate delle metodologie critiche, fino al disorientamento, non si è più fatto canone, per cui anche la scuola non ha più linee guida: si è tornati al gusto, alle scelte personali, alle consonanze sentimentali, tutto lasciato alla responsabilità individuale, che, forse, col tempo, può creare un nuovo canone. Per consolidare il “riuso” ci vuole tempo. Ora la responsabilità è tutta nostra, di noi, lettori di oggi. Dobbiamo fare delle scelte, ma per scegliere ci vogliono criteri… dal greco krìno, il che vuol dire mettere un libro di qua per custodirlo e tramandarlo e uno di là, sperando sia dimenticato.