In principio era la polvere

Il gruppo indie italiano Una Pura Formalità pubblica nel 2008 il primo Ep “Canti Didascalici”. Tre i brani che compongono il mini album: “Sgravello”, “Il Disillusionista” (duro attacco al Papa e alla dottrina cristiana) e “Il Mio Elogio della Polvere”. Quest’ultima intercettata per l’amara riflessione sul senso della vita e il suo cominciamento. Sullo sfondo, il racconto della creazione nei primi due capitoli della Genesi: “Il Signore Dio plasmò l`uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Genesi 2,7). Secondo la tradizione dei Padri della Chiesa, il termine “divenne” può essere tradotto così: (l’uomo) si trasformò in un essere spirituale. In Genesi 1,26 si parla della creazione ad “immagine e somiglianza” [vedi U2], dunque si fa riferimento all’uomo carnale, diventato anima in Gen 2,7.

La crepuscolare “Il Mio Elogio della Polvere” sembra cercare nella Bibbia una spiegazione scientifica sull’origine dell’uomo carnale e dell’universo. Ed è un brano sull’anima, su quella parte più nascosta e spirituale che gli amanti scoprono nell’amore, imprigionata nei corpi destinati a perire, mutuando così un concetto dalla tradizione platonica: il corpo tomba dell’anima. Il termine “polvere” – sterile nella sua potenza generatrice – chiude le ultime strofe della canzone, un paletto che segna la finitudine di ogni storia umana. Destino ineluttabile “abbracciare la polvere”, la morte. Unica forma dell’eterno conosciuta.

“Il Mio Elogio della Polvere” è un brano adamitico: Dio plasma l’uomo come un vasaio, usando la polvere del suolo, che nell’ebraico dà il nome all’essere plasmato: Adam (v.7, nota Bibbia Cei). Quei capitoli biblici non svelano il come e il perché del principio di tutto. Nella Genesi emerge l’azione creatrice di Dio sul primo uomo e le generazioni future, non una formula scientifica che dimostri l’esistenza delle creature e il perché della loro fine. Le parole ampollose della canzone, prevenute su un’eventuale rivelazione del mistero, tendono comunque verso l’eterno, pur se chiuso e distante: “La frenesia di tutto un mondo non più disposto ad ammettere che in principio era la polvere”. Un mondo che appare cristallizzato, addormentato di fronte alla verità, paradossalmente frenetico e incapace di ricordare le origini ultraterrene. Una comunità di uomini che irride a un amore che vuol essere eterno, nonostante la polvere. Un’intuizione molto interessante nel processo di ricerca dei Una Pura Formalità, band talentuosa della nuova musica italiana.

Risorgere dalla polvere invece è possibile secondo “Canzone in Prigione” dei Marlene Kuntz, scritta per la colonna sonora del film “Tutta colpa di Giuda” di Davide Ferrario, con Cristiano Godano (vocalist e chitarrista del gruppo) attore co-protagonista dello stesso lungometraggio, una commedia sulla religione.

Così “Tutta colpa di Giuda” è spiegato dal regista, in un’intervista pubblicata su mymovies.it: “Mi sembra che nei miti religiosi (e anche quello cristiano lo è) ci siano delle prospettive affascinanti sul senso dell’esistenza. Per esempio, mi son sempre chiesto cosa sarebbe successo se Giuda, invece di cedere al famoso bacio, si fosse semplicemente rifiutato di collaborare all’autodistruzione di Gesù. Ci saremmo trovati di fronte al paradosso di un piano divino messo in mora dalla ribellione di un uomo. Se Gesù non fosse stato tradito e condannato, se non fosse morto e risorto – insomma, se non avesse potuto salvare il mondo, come credono i cristiani, che cosa sarebbe successo? Ripeto, tutto questo è pensiero, non storia. Ma all’improvviso mi è balenato in mente un luogo in cui nessuno farebbe il Giuda (in pubblico, naturalmente – perchè poi dentro gli infami ci sono, eccome): il carcere. E in particolare la recita di una Passione in cui nessuno vuole fare quel ruolo. Ho provato a pensare a cosa avrebbe fatto il regista… E da lì si è messo in moto tutto”.

Il testo dei Marlene Kuntz disegna la via crucis di un povero miserabile, cresciuto in un luogo malfamato, senza genitori, segnato da scelte sfortunate e sbagliate. La reclusione in carcere è inevitabile. Ma come accadde sul Golgota, un luogo privo di speranza si trasforma in uno “spazio vitale”, dove poter rinascere:

So di aver sbagliato e so che mi potrebbe ancora capitare
So che non sono privo di peccato e me ne rammarico
Ma in tutto questo tempo mi sono anche istruito
E ora posso dire che so chi sono i farisei e so chi è Gesù

Un’ammissione di colpa di chi in carcere ci finisce giustamente, perché ladro o assassino. La detenzione diventa occasione per riflettere sugli errori commessi, un tempo favorevole per prendere coscienza del male perpetrato ai danni altrui, illuminato da un bene ora conosciuto. Sorprende il riferimento a scenari e a personaggi evangelici, nella canzone come nel film, in perfetta simmetria con il brano dei Una Pura Formalità. Due canzoni binarie, l’una legata all’altra come se fossero lo “zero” e “l’uno” del codice che fonda l’informatica. “Il Mio Elogio della Polvere” parla di un mondo incapace di capire la bellezza di un amore puro e il suo tragico destino. In “Canzone in Prigione” (ricorda “Bellezza” dei Kuntz, dall’album “Bianco Sporco”) Cristiano canta:

Son deluso, sai
Siamo anche belli e non te ne accorgi mai
E sono anche schifato, sai
C’è bruttezza intorno a noi e la gente pare non capire

La comprensione (oggettiva) del bene e del male implode nella società, parziale quando giudica i comportamenti altrui e spietata perché nega una possibilità di riscatto agli erranti: “Progredire non vuol dire che ogni cura è possibile / se la cura è mutilare la nostra società”. Diverso però è il finale nelle due storie cantate. Nei Marlene Kuntz c’è una luce (quella del cero pasquale?) che illumina le tenebre del male (cf. vangelo di Giovanni 1,5). La pasqua di un peccatore, il passaggio dal dolore alla gioia, per una vita ritrovata tra le mura di un carcere. E il riferimento a Gesù non è casuale: la morte, Lui l’ha vinta.