On the road alla ricerca di Flannery O’Connor. La scrittrice che parlava ai pavoni. Parte 2

Continua il viaggio e il racconto di Luca La Mattina.

 

In viaggio verso Savannah. Io e la mia famiglia americana abbiamo attraversato la Georgia verso est, fino a Savannah, una stupenda città coloniale sulla costa atlantica, fondata nel 1733, oggi meta turistica. Il suo porto è stato per decenni un importante approdo degli schiavi provenienti dall’Africa e destinati alle piantagioni di cotone.

È una bella giornata, classica georgiana, afosa e soleggiata. Siamo tutti stanchi per il viaggio di tre ore, ma l’ombra degli alberi lungo la strada ha un effetto rinfrescante.

La palazzina a tre piani si erge improvvisamente davanti a noi. L’architettura è semplice, niente di frivolo, tutto molto ordinato. Classica palazzina americana. L’unica cosa che mi colpisce é il fatto che non ci sono finestre nel lato lungo della casa. Da quanto ne so, una cosa normale al tempo, ma per qualche ragione mi appare molto strana. Davanti alla casa c’è un’insegna di ferro: ‘FLANNERY O’CONNOR CHILDHOOD HOME’, con una breve biografia della scrittrice.

Dopo aver fatto conoscenza con la guida, un signore di mezz’età, simpatico, saliamo le breve scala bianca che collega all’entrata della casa. 

L’abitazione ha un’atmosfera calorosa. La guida ci spiega che questa casa era stata regalata alla famiglia O’Connor da una zia di Flannery chiamata Katy. È in buone condizioni non solo per i finanziamenti dello Stato ma anche perché degli studenti di design ed architettura dell’università hanno offerto un aiuto per il restauro e la manutenzione. Il nostro tour inizia nel salotto, dove subito salta all’occhio un grosso ritratto di una bambina con una postura signorile. La guida ci dice subito che è il ritratto di Katy da bambina. Katy fu una benefattrice della famiglia O’Connor e li aiutò durante i momenti difficili.

Flanny passa tutta la sua infanzia a guardare quel grosso ritratto e probabilmente anche per questo, ispirata dalla postura signorile della zia, si comporterà in maniera sempre molto matura. Ma ecco alcune foto di Flanny durante la sua infanzia. Due sopra il caminetto la ritraggono a tre anni; altre con sua madre Regina. La guida ci spiega come la scrittrice già da piccola dimostra di essere particolare, un adulto nel corpo di una bambina. Chiama i genitori per nome, preferisce andare a messa con gli adulti, è molto precoce intellettualmente per la sua età e non apprezza la compagnia dei bambini, ritenendoli infantili.

Trovo abbastanza divertente come le caratteristiche della scrittrice cominciano già a manifestarsi a una così giovane età. La guida ci racconta anche di come la madre le organizzasse delle “playing-dates”, costringendola a passare del tempo con bambini della sua età. C’è una foto dove una giovane Flanny siede con una amica, elegante e composta. Flanny è seduta disordinatamente. Ha in mano una matita, quasi a prevedere il suo futuro.

Ci dice la guida che non tutti erano contenti di frequentare Flannery. Infatti la sua attività preferita era leggere fiabe dei fratelli Grimm, che come si sa non sono proprio storie dolci e felici – e probabilmente anche le fiabe hanno influenzato il suo stile tetro. Leggeva ad alta voce anche testi che lei stessa scriveva. 

Guardando le foto, mi accorgo di quanta somiglianza ci fosse tra madre e figlia. E non parlo solamente della somiglianza fisica, ma nello sguardo. Uno sguardo fisso ed intenso, a dir poco ipnotico. Ha un che di inquietante. Credo sia questa l’unica definizione giusta. Sembra che ti voglia dire qualcosa, ma tu debba scoprirla da solo.

Ci spostiamo nella stanza accanto, la sala da pranzo, ora trasformata nella libreria di O’Connor. Noto subito le due piume di pavone, le varie versioni dei libri più famosi di Flanny e anche i suoi libri da bambina. Ci viene spiegato che Flannery a sei anni non solo leggeva libri, ma li criticava pure. Scoppio a ridere quando leggo sul libro ‘The Fairies Babies’ la sua scritta a matita “NOT A VERY GOOD BOOK”. 

