Il ritorno a casa del Boss

Bruce Springsteen“Non puoi dormire la notte/ non puoi sognare i tuoi sogni”, canta Bruce Springsteen in Your own worst enemy, quarta traccia di Magic. Mettiamo da parte per un attimo il nuovo lavoro, e tuffiamoci nel passato. C’è un uomo che conosce la stessa esclusione dal sogno, e con la stessa radicalità. “Dormii il sogno dei morti”, dice il protagonista di Highway 29. Un uomo e una donna, un motel, una rapina, sangue ovunque, una fuga da casa, un’auto che sfreccia nel deserto, che taglia il confine fino all’urto finale, quello con la morte: “la strada era piena di vetri rotti e benzina/ lei non diceva nulla era solo un sogno/ il vento entrava senza far rumore dal parabrezza/ tutto quello che vedevo era cielo e neve e pini/ chiusi gli occhi e correvo/ chiusi gli occhi e volavo”. Anche l’uomo di Straight Time è tornato in una casa, la sua casa, tra la moglie (che lo segue con la coda degli occhi) e i suoi figli, con la vertigine dell’illegalità che ancora lo risucchia e lo alletta. La casa come una trappola, la trappola della stabilità (Hungry heart, Stolen car, tutte cronache di fughe senza ritorno). Per l’uomo di Straight time il sonno è invece l’unica via di fuga “quando poggia la testa su un cuscino/ e va alla deriva in terre straniere”.

