Cose

UtensiliLa nostra vita quotidiana è piena di piccoli oggetti, di piccole cose che ci circondano e che usiamo o contempliamo o con le quali comunque entriamo in contatto. In realtà il rapporto concreto con le cose è il luogo in cui si gioca molta parte della nostra vita, giorno per giorno. Il significato della nostra stessa esistenza si gioca anche nel modo in cui noi viviamo con gli oggetti, come vediamo le cose.

L’allegria materialista
Francis Ponge (1899-1988) è un «classico» della descrizione degli oggetti più umili e quotidiani. Nelle sue meditazioni in prosa poetica egli le considera al di là di ogni abitudine percettiva, di ogni espressione verbale logorata dall’uso. Sembra domandare al suo lettore: come vedi il mondo? Come lo guardi? Ti rendi conto che le cose «esistono», oppure vivi senza prendertene cura? Nelle sue composizioni ogni oggetto sembra nuovo, come appena creato. Le parole tendono ad adeguarsi completamente alla cosa che provano a descrivere, riscoprendosi però sempre come un lenzuolo troppo stretto che viene tirato ora di qua e ora di là. Così, ad esempio, nelle prime righe della descrizione di una candela: «La notte a volte ravviva una pianta singolare il cui bagliore scompone le camere ammobiliate in cespugli d’ombra. La sua foglia d’oro si regge impassibile nel cavo di una colonnetta di alabastro, attraverso un peduncolo nerissimo». Gli fa eco il grande scrittore svizzero francese Philippe Jaccottet: «Il dono, inatteso, di un albero illuminato dal sole basso di fine autunno; come quando una candela è accesa dentro una camera che si oscura».

Ogni oggetto dà origine a un cosmo di immagini che sono precise, e che tuttavia non sembrano mai complete. Per cui Ponge lavorava per anni alle sue descrizioni: ricopiandole, facendo piccoli aggiustamenti, organizzando nuove stesure, continuando ad esplorare su enciclopedie e vocabolari ciò che il linguaggio aveva da dire sui suoi oggetti. Il vigore della descrizione è nella precisione e nell’«allegria» del dettaglio puntuale. Lo scrittore vuole cogliere il novum che è in ogni cosa, che deve essere vista come se non fosse per la prima volta; intende cogliere la forza d’urto della visione delle cose, la «violenza del primo manifestarsi dell’oggetto» , capace di svegliare la mente, di strapparla dai propri confini angusti, aprendola al mondo. Più la descrizione sembra farsi precisa più cresce la dimensione del suo mistero. Non ci si può aspettare però «calore» ed entusiasmo; anzi è proprio il distacco che rende le sue descrizioni efficaci. Ponge resta spettatore, osservatore.

Distacco, relazione e ricerca
Una caratteristica degli oggetti che motiva in radice questo distacco è che essi sono al di là e prima di noi; le cose ci precedono, ci seguono, esistono prima di noi e a prescindere da noi. La realtà non dipende da noi, dal nostro sguardo su di essa. La poetessa polacca Wysława Szymborska, premio Nobel 1996, anche lei molto attenta alle piccole cose, lo sostiene con chiarezza osservando un granello di sabbia:

Non gli importa del nostro sguardo, del tocco.
Non si sente guardato e toccato,
e che sia caduto sul davanzale
è solo una avventura nostra, non sua.

Il granello non esiste perché lo vediamo, non è funzionale a noi, ma ha una sua realtà propria che potrebbe anche non riguardarci: ha il suo mistero a cui ci possiamo accostare, che possiamo più o meno percepire.
A volte è la memoria affettiva che attiva una relazione con gli oggetti facendoli uscire dalla loro fissità neutra. È il celebre caso descritto da Marcel Proust in cui un pezzetto di madeleine, il tipico dolcetto soffice francese a forma di conchiglia, ammorbidito in una tazza di tè, nel momento in cui giunge al palato, procura un trasalimento nel protagonista, «attratto da qualcosa di straordinario» che sentiva accadere dentro di sé, l’evidenza di una felicità che attingeva le sue radici in una importante memoria d’infanzia. Un biscotto diventa luogo di apertura di uno spazio che pian piano allarga la memoria visiva: «tutto questo che sta prendendo forma e solidità è uscito, città e giardini, dalla mia tazza di tè» . Diventa insomma, parafrasando una espressione di Romano Guardini, un «piccolo oggetto pieno di mondo» .