Di certo Fanny aveva un carattere peculiare. Non aveva buoni voti a scuola, ma non perché non fosse brava. Le parole dovevano essere scritte nel modo in cui lei le sentiva personalmente e solo così. Questo carattere ribelle continuerà ad attraversare i suoi scritti, dove spesso troviamo parole inventate o addirittura storpiate. 

Dalla finestra della cucina si vede il giardino dove Flanny allevava le sue galline e dove era stato girato il video “Do you reverse?”. Può sembrare una cosa poco importante, ma dopo averne letto così tanto mi fa un certo effetto vedere quel luogo dal vivo. 

Passiamo al secondo piano camminando su un tappeto stile retrò. Il corridoio che porta alle stanze è strettissimo, largo neanche un metro. Sembra quasi fatto per bambini. Entro nella camera di Flannery. La guida ci dice che tutti i pezzi sono originali. Noto una foto della scrittrice con l’espressione molto arrabbiata (una delle foto più famose della scrittrice). C’è un tavolino da tè con un’antica ed inquietantissima bambola. Il tavolino apparentemente era stato fatto da suo Zio Louis per i play-dates di cui si parlava prima. Poi il bagno. Ogni volta che un ospite stava per arrivare, Flannery raccoglieva fiori ed erbe per metterle sulla tavoletta della toilette e spargerle dentro la vasca. Un gesto molto bello, a mio parere. 

Tutte le cose che avevo letto diventano reali, durante questa visita. La connessione con la scrittrice diventa più intima e profonda. È come se l’avessi conosciuta personalmente. La sento vicina, quasi amica.

 Andalusia Farm. Dopo Savannah mi reco nel luogo dove la O’Connor ha passato la maggior parte della sua vita: Andalusia Farm.

Continuo ad attraversare la Georgia. Guardo il paesaggio agricolo e selvaggio. I campi passano in fretta come acqua in un fiume. Devo dire che vivere in una delle parti più a sud e agricole della Georgia mi ha aiutato molto a comprendere la scrittrice, la sua anima. Molte cose sono realistiche, lo si vede nella vita di tutti i giorni. Si può anche comprendere perché gli altri Stati vedevano di così cattivo occhio le cose che venivano fuori da questa terra, etichettandole come grottesche e dark.

Di sicuro Flanny aveva un caratterino mica da poco. C’è un termine in America per definire persone come lei: salty. Letteralmente, ‘salato’: come aggettivo vuole intendere un carattere tra lo snob e il sarcastico. Mi chiedo come sarebbe stata un’intervista con O’Connor in persona. Sarei riuscito ad entrare nelle sue grazie? O mi avrebbe snobbato, come fece con molti? Le mie lettura parlano di una persona non proprio amichevole, di cui però, una volta che riuscivi a farci amicizia, potevi fidarti. Era famosa per le tantissime lettere inviate a tutti i suoi amici periodicamente.

Ed ecco Andalusia Farm.

Prendo il mio fidato block notes azzurro e comincio a scribacchiarci sopra. Mi sono affezionato ormai a questo libretto. Contiene parecchie ore di ricerca e lavoro. È fatto in modo che si possa scrivere da una parte e disegnare dall’altra (cosa molto utile per non distrarsi durante un documentario di un’ora e mezza sulla cristianità del sud). Parcheggiamo in un grande prato usato e dopo nemmeno cinque minuti di cammino finalmente arriviamo a vedere la casa. 

Il verde è ovunque. Attorno alla casa ci sono solo campi, alberi e sento pure il verso di alcuni animali. La casa è una classica casa di campagna americana. Bianca con il tetto rosso, a due piani e ovviamente un immancabile porticato con sedie a dondolo, dove scopro che O’Connor dava ospitalità al suo famoso Club del libro. 

Salendo dalla veranda si vede meglio l’ambiente attorno e noto subito un lago vicino alla casa, circondato da alberi. Mi sembrava strano non ci fosse nessuno stagno: qui in Georgia ci sono più stagni e paludi che animali per abitarli. Certo che guardandosi in giro è facile capire dove O’Connor prendesse ispirazione per tutte le sue storie a sfondo agricolo.

La prima cosa che visitiamo è la camera da letto della scrittrice.

