Poesia e vita

Alcuni di noi del gruppo genovese “Il gatto certosino” hanno partecipato ad un convegno a La Spezia su POESIA E VITA. Ecco gli interventi.

Calliope, la musa della poesia

Calliope, la musa della poesia

Elio ANDRIUOLI

La poesia è vita che rimane impigliata in una trama di parole scrive Sebastiano Vassalli a conclusione del suo libro Amore lontano (Einaudi, 2005), che narra le vite di sette poeti, tra i più rappresentativi della letteratura mondiale: Omero, Qohélet, Virgilio, Jaufré Rudel, François Villon, Giacomo Leopardi, Arthur Rimbaud.

E veramente il rapporto tra poesia e vita è qui ricercato ed espresso in maniera esemplare, a cominciare dalla figura di colui che sta alle origini di tutta la poesia occidentale, Omero.

In lui la vita, corposa e possente, è quella dei grandi personaggi evocati. Achille, Ulisse, Agamennone, Diomede, Ettore, il Ciclope, la maga Circe, le Sirene, ecc. sono tutte creature fantastiche e reali ad un tempo, le quali contengono in sé l’antico forte vibrare dell’esistenza, che viene racchiusa come per magia nei ritmi e nelle immagini della parola poetica.

Lo stesso può dirsi per le lamentazioni in seguito ai duri colpi della Fortuna, che in Qohélet si traducono nel grido che è veramente universale espressione del dolore dell’uomo e del suo smarrimento di fronte alla vita: Vanitas vanitatum, est omnia vanitas!

Così è per il travaglio di Enea, l’eroe virgiliano che va alla ricerca di una nuova patria, che lo compensi di quella perduta; per “l’amore di terra lontana”, ardente e sfortunato, argomento della nota poesia di Jaufré Rudel; per il doloroso rimpianto della giovinezza sperperata nel vizio (con l’ombra persino del delitto) di François Villon; per il sublime canto nascente dallo smarrirsi delle illusioni e delle speranze, proprio di Giacomo Leopardi; per il tormento esistenziale di un genio precoce ma presto bruciatosi in una insensata dissipazione di sé, quale fu quello di Arthur Rimbaud.

Sin qui i poeti dei quali si è occupato Sebastiano Vassalli. Ma la sua definizione della poesia, come “vita che rimane impigliata in una trama di parole”, può veramente, per la sua universalità, essere applicata a chiunque si dedichi all’arte dello scrivere in versi.

Prendiamo, ad esempio, un poeta come Umberto Saba, il quale intitolò la raccolta delle sue liriche Il canzoniere, volendo con ciò mettere bene in luce l’unitarietà della propria opera poetica.

E veramente dalle Poesie dell’adolescenza e giovanili a Versi militari; da Trieste e una donna a La serena disperazione; da Cose leggere e vaganti ad Autobiografia; da Cuor morituro a Il piccolo Berto, sino a Parole, Ultime cose, Mediterranee, Quasi un racconto, ecc. l’intero Canzoniere di Saba non è che il racconto della sua vita. Basta leggerne alcuni versi: Ho attraversato tutta la città. / Poi ho salita un’erta, / popolosa in principio, in là deserta, / chiusa da un muricciolo: / un cantuccio in cui solo / siedo; e mi pare che dove esso termina / termini la città (Trieste); Una donna! E a scordarla ancor m’aggiro / io per il porto, come un levantino. / Guardo il mare: ha perduto il suo turchino, / e a vuoto il mondo ammiro (Nuovi versi alla Lina); E’ bene ritrovare in noi gli amori / perduti, conciliare in noi l’offesa; / ma se la vita all’interno ti pesa / tu la porti al di fuori (Il garzone con la carriola); ecc.

Un discorso analogo può farsi per le poesie di Giuseppe Ungaretti, il quale intitolò appunto il suo corpus poetico Vita d’un uomo. E certamente da l’Allegria a Sentimento del tempo, da Il dolore a La terra Promessa; da Il taccuino del vecchio alle poesie di Dialogo, dedicate a Bruna Bianco, è tutta la vita del poeta che viene da lui trasfusa nei suoi versi. Basti ricordare In memoria, dedicata all’amico morto: Si chiamava / Moammed Sceab / Discendente di emiri di nomadi / suicida / perché non aveva più / Patria; o anche I fiumi, una poesia in cui Ungaretti ripercorre le varie tappe della sua giornata terrena sin lì trascorsa: Mi tengo a quest’albero mutilato / abbandonato in questa dolina / che ha il languore / di un circo / prima o dopo lo spettacolo / e guardo / il passaggio quieto / delle nuvole sulla luna.

