OpenLab – pt. 13: V. Hugo, Novantatré

Prosegue l’OpenLab nella sua versione virtuale, adatta al momento che stiamo vivendo e sperimentazione di un “modello” per la condivisione e il commento di un testo a distanza. Con questa puntata l’OpenLab si prende una piccola pausa, ma tornerà presto e – si spera – dal vivo.

Federico: Novantatré (Victor Hugo)

“Tu, cristiano, sei un infedele; tu, bretone, sei senza onore; sono stato affidato alla tua lealtà, e sono stato accolto dal tuo tradimento; tu dai la mia morte a coloro ai quali hai promesso la mia vita. Sai chi è il perdente, qui? Sei tu. Tu sottrai la mia vita al re e consegni la tua eternità al demonio. Su, commetti il tuo delitto, sono pronto. Vendi a basso prezzo la tua parte di paradiso. Grazie a te il diavolo vincerà; grazie a te le chiese cadranno; grazie a te i pagani continueranno a fondere le campane per farne cannoni e mitraglieranno gli uomini con ciò che salvava le anime. Nel momento in cui ti parlo, può darsi che la campana che ha suonato per il tuo battesimo uccida tua madre. Su, aiuta il demonio. Non fermarti. Sì, ho condannato tuo fratello, ma sappi che io sono uno strumento di Dio. Ah, tu giudichi i mezzi di Dio! Oseresti dunque giudicare la folgore che è in cielo? Disgraziato, sarà essa a giudicarti. Attento a quel che stai per fare. Sai almeno se sono in stato di grazia? No. Ma non te ne importa. Fa’ come vuoi. Sei libero di gettarmi all’inferno e di gettartici con me. Le nostre due dannazioni sono nelle tue mani. Davanti a Dio, il responsabile sarai tu. Siamo soli, e uno di fronte all’altro nell’abisso. Continua, termina, concludi. Io sono vecchio e tu sei giovane; io sono privo di armi, e tu armato; uccidimi”.

Ho scelto questo brano perché sono rimasto colpito dalla retorica del discorso, una sorta di “arringa” pronunciata da chi, in quel momento, ha la propria vita nelle mani del suo interlocutore. Chi ascolta è accusato di essere in procinto di compiere un crimine dalla duplice valenza: religiosa e politica. Tuttavia, la retorica del discorso preme più sull’aspetto religioso, quello che forse inquieta e preoccupa maggiormente chi sta ascoltando. Il suo atto non solo contribuirebbe alla distruzione del culto (chiese che cadranno, cannoni e proiettili fatti con i campanili), alla dannazione della sua anima e alla probabile morte della madre, ma lo renderebbe anche responsabile della dannazione eterna di chi sta parlando. Infatti, pur essendo “strumento di Dio”, chi sta pronunciando il discorso è un peccatore come tutti, passibile della giustizia divina, ma non di quella umana. D’altronde come la bella allegoria naturalistica insinua, si potrebbe umanamente giudicare una folgore? Ovviamente no.
Questo almeno è quello che vuol far credere. In realtà, ciò che mi sembra di scorgere nel testo è la figura di un abile manipolatore che conosce molto bene la psicologia, le credenze e i sentimenti del suo interlocutore. Cercandosi di insinuare all’interno della coscienza del potenziale assassino, mostra gli effetti materiali e spirituali del suo atto omicida rendendolo colpevole, non solo dell’assassinio, ma anche delle peggiori disgrazie personali e collettive.

Greta

Si nota subito dalle frasi brevi e secche la volontà di chi parla di colpire dritto nel segno; vengono accostate parole con significati opposti, a marcare forse ancora di più l’opposizione tra chi parla e chi ascolta (anche attraverso l’alternarsi degli aggettivi “tuo” e “mio” e dei pronomi “tu” e “io”).
Sembrerebbe un discorso dettato dall’istinto, dalla rabbia del momento, ma come Federico anch’io ci vedo molto di abilmente costruito e sarei curiosa di sapere se l’interlocutore sia stato all’altezza di tale confronto.
Infine questa parte: “grazie a te i pagani continueranno a fondere le campane per farne cannoni e mitraglieranno gli uomini con ciò che salvava le anime” mi ha ricordato molto una favola di Rodari, in cui le armi costruite con le campane non sparavano ma suonavano, tanto da portare la pace. Le favole hanno questo pregio: alleggerire realtà pesanti. L’intento di questo testo sembra invece l’opposto, farci sentire la pesantezza del momento, renderci partecipi di questo istante di tensione, un attimo prima che venga commesso un omicidio.