Apparentemente in precedenza era usata come sala da attesa, ma da quando Flannery cominciò ad avere difficoltà nel salire le scale per via delle sue ossa che peggioravano di giorno in giorno sono dovuti correre ai ripari. È tutto molto semplice, un po’ triste. Il letto sembra molto duro. La prima cosa che ci viene fatta notare è una borsa che conteneva tutti i suoi manoscritti. È appoggiata ad una sedia e ci viene detto che in quella borsa la scrittrice ci portava tutto: dagli scritti ai documenti. Questo mi fa venire in mente che da qualche parte avevo letto come O’Connor scrivesse ogni giorno come minimo tre ore. Probabilmente questo è il luogo dove la magia della scrittura e della creatività avveniva. Accanto al letto sono appoggiate un paio di stampelle, le stesse che si vedono in tutte le foto di O’Connor risalenti al periodo in cui visse ad Andalusia. Di nuovo mi ritorna quel sentimento di nostalgia mista ad emozione che avevo provato a Savannah nel suo giardino. Quelle stampelle sono presenti in tutte quelle foto che ho visto e ricercato a casa. Vederle da vicino è un po’ come vedere una celebrità dal vivo.

Nella stanza c’è un tavolo da lavoro, una antica radio simile a quella vista nella sua casa d’infanzia e sopra il camino una cosa molto particolare: il ritratto di Louise Hill. Louise e Jack Hills erano due ragazzi afro-americani che lavoravano nella fattoria e che vengono citati spesso nelle lettere di O’Connor. Leggiamo il loro nome nel libro ‘The Habit of Being’, dove Flanny ne parla con molto affetto.

Andando avanti, vicino alla camera da letto, andiamo ad ispezionare alcune foto messe lì vicino ad alcuni biglietti informativi e piume di pavone. Mi salta all’occhio una foto in particolare, quella di Dr. Barnard, colui che comprò il terreno dove adesso sorge Andalusia attorno nel 1930, per poi lasciarlo alla madre di Flannery, Regina. Accanto ci sono un paio di altre foto come quella di una sorridente Flannery in college o la famosa foto di O’Connor da bambina con la faccia imbronciata, la stessa che stava nella casa in Savannah. La maggior parte delle foto originali sono oggi esposte al Georgia College, che purtroppo non ho avuto l’occasione di visitare. Il college di Savannah ha una incredibile collezione di materiale fotografico e letterario (lettere, bozze, reperti).

Di fronte alla camera da letto c’è la sala da pranzo. L’odore di vecchio legno e muffa è particolarmente pesante, qui. Un grosso e pesante tavolo in legno padroneggia la scena, in un’atmosfera country ma allo stesso tempo raffinata. Come al solito la presenza di un camino è costante. La cucina è semplice. C’è un piccolo tavolino, un fornello, il lavandino. Mi viene da pensare che quel piccolo tavolino a due posti fosse il luogo dove i fratelli Hill consumavano il loro pasti. Poi c’è un frigo che potrebbe sembrare un pezzo normale ad un occhio ignaro, ma in realtà è una piccola storia a sé. Infatti in pochi sanno che O’Connor lo comprò a sua madre dopo aver venduto i diritti della sua storia ‘The Life You Save May Be Your Own’ ad uno show televisivo che aveva Gene Kelly come attrice protagonista. Il resto della casa non è di grande interesse. Decido di uscire e visitare la fattoria. L’aria è umida e calda per colpa della pioggia leggera. A volte la Georgia sembra cercare le combinazioni più fastidiose.

Ci avviamo nella distesa di erba bagnata verso quello che sembra un granaio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il campo è pieno di fiori gialli facendo sembrare il tutto un mare d’oro. Nella strada incontriamo un recinto con un mulo chiamato Flassie. È timido e non si vuole avvicinare nemmeno qunado gli offriamo dell’erba. Vedo delle galline che ci camminano intorno senza paura e tre pavoni, gli animali preferiti della scrittrice. I suoi primi pavoni li ordinò nel 1952 via posta e cominciò una collezione sfrenata di tutti i tipi e specie. In una delle sue tante lettere ad una amica dice che arriva ad averne addirittura 40, paragonandoli a cani da guardia che invece di abbaiare ti corrono dietro starnazzando. Mi viene quasi da ridere a pensare un ospite che arriva e si trova davanti a questo esercito di pavoni in giro per il giardino. Si dice che Flannery avesse una relazione particolare con ognuno di loro. Spesso la si vedeva accarezzarli e a volte bisbigliare affettuosamente. C’è una foto in particolare molto famosa della scrittrice con le stampelle, dove sembra stia quasi dialogando con due pavoni, come nel mezzo di un’importante discussione.

