Lui

Sì è vero! – Sono nervosa, spaventosamente nervosa – lo sono sempre stata – ma perché volete pretendere che io sia pazza? Tutto quello che ho visto, provato, ricordato, è successo veramente, non è che me lo sia inventato di sana pianta. Io non sono neanche una persona violenta, voi non lo potete sapere perché non mi conoscete, ma provate a chiamare – non so – Anna Meis, è una vecchia amica, lei ve lo può dire, che non mi arrabbio mai. Ancora meglio, la mia vicina di casa, la signora Gertrude, sa tutto quello che ho passato, sentite lei. Tutti mi daranno ragione, capiranno. Davvero, so quello che sembra, ma voi non conoscete la storia dall’inizio, per questo gli date ragione, ne fate addirittura la vittima.  Si, perché non è che sia iniziata con mio marito – il mio ex marito, grazie a Dio – e non è che io sia nata nervosa, certo. Però cercate di capire, una ci diventa, quando viene trattata come hanno trattato me, sin da ragazzina.

Non fa piacere sentirsi ridere in faccia ed essere chiamata “cicciona” o “topo” – per i denti – o “secchiona” o “deficiente” – perché a ricreazione stai al banco e leggi, perché sei timida e non sai come parlare con gli altri. Non è carino e non è che sia la sola che vi può raccontare di queste cose, però è per farvi capire. Cominci a pensare che sia vero quello che ti dicono, ti ci senti proprio e lo sai che a tutti fanno schifo i topi – compresa a te – e che a nessuno piacciono le ciccione, che quando sei così non la troverai mai una persona che ti possa amare.  Ci speri ancora, eh, però diciamo che l’asticella si abbassa, ti accontenteresti di qualunque cosa, di chiunque. Non fa piacere essere soli così, ti vengono brutti pensieri in mente perché non hai altro da fare che pensare male.

A me, personalmente, non è venuto in mente in quel periodo di pensare male di quelli che mi spintonavano in corridoio o ridacchiavano quando entravo in classe. Pensavo a come ero fatta, a che c’era di sbagliato. Fissavo i miei denti allo specchio, si, forse erano un po’ sporgenti, ma come sistemarli? Portare l’apparecchio non l’avrei sopportato. I fianchi larghi ce li ho ancora e la pancia non l’ho mai avuta piatta come quelle che vanno in televisione, colpa della dieta sbagliata o dei pochi addominali, che ne so. Ho pure provato a non mangiare, ma non ce l’ho fatta, mi è mancata la forza di volontà.

Insomma, prima o poi speri solo che venga qualcuno a salvarti – poi io mi vergogno a dirlo, ma un po’ ci credevo a quelle cose del principe azzurro. Lui è arrivato, per così dire, sulla scena del disastro, in cui il disastro ero io e la scena era l’occupazione al terzo anno di liceo. Avevo pensato di andare per evitare che mi chiamassero “rigida” o – ancora – “secchiona” e me n’ero stata tutto il giorno seduta a gambe incrociate su un banco in corridoio, col dubbio se tirare fuori o meno il romanzo che avevo in borsa, almeno per passare il tempo.  Non so da dove lui sia sbucato, me lo sono ritrovato seduto vicino – molto vicino. Parlava a voce bassa – una voce calda – e mi guardava negli occhi. Ricordo che mi prese la mano e che attraversammo il marasma di studenti in fomento, fino al bagno dei ragazzi al secondo piano. Mi batteva fortissimo il cuore. Non penso ci sia bisogno che vi spieghi nel dettaglio cosa stesse succedendo in quel bagno – quando la porta si spalancò e lui saltò via da me, come con repulsione, dicendo qualcosa del tipo “la scommessa era dieci minuti, ma ve la siete presa comoda, eh?” e tutti giù a ridere. Erano tre, forse quattro ragazzi – uno gli tendeva dei soldi – e un paio di ragazze mi fissavano perfide dalla porta. Ricordo vagamente che quando se ne andarono rimasi a terra e credo che piansi a lungo.

In quei giorni sono cominciati i problemi di stomaco e l’oppressione al petto, le unghie mangiate fino alla carne viva, i “tr**a” in corridoio. Ditemi voi come si fa a non diventare nervosa. Questo è stato tanto tempo fa e non dico che sia la ragione per cui ho fatto quello che ho fatto, dico solo che è così che io e lui ci siamo conosciuti e non è che sia un bel modo, no? Comunque poi la scuola è finita, mi sono lasciata alle spalle quelle persone. Ogni tanto mi guardavo ancora allo specchio sperando che i miei denti diventassero meno sporgenti, ma con un po’ di impegno avevo smesso di mangiarmi le unghie ed era già qualcosa.