Fin qui abbiamo parlato di pane, sabbia, pioggia, biscotti, vasi e statue. Ma potremmo estendere il discorso a molte altre cose. Pensiamo rapidamente alla polvere e alla sua inconsistenza onnipervasiva e piena di connotazioni simboliche. Pensiamo al sapone, che a giudizio di Ponge a beaucoup à dire. Qu’il le dise avec volubilité, enthousiasme . Il sapone è un oggetto dalla ampie connotazioni morali di purificazione, che implica un processo che ci fa tenere questa sorta di pietra sacra in mano più volte e che è destinata a dissolversi con la nostra sporcizia. Pensiamo ai cibi: «è difficile trovare nella nostra vita d’ogni giorno qualcosa di più misterioso del mangiare: la trasformazione di elementi da morti in vivi, l’assimilazione di elementi estranei in propri, l’inserimento di un essere, che conserva le sue proprietà, in una realtà più elevata e comprensiva» . Ma pensiamo anche a oggetti che evocano la trascendenza come il rosario. I suoi grani ritmano la preghiera ma soprattutto costituiscono il rinvio orante di tutte le possibili distrazioni. I grani del rosario non servono solo a contare le «Ave Maria», ma anche e soprattutto ad ancorare fisicamente, manualmente, la nostra attenzione e la nostra memoria sempre e comunque alla trascendenza. E così gli esempi di altri oggetti potrebbero moltiplicarsi.

Nulla a che vedere, insomma, con quanto professato dai poeti detti «crepuscolari» tra la fine Ottocento e gli inizi del Novecento, da Corazzini a Gozzano, che hanno valorizzato la poetica degli oggetti, ma intrisa di malinconia e priva di slancio vitale. Essi ripiegavano sul repertorio tematico dei luoghi e degli oggetti comuni che riempiono gli interni domestici delle case di provincia, i salotti buoni con i vecchi mobili e le loro reliquie polverose.

Il sublime delle piccole cose
Il 5 febbraio 1852 Henry David Thoreau, scrittore e maestro del «rinascimento americano», registra nel suo diario: «Sospetto che il bambino colga il suo primo fiore con una percezione della sua bellezza e del suo significato che il futuro botanico non mantiene mai» . Se il fiore può sembrare oggetto fin troppo prezioso, possiamo ricordare la passione che il pensatore gesuita Pierre Teilhard de Chardin da bambino nutriva per gli oggetti di ferro: un bullone d’aratro, la testa metallica esagonale di una colonnetta di rinforzo, schegge di proiettili di un tiro a segno… «Fanciullaggini» le definisce lo stesso Teilhard da adulto, il quale però non può non riconoscere che «in questo gesto istintivo che mi faceva, in senso rigoroso, adorare un pezzo di metallo, erano racchiusi e raccolti un’intensità di tono ed un corteo d’esigenze dei quali l’intera mia vita spirituale è stata solo lo sviluppo» .

Come si fa dunque a «vedere» veramente la realtà, che sia essa un fiore o un bullone di ferro? Come mantenere uno sguardo sempre fresco sugli oggetti? È questa la nostra domanda. Il premio Nobel irlandese Seamus Heaney direbbe, citando il titolo di una sua raccolta,  che si tratta di imparare a Seeing Things, a «veder cose». Ma l’espressione in inglese significa anche «avere visioni». È in questo duplice senso che è da cercare la risposta . La densità di visione è tipica dell’ispirazione creativa di cui l’uomo ha bisogno per vivere appieno la sua vita. Non basta il distacco, postulato dai versi della Szymborska sul granello di sabbia: esso è solo la percezione della soglia, il primo passo. Il successivo è quello di

Vedere un mondo in un granello di sabbia,
e un cielo in un fiore selvaggio.
Chiudere l’infinito in un palmo di mano
e l’eternità in un’ora.

Questi versi di William Blake (1757-1827) sembrano citare un detto attribuito a sant’Ignazio di Loyola: non coerceri a maximo sed contineri a minimo divinum est, cioè: «è divino non essere ristretti neanche dallo spazio più ampio possibile ed essere capaci di essere contenuti dallo spazio più ristretto possibile». La frase capovolge una convinzione estetica che vede in Immanuel Kant la sua maggiore espressione. Il filosofo distingue nettamente «bello» da «sublime»: il bello si riferisce alla forma dell’oggetto, che consiste nella limitazione; il sublime invece può riferirsi anche ad un oggetto informe, in quanto in esso è rappresentata un’illimitatezza. Il sublime è grande, mentre il bello può essere piccolo, scrive il filosofo nelle sue Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime (1764) . Qui invece stiamo dicendo che il sentimento del sublime si può sperimentare anche nel piccolo, in ciò che è limitato. Per riprendere Ponge: il senso del sublime può cogliere l’uomo non solamente davanti a paesaggi immensi e rocciosi come quelli dipinti dai pittori di metà Ottocento dell’American Scenery , ma anche contemplando la crosta frastagliata di un pane appena sfornato. Questo, in fondo, è il senso di una sguardo contemplativo: intuire la gloria delle piccole cose.