Lo stesso rapporto tra poesia e vita lo ritroviamo in Eugenio Montale, che della “pena di vivere” ha fatto un punto fermo della sua opera in versi, offrendocene taluni esempi veramente insigni, quali quello contenuto ne La casa dei doganieri, dove l’evocazione della figura della donna amata emerge con singolare efficacia sin dall’incipit: Tu non ricordi la casa dei doganieri / sul rialzo a strapiombo sulla scogliera: / desolata t’attende dalla sera / in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri / e vi sostò irrequieto. Si vedano inoltre Due nel crepuscolo, Voce giunta con le folaghe, Personae separatae, Dora Markus, e specialmente le liriche di Xenia, scritte in memoria della moglie morta.

Si veda inoltre La vita in versi di Giovanni Giudici, che del rapporto tra poesia e vita è uno degli esempi più significativi.

Giunti a questo punto non ci sembra il caso di continuare a fare delle esemplificazioni, che ciascuno potrà compiere da sé. Ciò che è importante è invece l’aver riscontrato con il conforto di alcuni poeti di valore, quanto sia esatta la definizione di Sebastiano Vassalli, per il quale “la poesia è vita che rimane impigliata in una trama di parole”.

Naturalmente essa non è che una delle tante definizioni che possono darsi della poesia; e tuttavia ci aiuta a comprendere il mirabile evento di un’arte che da sempre accompagna l’uomo nel suo faticoso cammino sul mondo, alleviandogli le sofferenze e dandogli conforto con quel misterioso vibrare di sillabe nelle quali appunto la sua esistenza rimane racchiusa.

Maristella GAROFALO

Poesia e vita, binomio sicuramente suggestivo nel senso che suggerisce molte riflessioni ampie nella loro dimensione sia temporale che intellettuale.

Già Giambattista Vico aveva evidenziato che la poesia è sincrona alla nascita delle civiltà in quanto, a periodi iniziali ricchi di forza creativa, corrispondevano le grandi opere letterarie che connotavano le relative culture. Questa visione è accettabile anche ai nostri giorni, a maggior ragione dal momento che scoperte archeologiche degli ultimi secoli hanno portato alla luce opere che confermano quanto la poesia si sia fatta portavoce, fin dalle epoche più antiche, delle situazioni esistenziali caratteristiche dell’Umanità.

Ad esempio, limitandoci all’area del Mediterraneo nella quale sono sorte le culture che più hanno influenzato la nostra, troviamo il poema più rappresentativo della cultura dei Sumeri L’Epopea di Gigalmesh risalente al 2000 a.C. e che ci presenta una gamma di situazioni che toccano aspetti essenziali della vita, condivisibili anche ai giorni nostri, come la lotta di un popolo oppresso (i cittadini della città di Ur) contro le sopraffazioni dei potenti (il re Gigalmesh), l’amicizia tra uomini forti per capacità diverse, ma finalizzate al bene comune, il dolore per la morte dell’amico, la richiesta di aiuto alla Divinità, il rifiuto della morte e la vana ricerca dell’immortalità. Argomenti come si vede universali.

E se vogliamo rimanere sempre in epoche molto lontane, ancora intorno al 2000 a.C., troviamo in Egitto le prime espressioni della poesia lirica con due composizioni intense nelle loro tematiche di vita e di morte. Nella prima Dialogo di un disperato e della sua anima, un uomo, stanco di vivere nelle ansie e nei travagli, desidera darsi la morte, ma la sua anima in struggente dialogo con lui, rifiuta di seguirlo sulla via del suicidio. Nella seconda “Il canto dell’arpista”, un suonatore d’arpa, svolgendo il tema della morte, invita, per contrasto, gli uomini a godere dei piaceri della vita, antesignano del nostro Lorenzo il Magnifico.

