La letteratura: quadro e specchio

Sabato ero in treno, luogo privilegiato per le mie letture, e avevo accanto mia moglie, grande lettrice, che stava leggendo un romanzo di Dostoevskij, “Povera gente”, dove ha trovato e mi ha segnalato questa perfetta definizione della letteratura e, poche pagine dopo, un’altra pagina magnifica che descrive con precisione l’esperienza della lettura.

Ecco qua le due pagine:

“E la letteratura. Varen’ka mia, è una gran bella cosa, una cosa magnifica: questo l’ho imparato da loro l’altro ieri. Una cosa profonda, fortifica il cuore umano, e insegna e… e tante altre cose come sta scritto in un libro che hanno lì, da loro. Un libro magnifico! La letteratura è, diciamo così, un quadro, cioè in un certo senso un quadro e uno specchio…” ( Povera gente, Garzanti, 1977, pag.52).

“Può capitare a volte di campar anni e anni senza accorgerti che tutta quanta la tua vita, per filo e per segno, è descritta a menadito in un libro che hai sottomano. E quello che prima non sospettavi neppure nei fatti tuoi, appena cominci a leggere quel tal libro ti viene a poco a poco in mente, e si sbroglia, si chiarisce, ti si fa luce dentro. Ed ecco infine un’altra delle ragioni per cui il tuo libro mi è piaciuto tanto: prendi un altro libro, leggi, rileggi, ti rompi il capo, e non ne capisci un’acca. Io, a esempio, sono uno stupido, uno stupido nato, così che le opere troppo impegnative non sono fatte per me. Ma questo vostro libro, lo leggi, e ti pare di averlo scritto tu stesso, quasi, poniamo, l’autore avesse preso il mio proprio cuore così com’è e lo avesse soltanto dentro e fuori, frugato e raccontato minutamente come se fosse il suo. Ma non ci vuol niente, Dio mio: è la cosa più semplice di questo mondo. Parola d’onore, l’avrei scritto anch’io; e perché no? Io sento precisamente così, proprio com’è stampato, e certe volte mi son trovato nelle stesse precise congiunture di quel povero diavolo di Samsòn Vyrin. Quanti se ne incontrano dovunque di questi Samsòn Viryn, sventurati e meschini! E con che bravura è descritta ogni cosa! Poco è mancato che non mi mettessi a piangere, quando ho letto che il disgraziato aveva perduto la memoria dal gran bere, che non aveva più bene, che dormiva tutto il santo giorno sotto una pelliccia di pecora, che affogava i dolori nel ponce, e si asciugava le lacrime con la falda unta della giubba, ogni volta che si ricordava della sua pecorella smarrita, la sua figliola Dunjasa! E’ una storia vera! Una storia che ho visto con i miei occhi, che mi sta vicina…” (da Povera gente, Garzanti, 1977, pag.63)

Il libro di cui parla Dostoevskij è un racconto di Puskin. Io ho spesso provato queste stesse emozioni. E’ il segno che il libro è buono, è vero, è bello. Ed è il segno che il libro non è solo un bel quadro, affascinante e meraviglioso, ma anche uno specchio, “che mi scruta dentro e quello che prima non sospettavi neppure nei fatti tuoi, appena cominci a leggere quel tal libro ti viene a poco a poco in mente, e si sbroglia, si chiarisce, ti si fa luce dentro”.

Nessun commento a “La letteratura: quadro e specchio”

  1. Emma ha detto:

    pensieri sparsi

    1
    ” Conrad diceva che il suo scopo quale scrittore di narrativa rende il più alto grado possibile di giustizia all’ universo visibile.Sembra un proposito altisonante, ma in realtà è molto umile.
    Vuol dire che si sottometteva alle limitazioni imposte di volta in volta alla realtà, ma quella realtà per lui non era semplicemente coestensiva al visibile.
    Chiarì i propri imiti di romanziere on questo modo:
    … il compito che cerco di svolgere è, con il potere della parola scritta, farvi udire, farvi sentire: è prima di tutto farvi vedere. Questo e nulla più: ed è tutto.
    Se riesco, troverete, consolazione paura, incanto tutto quello che chiedete-e forse, anche quel barlume di verità che avete scordato di chiedere”

    2 una ragazza chiese: perchè scrive, signorina
    O’Connor? e lei rispose ” perchè mi riesce bene…
    chiunque scriva narrativa al pubblico consumo non ha altra giustificazione se non l’ essere stato chiamato a farlo dalla presenza di un dono.Un dono, di qualsiasi genere, è una responsabilità non da poco. Di solito l’artista deve soffrire certe privazioni per usare il proprio dono con integrità.L’ arte è una vortù dell’ intelletto pratico, e la pratica di qualsiasi virtù rochiede un certo ascetismo e un nettissimo superamento della parte meschina del’ io”.