È lo sguardo di un grande poeta come Gerard Manley Hopkins che compie la «rivoluzione» del sublime. Così Benedetto Croce la rende in prosa: «Gloria sia a Dio per le cose variegate – pei cieli di accoppiati colori come una vacca chiazzata; per le macchie rosee che screziano la trota nuotante; per la cascata di castagne dal colore di carbone appena acceso; per le ali dei fringuelli; per il paesaggio a macchie e a toppe» (Bellezza variegata) . È il neo, la macchia, la chiazza, la toppa che evocano la gloria di Dio. In Hopkins è proprio il piccolo ad essere instabile (fickle) e ricco di contrasti (counter), grazie al fatto che vive in fondo alle cose una «più cara freschezza» (dearest freshness), quella dell’origine.

Lo «strano spazio» di un’apertura
Jaccottet, attento alla lezione di Hopkins, lo ribadisce con parole luminose quando scrive: «Ogni fiore che si apre, si direbbe che apra i miei occhi. Nella disattenzione. Senza alcun atto di volontà da una parte o dall’altra. Apre, nel proprio aprirsi, un’altra cosa, molto più di se stesso (Elle ouvre, en s’ouvrant, autre chose, beaucoup plus qu’elle-même). È il presentirlo che ti sorprende e ti mette allegria. Proprio quando ti capita ormai, in alcuni momenti, di tremare, come qualcuno che abbia paura, e che creda o pretenda di non sapere perché» . Nella sua essenzialità questa prosa poetica è illuminante perché afferma il presentimento, il tremare, la paura e la sorpresa come sentimenti legati a un piccolo fiore che si apre.
Prosegue Jaccottet in un’altra meditazione poetica: «Attraverso quel fiore, sono attratto, come da qualche sirena non capziosa, dentro uno spazio che potrebbe essere sempre più aperto; come avviene che una mano ti catturi, ti tragga, in silenzio, al di fuori dei labirinti più cupi» . La percezione è dinamica. Vedere una piccola «cosa» come un fiore significa accedere a uno spazio che ci si apre davanti agli occhi ed è potenzialmente de plus en plus ouvert. Ecco il senso di illimitatezza proprio del sublime che si apre e si dispiega nelle piccole cose.
È ciò che Karol Wojtyła da poeta aveva definito come l’apertura di uno strano spazio, concentrandosi sulle gocce di pioggia:

Posa un attimo lo sguardo sulle gocce di fresca pioggia:
vedi, in esse concentra la sua luce tutto il verde delle foglie di primavera
e così quasi tutte si addensano nelle gocce, traboccando dai propri confini –
ed anche se i tuoi occhi sono pieni di stupore
non puoi, non puoi davvero aprire tutto il tuo pensiero.
Invano cercherai d’acquietarlo, come un bambino destato dal sonno:
non rinunciare al bagliore degli oggetti, resta, caro nel tuo stupore!

L’attenzione alla precisione del dettaglio si spalanca nella visione di tutto il verde della primavera in una piccola goccia di pioggia che sembra traboccare dai propri confini. Questa tensione si comunica all’occhio di chi guarda che non può mai placarsi in una visione piatta, superficiale della realtà: anche se gli occhi sono pieni di stupore il pensiero non riesce ad aprirsi, a spalancarsi del tutto fino a comprendere questo bagliore, questa «gloria».

Questa è la visione delle cose alla quale siamo chiamati: una visione che sa perfino contemplare la gloria in qualcosa di piccolo, di semplice; una visione che potremmo definire «sacramentale». E ricordiamo le parole evangeliche: «Guardate i gigli, come crescono: non filano, non tessono: eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro» (Lc 12, 27). È da questa visione che può nascere non solamente la contemplazione delle cose di tutti i giorni, ma anche un nuovo modo di usarle, di servirsene in maniera più spirituale. Anche le cose più semplici e strumentali: un vaso, una borsa, un ferro da stiro, una penna, una tazza, una sedia…

In una sua meditazione su Rainer Maria Rilke, Romano Guardini scriveva che non siamo fatti per esperire ed esprimere l’enorme, lo straordinario che sommerge le nostre semplici mani e ammutolisce il cuore e la parola. Siamo fatti, invece, per esperire la realtà quotidiana, che però per la sua intensità può persino superare la grandezza estensiva dello straordinario . Se gli oggetti che ci circondano reclamano un’apertura radicale e una percezione acuta della realtà, ricca e densa di significati, allora aveva ragione il poeta boemo nelle sua nona Elegia duinese a scrivere con candore e immediatezza che siamo fatti per le cose che costituiscono la vita di tutti i giorni:

Siamo forse qui per dire solo: casa,
ponte, fontana, porta, mandorlo, brocca, finestra,
o al più: colonna, torre…

(versione ridotta di A. SPADARO, «Tante piccole cose. Gli oggetti nella nostra vita quotidiana», in La Civiltà Cattolica 2008 IV 22-30).