E se volessimo da quest’epoca in poi percorrere a grandi passi la storia della poesia incontreremmo quelle opere che sono state per tutti noi oggetto di studio scolastico. Intorno all’VIII secolo a.C. l’Iliade e l’Odissea e, a seguire, i primi poemi epici latini e l’Eneide di Virgilio, e da lì in poi, fino ai giorni nostri, una sequenza di autori che in diversi luoghi e con diverse lingue hanno diversamente cantato sempre le stesse tematiche tutte relative in modo più o meno diretto all’uomo ed ai vari aspetti della sua vita sociale e personale. Quindi, l’iniziale binomio vita e poesia è facilmente e fortemente documentato.

Ma se fare riferimento alle grandi opere poetiche tramandateci è indispensabile per capirne i contenuti e riconoscerne gli stretti rapporti con la vita dell’uomo, credo che sia altrettanto indispensabile e forse più suggestivo pensare come l’uomo, tutti gli uomini, non solo i grandi autori di grandi opere hanno potuto essere autori e fruitori di poesia.

E qui il discorso si deve allargare necessariamente alla poesia trasmessa per tradizione orale. Scrittura e lettura sono acquisizioni antiche dell’uomo ma non estese a tutti gli uomini anzi limitate, specialmente nell’antichità, ma anche fino ai nostri giorni, a pochi individui. Eppure l’uomo, per quanto ci è dato saperne, si è espresso fin dalle più antiche epoche in forme assimilabili alla poesia.

Certamente poeti erano gli antichi aedi che fin dal 1200 a.C. cantavano vicende relative alla nascita della civiltà post-micenea. La trasmissione a memoria e anche la composizione erano facilitate dalla struttura metrica e da un sistema di ripetizione di formule fisse per indicare personaggi ed azioni.

Soltanto nel corso dell’VIII secolo a.C. con l’introduzione dell’alfabeto greco e l’inizio della scrittura, un grande artista, che la tradizione chiamerà Omero, utilizzerà e rielaborerà questo materiale per le sue opere e anche se noi dobbiamo ringraziare Omero, certamente non dobbiamo dimenticare gli uomini-poeti che hanno creato e tramandato oralmente la poesia e gli uomini-ascoltatori che apprezzando ed amando poesia e poeti hanno permesso che ciò avvenisse.

Il mondo latino fin dal periodo pre-letterario si presenta a noi con il Carmen, composizione ritmata paragonabile ad una poesia libera dagli schemi fissi del verso, ma ricca di armoniose cadenze, più sonora ed incisiva del “sermo cotidianus”, adatta a colpire l’immaginazione oltre che ad imprimersi nella memoria per l’uso di vari accorgimenti formali tra i quali ha rilievo l’allitterazione, ripetizione espressiva di un medesimo suono all’inizio di due o più parole collegate che è un mezzo stilistico tradizionale dell’area italica e celtica al quale invece i Greci non erano sensibili.

Molti carmina, che essendo espressioni poetiche tipiche della tradizione popolare si tramandavano per via orale, ci sono giunti in trascrizioni di autori di epoche successive inseriti in vari contesti.

Il carmen accompagnava la vita dell’uomo nei suoi momenti più significativi: nascita, lavoro, guerra, vittoria, preghiera, morte, celebrazione dei cari scomparsi. Un esempio di carmen che voglio ricordare è tratto dall’ambito familiare infantile, una sorta di ninna nanna che recita così: lalla lalla lalla aut dormi aut lacta, dove è evidente l’allitterazione del suona “la”.

Ed anche per quanto concerne la nascita della nostra lingua, già le prime testimonianze scritte ci propongono testi di struttura vagamente poetica o comunque ritmica di evidente tradizione popolare.

Ecco quindi che possiamo affermare che la poesia è presente non soltanto in ambiti letterari ma nella vita di ogni uomo. Non si tratterà forse della grande poesia alla quale non tutti per motivi molto diversi possono accedere, ma comunque di forme poetiche molto diffuse, anche a livello popolari e presenti in tutte le culture, anche in quelle definite.

Ma cosa ha di tanto speciale la poesia per apparire là dove nasce la vita delle civiltà, dove nasce la vita delle culture popolari, dove nasce e cresce alla vita ogni uomo?