Diego

Il brano nella sua retorica mi ha colpito molto, riportandomi alla mente i toni delle tragedie di Shakespeare, e lo confesso, ha richiesto un triplice passaggio. Lo riduco al “minimo termine” che porto via con me, andando oltre il rullio dei tamburi di guerra e lo schianto della folgore che vengono evocati con lo sfavillio dell’uso della lingua. Mi sembra che, pur evocando i temi del tradimento e della lotta tra mondo cristiano e mondo pagano, più importante al centro vi sia la questione della responsabilità personale, che qui ci è restituita nei bagliori sulfurei della dannazione eterna e del fuoco di un inferno evocato per entrambi. Responsabilità che riguarda il destino personale, altrui e del mondo. L’atto del giovane, che segna presumibilmente la vita dell’anziano prigioniero, non può non avere effetti anche nel mondo. La frase:
Nel momento in cui ti parlo, può darsi che la campana che ha suonato per il tuo battesimo uccida tua madre” mi  sembra particolarmente efficace. E sollevando il tema della implicazione personale nelle vicende del mondo, svelando la sua correità, l’anziano evoca la tragica e nobile condizione umana.
Siamo soli, e uno di fronte all’altro nell’abisso”.
Questo fa pensare e intenerisce. Peccato che né il giovane né l’anziano abbiano conosciuto il volto misericordioso del Dio di Gesù Cristo. Ma se fosse così, il pezzo probabilmente non toccherebbe le corde profonde della rabbia e della paura dell’ignoto che viceversa evoca.

Tiziana

Mi sono interrogata parecchio davanti a questo testo che mi ha incuriosito ma non è riuscito a “catturarmi”. Ovviamente è una parte all’interno di un contesto che posso immaginare ma a fatica.
Mi colpisce l’enfasi e la veemenza del discorso e mi manca il contraddittorio, la voce dell’altro, dell’altra parte. Ci sento una retorica che è senz’altro connessa al momento, alla vicenda narrata, ai personaggi.
C’è un punto che mi ha fatto fermare: Sai almeno se sono in stato di grazia? No. Ma non te ne importa. L’espressione “in stato di grazia” mi ha un pochino riconciliato con il brano. La domanda è potente e la risposta non c’è. Quel “no” è riferito al fatto che il nemico non sa.
Non conoscere, non sapere ci pone in una situazione, a volte, di potere. Possiamo sfruttare l’occasione di essere ignari di cosa “agita” l’altro per avere la meglio su di lui. Non ci importa, siamo più forti.
Il rapporto di forza e di potere in questo brano è disequilibrato e per questo può disorientare.
O almeno, ha disorientato me.

Cecilia

Credo anch’io che ciò che più incuriosisce nel leggere queste parole sia il rapporto tra i due interlocutori. Riflettendoci, dal brano mi è arrivata la netta sensazione che sia l’autore del monologo ad avere, o a credere di avere, in pugno la situazione, nonostante quello che dice. Infatti è in grado di pronunciare un lungo discorso, elencando anche molte motivazioni a sua difesa, senza che l’altro si azzardi a rispondere. E, mano a mano che procede nel suo ragionamento, compaiono degli argomenti sempre più astrusi (come la campana che uccide la madre) e non pertinenti (lo stato di grazie, lo strumento di Dio), come se lui fosse talmente tranquillo da permettersi di fare della filosofia su una questione che evidentemente è personale. Così facendo l’immagine che quest’uomo dà di sé è quella quasi comica di un megalomane. Resta il dubbio se il suo interlocutore si faccia abbindolare da tutto questo parlare oppure no.

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