L’uomo che nascose la sua anima in una pietra

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Vi propongo la lettura di questa parabola, posta in apertura al romanzo Devoti a Babele di Valter Binaghi. Accompagniamo la lettura tenendo a mente due semplici domande: perché, tra tanti materiali, scegliere di nascondere l’anima proprio nella pietra? Sarà poi il materiale più adatto?

L’uomo che nascose la sua anima in una pietra ebbe prima mani forti e pazienti, per cercarla tra tutte nella pietraia franata dai fianchi del monte, spezzandosi le unghie e riconoscendo quella adatta dopo molto lavoro, finalmente: un sasso tondeggiante, scuro, appena attraversato da una venatura candida, dalla forma che ricordava un cuore.
Allora sciolse il sacchetto di pigmento che portava al collo, lo versò e lo impastò con la saliva nell’incavo della mano, e quando immergendovi il dito e ritraendolo vide che tingeva perfettamente, tracciò tre circoli concentrici sul sasso, e poi il punto centrale.
Intinse e perfezionò più volte il suo lavoro finché fu soddisfatto. Lo posò su una roccia e lo guardò asciugare al sole giunto allo zenit, che adesso cuoceva le pietre e la savana tutto intorno. Le colline erano silenziose, la selvaggina rintanata, i cacciatori in sosta sotto qualche albero, a bere acqua dagli otri e a sonnecchiare.
L’uomo che nascose la sua anima in una pietra cercò il luogo che gli avevano indicato i suoi sogni, un luogo dove un unico albero nella radura si lanciava contro il cielo come una freccia puntata. Lì, nell’anfratto formato dalle radici dell’albero, infilò il suo sasso, spingendolo bene in fondo, mormorando la preghiera che gli aveva insegnato lo sciamano al villaggio. Poi si voltò e prese a camminare verso ovest, in direzione del mercato: e intanto cominciò a cantare, misurando col numero dei canti la distanza che percorreva.

Ora poteva avviarsi a vendere ciò che pesava nella bisaccia: il frutto di faticose ricerche, diverse pepite di turchese purissimo, con cui poteva acquistare tre pecore almeno, e tornare al villaggio con quei beni, a ricevere i complimenti degli uomini e il sorriso di sua moglie. Aveva fatto tutto quanto doveva per proteggersi dalle impurità che lo attendevano al mercato, come gli aveva raccomandato lo sciamano: «Vedrai cose preziose che non potrai mai avere, e bellezze di donna che non ti appartengono. Conoscerai genti che disprezzano l’austero dio dei pastori e si prostrano a numi ben vestiti, che elargiscono lascivie. La tua anima sarà come un passero tra i falchi: non dire che sei forte, nessuno lo è veramente tranne il Dio. Affida la tua anima a un luogo sicuro: qualunque cosa accada a Babele, la ritroverai intatta con la tua pietra».
Arrivato al mercato, il primo giorno vendette tutto il suo turchese acquistando ben quattro pecore e lasciandole alla stalla dell’albergo. Lui andò alla taverna.
Bevve buon vino, disputò con una coppia di cacciatori sulle piste della capra selvatica, giocò e vinse a dadi, di nuovo bevette e perdette ciò che aveva vinto, e terminò la giornata nel letto di una prostituta straniera che aveva caviglie sottili tintinnanti di bracciali e parlava la lingua che si parla di là del mare.

L’uomo che nascose la sua anima in una pietra si svegliò quando il sole era già alto, e la prostituta imprecava alle sue orecchie perché se ne andasse alla svelta. Provò vergogna per se stesso, e capì quanto prezioso fosse stato il consiglio dello sciamano: presto avrebbe dimenticato tutto, ritrovando la sua anima preservata da ogni macchia.
Andò all’albergo a ritirare le sue pecore, poi fece per avviarsi.
Provò a richiamare alla mente la canzone che aveva cantato il giorno prima, ma a quel punto si accorse che aveva dimenticato tutto: la canzone, il numero, e ogni particolare della lunga marcia. Solo ricordava l’albero solitario, tra le cui radici aveva seppellito la sua anima.
Trascinò le sue pecore in lungo e in largo nel territorio circostante, credendo ogni volta di aver trovato l’albero giusto, e ogni volta cercando inutilmente il nascondiglio, finché le pecore non morirono di stenti in quel deserto, una dopo l’altra, ed egli le macellò per cibarsene, senza interrompere di un giorno la sua ricerca.
Una ricerca inutile. Dopo settimane (in cui certamente al villaggio l’avevano dato per morto), decise di rinunciare. Non avrebbe mai più ritrovato la sua anima intatta, doveva farsene una ragione. L’uomo che aveva vissuto in semplicità sulle montagne, il pastore e cercatore di turchese, non esisteva più: non poteva tornare lassù, non era più dei loro.

Ma di chi sarebbe stato, d’ora in poi, se non di se stesso? E quale direzione dare al cammino? Mentre pronunciava mentalmente questa domanda provò un sentimento sconosciuto: intravide davanti a sé una libertà sconfinata e il potere di osare.
Si guardò indietro, e tornò all’ultima pietraia oltrepassata. Si mise a rovistare sotto il sole cocente, finché gli parve di aver trovato un sasso tanto simile al suo da non potersene distinguere se non per il disegno. Provvide anche a quello, lasciò asciugare e poi si chinò afferrandolo avidamente e stringendolo nel pugno, ma niente.
Niente di ciò che aveva perduto ritornò da lui.

Si avviò verso il mercato, e poiché era senza denaro, il primo giorno per mangiare dovette tendere la mano. Poi si adattò a fare da garzone a un maniscalco, e ad altri mestieri con cui sopravvivere alla giornata, finché un mattino, osservando il banco di monili e gemme di un mercante arabo, ebbe un’idea.
Per un intero giorno setacciò una pietraia riempiendo la bisaccia di sassi tondeggianti di un colore compatto, grigio, bianco, rossastro. La notte, con pigmenti diversi, tracciò su ognuno di essi l’identico disegno: tre cerchi concentrici, e il punto centrale.
Al mattino si procurò due ceppi, un asse, un drappo e uno sgabello, e allestì il suo banco al mercato, dove dispose le sue pietre.
La gente si fermava a osservare, il prezzo era buono.
«È un amuleto?» chiedevano alcuni. E altri: «È un’arma?».
Lui annuiva, lasciava che ognuno credesse ciò che voleva. L’uomo che nascose la sua anima in una pietra va al mercato di Babele ogni mattina, e siede là, finché non muore il giorno.

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