Sicuramente a questa domanda molte sono le possibili risposte. Io ne voglio cogliere una che sento e me congeniale. La poesia è ritmo coniato a seconda delle epoche e delle culture in diverse forme metriche, ma comunque essenzialmente ritmo, cioè movimento ordinato, ripetitivo così come sono ordinati e ripetitivi quei movimenti biologici che governano la vita e che indicano la vita. Pensiamo al nostro cuore, al nostro respiro, alle nostre cellule ed al loro ritmo e a come si può parlare di vita solo se questi ritmi sono presenti.

Tutti noi che conosciamo, amiamo, leggiamo la poesia con la “p” maiuscola, quella che ha messo in sintonia la nostra sensibilità con il bello dell’espressione linguistica poetica, ricordiamo sicuramente con tenerezza anche quell’altra poesia minore, quelle filastrocche, quelle poesiole che hanno accompagnato i nostri giochi infantili, quegli scherzi ritmati con i quali abbiamo burlato i nostri compagni, quelle ninne nanne sul ritmo delle quali abbiamo addormentato i nostri orsacchiotti e sicuramente anche quelle particolari poesie accompagnate da musica (le canzoni) che hanno segnato momenti significativi della nostra vita.

Il riferimento alle canzoni non è casuale ma voluto perché dobbiamo ricordare che la poesia è per sua natura la più adatta a suggerire e richiedere addirittura un adeguato accompagnamento musicale e di qui al ballo il passo è breve. Si potrebbe dire che un uomo o una donna, naturalmente, che balli al ritmo di una canzone sintetizzi al meglio il concetto di poesia e vita.

Rosa Elisa GIANGOIA

Il rapporto tra la poesia e la vita può essere interpretato anche come un legame di grande fiducia: la poesia ha sempre dimostrato fiducia nella vita, pur secondo prospettive diverse. Innanzitutto, quella ultraterrena; infatti la poesia si è da sempre aperta alla prospettiva metafisica, al dialogo con l’Assoluto. Per questo da sempre in poesia si è espressa la preghiera, come testimoniano gli Inni omerici, i Salmi della Bibbia, i carmina della letteratura latina arcaica e l’innografia che dai primi tempi del cristianesimo si inoltra nel Medioevo per arrivare fino alle origini della nostra letteratura con Francesco d’Assisi. La poesia ha dimostrato fiducia nella vita, sempre nella prospettiva ultraterrena, soprattutto per il fatto che in poesia è stata elaborata molta riflessione finalizzata alla salvezza eterna dell’uomo, in particolare quel grande poema che è la Commedia di Dante, scritta appunto come ha scritto Dio, cioè per salvare l’uomo in eterno. Ma la poesia ha manifestato la sua fiducia nella vita anche per il suo essersi fatta strumento di duratura gloria terrena per l’uomo nella prospettiva di un’illusoria, quanto consolante, immortalità nella storia. L’idea è antica, si radica nelle origini della nostra tradizione letteraria, nel mondo greco, con Omero e con Pindaro, per trovare poi una elaborazione teorica nel Pro Archia di Cicerone, secondo cui la poesia ha permesso che non andasse perduto il ricordo di grandi azioni, il che è importante perché diventa incentivo per compiere nuove gloriose imprese. A questa idea di laica immortalità si rifà direttamente nei Sepolcri Ugo Foscolo che vede la salvezza e il riscatto della morte stessa nella memoria che perdura nella storia.

La stagione più recente della poesia, dal decadentismo e lungo la linea del Novecento, ha visto un ripiegamento verso una visione negativa dell’esistenza umana, una sfiducia nel vivere come tema ricorrente, anzi quasi costante della poesia, a cui si è accompagnato un insistente interrogarsi sulla verità, un continuo ricercare Dio, senza sicuri approdi di possesso, un tendere ad acquisizioni salde, senza mai raggiungerle.

Proprio da questa constatazione può nascere un auspicio e una speranza per il futuro: che la poesia recuperi la fiducia nella vita, ne metta in rilievo elementi di positività, pur in forme sempre rinnovate nella tensione dell’efficacia e della bellezza espressiva.