Io e mio marito – il mio ex marito, sì – ci siamo conosciuti, invece, al compleanno di un’amica in comune. Si parlava di segni zodiacali, ed è venuto fuori che eravamo nati ad un giorno di distanza l’uno dall’altra. Con un tantino di spumante in corpo, il dato anagrafico divenne un “era destino che ci incontrassimo”. Era la fine del mio primo anno di università. Siamo stati insieme due anni, prima di sposarci. Capite, ero giovane e non riuscivo a credere di aver trovato l’uomo della mia vita. Non volevo perderlo e una fede al dito sembrava un talismano abbastanza potente – non avevo ancora capito che le favole sono favole e nient’altro. Dopo il matrimonio, non c’era più bisogno che andassi all’università, a studiare per cosa, trovare un lavoro? Avrebbe lavorato lui, io potevo stare tranquilla, che non mi sarebbe mancato nulla. All’ennesimo litigio in cui ceravo di convincerlo a cedere, a lasciarmi continuare lo studio, all’ennesima promessa che mi sarei comunque presa cura di lui, con tutta la dedizione che avevo in corpo, chiedevo solo qualche ora sui libri, mentre era fuori al lavoro – ricevetti il mio primo “ammonimento”, stampato sul viso a colori vividi. Si sarebbe fatto come diceva lui. Non sto qui a raccontarvi come andarono le cose da quel momento in poi, ma diciamo che mi ritenni fortunata quando, dopo anni di tentativi e “ammonimenti”, la mia dottoressa mi prese per mano e mi comunicò che no, non potevo avere figli. Sapevo, in quel momento, che era finita. A cosa gli sarei stata utile, se non a costruire e mantenere una famiglia? Avevo rovinato il piano. Mi lasciò senza troppi capricci o rimorsi. Dopo che se n’è andato, ho cominciato ad andare da un’estetista bravissima. Dopo anni le mie unghie sono tornate lunghe e curate. Che deve fare una donna per essere libera, eh?

Ora, non è che abbia detto tutte queste cose per avere la vostra compassione, però “pazza” non lo accetto proprio. Forse un po’ lunatica, sono del segno dei pesci, dopotutto – anche tuo marito, direte, si, ma abbiamo ascendenti diversi e quelli cambiano tutto. Comunque, spero comprendiate dopo questa lunga premessa, che non abbia retto a rivedere lui – sono tornata, all’improvviso, in quel fetido bagno del liceo. Il centro commerciale quel giorno era pieno di gente ed è assurdo che io sia stata l’unica a vederlo urlare contro quella ragazza e strattonarla, nel parcheggio sotterraneo – so che si è detto che la mia è una versione esagerata dei fatti, ma non è così. Non so perché non mi sia intromessa subito, ma me ne sono pentita, perché la ragazza piangeva e mi venne in mente che nessuno era mai intervenuto a difendere me e lui sembrava un tale animale rabbioso e io sentivo crescere dentro di me una belva ancora più terribile. Quando si allontanò lasciando la ragazza rannicchiata ai piedi della loro auto, lo seguii. Vederlo entrare, dopo qualche minuto, nei bagni degli uomini, sembrò una rivelazione, il destino, quasi, senza avere una goccia di spumante in corpo, questa volta. Entrai piano, quasi fossi un fantasma. Lui era di spalle, preso dalle sue cose, ricordo i capelli ondulati sulla nuca, il colletto perfettamente piegato attorno al collo e la camicia inamidata – immaginai la ragazza intenta a stirarla. Insomma, lo sapete, gli sono saltata addosso stringendomi con le gambe al suo busto e da dietro ho conficcato le unghie nella sua faccia. Non se l’aspettava, lui, e si è accasciato a terra sanguinante.

Ma che ci si potrà mai aspettare da una vita di violenza?

A pensarci bene, non sono né pazza, né nervosa. Erano anni che non ridevo così di gusto e da qualche giorno anche il mal di stomaco è sparito.

 

[questo racconto di fantasia è il frutto di un esercizio assegnato durante il laboratorio di scrittura BombaInk. La consegna era quella di partire da un incipit altrui; l’inizio scelto è stato il seguente: “Sì, è vero! – sono nervoso, spaventosamente nervoso – lo sono sempre stato – ma perché volete pretendere che io sia pazzo?” da The Tell-Tale Heart di Edgar Allan Poe. I disegni sono di Christian Schloe e di Maria Giulia Colace].

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