O’Connor utilizza spesso le piume di queste creature quasi come una firma in molte cose. Ci adorna la casa, le manda per lettera agli amici o semplicemente le regala alle signore per adornare il loro cappello. Dopo la morte di Flanny tutti i pavoni vengono donati dalla madre a varie persone e fattorie vicine poiché non aveva tempo, soldi o voglia per occuparsene. 

I tre pavoni della tenuta sono stati chiamati come personaggi dei libri di Flanny. Uno si chiama Manley Porter come il personaggio di ‘Good Country People’. Un altro Joy, dallo stesso libro. Infine Mary Grace dalla storia ‘Revelation’. Osservo i pennuti camminare dentro un recinto davanti al quale c’è un cartello, ‘Please don’t feed or frighten the birds’. Questi uccelli, anche se fatti solo di carne ed ossa come qualsiasi altro essere vivente, sono stati trasformati in idee e parole dalla formidabile mente creativa di O’Connor. 

Fa una certa impressione pensare a come certe cose materiali possano essere elevate a immateriali. Di certo è incredibile, ma per certi versi comprensibile. Queste creature sono veramente bellissime. Il blu del loro piumaggio quasi abbaglia, facendoli sembrare nobili edifici orientali, oppure re e regine maestosamente adornati e truccati. Creature così maestose non possono che ispirare la mente di un creativo, riempendolo di un tesoro che verrà poi trasformato in inchiostro per adornare una pagina bianca. 

Ritorno verso la casa e mi siedo sulla panca nel giardino all’ombra di grossi alberi. Gli uccelli cinguettano tutt’attorno e l’aria è tranquilla. Resto altri cinque minuti ad ammirare il paesaggio e mi metto in marcia verso il parcheggio. Alla macchina mi giro per guardare la casa un’ultima volta, come un’amante che deve lasciare l’amata. Quante cose conserva questo posto: tristezza, paura, ispirazione, parole, il cuore del sud. Entro in macchina, si accende il motore e cominciamo a muoverci. La casa si allontana fino a diventare un punto all’orizzonte. Una sensazione di tristezza mi pervade.

L’avventura sta finendo, ma c’è ancora una cosa che devo fare: andare al Memory Hill Cemetery. Il cielo è ormai quasi scuro; è tardi e l’aria si fa fredda. Mi incammino dentro il cimitero e dopo una breve ricerca arrivo. La lunga lastra di pietra si staglia davanti a me. Un brivido non solo di freddo mi passa la schiena mentre leggo l’incisione: “Mary Flannery O’Connor, daughter of Regina Lucille Cline and Edward Francis O’Connor Jr. Born in Savannah, GA. March 25, 1925. Died in Milledgeville, GA. August 3, 1964″. 

Il vento passa tranquillo fischiando nelle mie orecchie. Questa è la fine di molte cose. La fine della vita di una grande scrittrice, la fine di una ricerca, la fine di un viaggio, e io credo simboleggi la fine della mia permanenza qui poichè a breve tornerò a casa. Tornerò a casa con la Georgia nel cuore e quando ci penserò, una certa scrittrice chiamata Flannery O’Connor mi tornerà in mente con la sua triste storia. 

Ripenso a tutto quello che ho vissuto e fatto dalla prima volta che ho sentito il suo nome e che l’ho scritto su un grosso foglio attaccato nella mia stanza per ricordarmelo. Penso a tutte le ricerche che ho fatto a scuola, intervistando professoresse e leggendo libri. E i viaggi per vedere tutto con i miei occhi, come se O’Connor stessa mi avesse accompagnato per raccontarmi la sua storia. 

Estraggo dal mio zaino una piuma di pavone e l’appoggio sulla lapide. Chiudo la cerniera del mio giubbotto. Mi fermo qualche minuto a riflettere. Poi mi verso la macchina dove i Texada mi stanno aspettando. Prima di andarmene mi guardo indietro un’ultima volta. Poche parole mi escono flebili dalle labbra: addio Flanny, thank you so much.

 

Luca La Mattina