Se c’è un tema che percorre Magic, e che lo lega saldamente a tutta la produzione del Boss, è il ritorno a casa (non è allora un caso che Radio nowhere, primo brano di Magic, si apra con un uomo che cerca la via del ritorno). Un tema nuovo e antico, la casa la fuga la strada: Magic riunisce tutta la costellazione mitica che da sempre accompagna la musica di Springsteen. La casa è qualcosa da cui fuggire, in una casa si finisce per tornare. La casa è un padre che “cammina nelle stanze vuote/cercando qualcuno da maledire”, la casa è un’identità alla quale rimanere aggrappati (“figliolo questo è un bel posto per nascere”).
Your own worst enemy è uno dei brani più ricchi di rimandi di Magic. Springsteen cita se stesso, è stato detto (che dire allora di quel “I don’t believe in magic/ but for you I will”, infilato tra le pieghe di Countin’ on a miracle?). Lo ha sempre fatto. Solo che ogni volta cambia la luce con la quale è illuminata la scena, e le ombre nelle quali essa sprofonda. La casa la lontananza la distanza il tradimento: la trama stessa della poetica del Boss. In Devils and dust è il deserto che inghiotte la vita dei soldati, “siamo così lontani da casa/ e casa è così lontana da qui”. “Posso accompagnarti fino a casa”, dice l’uomo di All the way home, un uomo decisamente malconcio (“la fiducia in me stesso è arrugginita”).
La casa occupava già Tunnel of love o Lucky Town. Le sue stanze ospitano “le piccole sporche guerre degli amanti” (One step up), e tra le pareti “quando le luci si spegne/tutto va a pezzi” (Brilliant disguise). Mentre sulla casa di Caution man si poggia “la bellezza della luce del Signore”. E che dire dell’uomo di Souls of the departed che vuole costruire mura così alte attorno alla vita dei suoi figli così che nessuno possa violarli?
Non c’è luce che non contenga ombre, oscurità che non vengano rischiarate, la tensione tra luce e ombra (come tra grazia e peccato, redenzione e dannazione) regge tutta l’opera di Bruce. Nella casa di Living Proof mormora il respiro di un bimbo appena nato, e l’uomo di Lucky town vuole costruirsi “una casa nuova” anche se ha “le mani sporche”. Spesso lo spazio domestico è lo spazio della disillusione. Se il bambino di Mansion on the hill guarda da lontano la villa immersa nelle luci – senza potervi accedere -, l’uomo di My Beatiful reward è entrato in quella casa, cammina nelle sue stanze vuote ma sente che nessuna di essa gli appartiene veramente. E la casa di 57 channels (and nothin on) è una casa ridondante dei segni di una nuova ricchezza, ma alla fine è solo un guscio vuoto contro il quale il protagonista scarica la sua magnum nel “nome benedetto di Elvis”.
Torniamo a Magic. La casa di Your own worst enemy non è una casa pacificata. “Un tempo la tua piccola dormiva in pace”, ora non più. Prima la gente sembrava così cordiale, ora non più. Prima la famiglia era un rifugio sicuro, ora non più. “Il tuo peggior nemico è arrivato in città”, canta Bruce. Di quale nemico si parla? Il brano richiama, nella struttura narrativa, due pezzi “gemelli” del passato, Fugitive’s dream e Unsatisfied heart. Un fantasma che si materializza, il passato che torna a inquietare, forse la coscienza sporca di un’intera nazione. Quello che è certo è che il mondo continua “a girare e girare” e il crollo non si può più rimandare. C’è un verso che segnala che il tracollo è avvenuto: “Non puoi uscire dalla tua pelle”. Un intero mondo è bloccato. La speranza di cambiare è cenere. Uscire dalla tua pelle, cambiare pelle (come il serpente): è quello che sognano o desiderano i personaggi di Springsteen. Ancora Living proof: “Sono stato nella città deserta/ cercando duramente di liberarmi della mia pelle/ ho strisciato in profondità in una sorta di tenebra/Cercando di bruciare ogni traccia di chi ero stato”. In un altro brano Goin Cali l’allusione al serpente è ancora più trasparente: “Scese verso la città deserta/ dove suonano i serpenti a sonagli/ E abbandonò la sua pelle morta lungo la strada”. Anche gli amanti di Happy si liberano della loro pelle (“Tonight let’s shed our skins and slip these bars”, “stanotte cambiamo pelle e scivoliamo oltre queste sbarre”).
Un ritorno a casa è quello narrato in Devil’s arcade, penultima traccia di Magic. È il ritorno di chi ha vissuto l’orrore, di chi ha visto il sangue seccarsi o l’odore dei cadaveri alzarsi, come accadeva in Devils and Dust, di chi ora ha sperimentato “il metallo e la plastica” (“Just metal and plastic”) e peggio, nulla è rimasto da salvare. L’uomo è tornato a casa, è tornato con le sue ferite (“passo la lingua sulle tue cicatrici” diceva l’uomo di Wordls apart). E ancora, un sogno inquinato, gli incubi che assalgono, il risveglio con “la polvere del deserto” sulla pelle. Ma ora gli occhi si aprono in una casa silenziosa, la casa del “coraggioso” (None but the brave, nessun altro che l’uomo che ha coraggio, è il titolo di un vecchio brano), il regno non è qualcosa di lontano ma è “ora”, “qui”, sul volto della persona che si ama, un letto inondato di luce, un corpo che aspetta, un battito, l’unico capace di spegnere il respiro del diavolo.
E se in Gipsy biker è raccontato un altro ritorno – in una bara -, è in Long walk home che la casa dispiega tutta la sua potenza simbolica. Non sono solo pareti, è l’identità, la fedeltà a valori scritti nella pietra. Eppure l’estraneità come un vento ha spazzato i vecchi luoghi conosciuti. La drogheria di Sal o il vecchio barbiere si riempiono di facce sconosciute (“tutti si comportano allo stesso modo/ come se nulla fosse cambiato”, diceva il protagonista di Nothing man, e gli occhi dell’uomo di Paradise “vagano da un volto all’altro”). La Veteran’s hall è disertata: è la memoria stessa ad essere stata cancellata, è la ferita del Vietnam ad essere stata rimossa. Qui la bandiera (che in Your own worst enemy “va alla deriva” nel cielo) non è un pezzo di stoffa ma una dichiarazione di identità (in Brothers under the bridge nei colori della bandiera erano avvolti i corpi di altri reduci, quelli del Vietnam), un patrimonio di valori insediato. È scritta sulla pietra, dice Bruce. Inalterabile. Incancellabile. Pietra dinanzi a un mondo i cui confini vacillano, che è preso dalla vertigine. To drift, andare alla deriva, è il verbo che più ricorre in Magic. In You’re missing, perla contenuta in The rising, dentro la tragedia catturata nelle sue pieghe più intime, la scomparsa della persona amata, era Dio ad andare alla deriva nel cielo (in un cielo di vita e morte, come in the Rising).
Anche Girls in their summer clothes è una corsa tra luoghi familiari. C’è un portico (come non pensare alla Mary di Thunder road? o alla desolazione di “un lampo senza pioggia” di Dry lightning? O il vento che fa sbattere la porta in This hard land?), c’è il Frankie diner, c’è il confine con la città (che fine ha fatto l’uomo che “vuole pagare il costo” di Darkness on the edge of town?), c’è l’insegna luminosa (sembra di essere ripiombati in Jungleland, sotto la “giant Exxon sign”) e c’è un uomo che ha ancora voglia di mettersi in gioco o forse no, e vede le ragazze (“Il tempo diventa bello e le ragazze si tolgono i vestiti invernali”, raccontava Bruce nel parlato di All that heaven will allow) che gli passano davanti. Come un sogno che non si può più afferrare.

  • Paola Padula

    Ritmo intenso, nutrito di sostanza, di stimoli, di intelligenza. Bell’approfondimento, mai frugale, mai di facciata, ma voluto, scelto, seriamente donato.
    Grazie.
    Paola