    3 Chissà se sia più facile scrivere un romanzo o vivere la vita come un romanzo.
    Certo è che i personaggi della vita sono più crudeli di quelli dei racconti della Flannery O’Connor.
    Gli umani non cercano né grazia né nulla di simile, in realtà sono superbi e spesso violenti, ma non c’è dubbio che è l’irruzione della grazia in vite spesso mediocri, ridicole, vuote, a provocare quella violenza che ci sconvolge nella vita reale.
    Il rapporto con Dio è avventuroso e molto più interessante di una vita calcolata a colpi di diritti e doveri e affermazione di sé.

  2. Giuseppa ha detto:

    a partire dalla povera gente
    “l’ uomo e il suo destino” don Giussani

    “… quei due tipi di atteggiamento che don Giussani rintracciava in quelli che incominciavano a seguire Gesù:
    “Da una parte, vi erano quelli che già avevano la soluzione delle cose in tasca o per lo meno che già sapevano quali fossero gli strumenti per
    affrontare il problema dell’uomo e del popolo (gli scribi e i farisei), e con loro tutta la gente che partecipava dello spirito di questo atteggiamento.
    Immaginatevi come erano là a sentirlo; appunto, come pietre su cui le sue parole cadevano inutilmente o come pietre che contraddicevano quelle parole, scetticamente oppure con una dialettica radicalmente opposta:
    la pietra di quell’atteggiamento rintuzzava l’offerta di quel discorso, lo contraddiceva o lo lasciava cadere. Invece, proviamo a immaginarci l’altra gente, la povera gente. Non “povera gente” perché povera – Nicodemo
    non era un povero e tanti altri, nota il Vangelo, non erano poveri –,ma povera gente come cuore, che andavano a sentirlo perché “mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo!”, cioè perché erano, si sentivano animati, toccati nell’affezione, si sentivano rinnovati nell’affezione a se stessi, nella loro umanità, nel sentimento della propria umanità. Questa
    gente lo seguiva […] dimenticandosi anche di mangiare. E qual era il primo fattore che definiva quel fenomeno? “Gesù Cristo”? No! Il primo fattore che definiva quel fenomeno è che erano povera gente che sentiva […] la pietà verso di sé, era gente che aveva fame e sete – come Lui dirà nelle “beatitudini”. Fame e sete cosa vuole dire? Avere fame e sete di“giustizia” […] vuole dire desiderare l’avverarsi della propria umanità,l’emergere del sentimento vero della propria umanità. […] Uno, per desiderare,
    per avere fame e sete del compiersi della propria umanità, deve sentire se stesso, deve sentire la propria umanità”.

  3. Andrea Monda ha detto:

    Mi commento da solo, continuando la citazione da “Povera gente” di Dostoevskij, prendetelo come un piccolo omaggio a BombaCarta, perchè questa paginetta del romanzo in cui il protagonista racconta di essere entrato in un “circolo” di amanti della letteratura, mi ha ricordato di quando sono entrato dentro questa associazione di matti, tutti matti per i libri.. sentite qua: “La letteratura è, diciamo così, un quadro e uno specchio: le passioni, le espressioni, la critica così sottile, è insegnamento edificante, è documento. Tutto questo l’ho imparato, parola per parola, lì da loro e non mi esce di mente. Vi dico con tutta franchezza, amica mia, che quando ti trovi da loro, te ne sati tutt’orecchi (magari fumando la pipa come loro) e non appena cominciano a discutere e a disputare di un argomento o di un altro, allora non ti rimane che da metterti zitto: e toccherebbe lo stesso anche a voi; qui per noi, per voi e me, c’è poco da dire. Ci rimango intontito, mi vergogno, vado cercando tutta la sera una mezza parola per prender parte alla conversazione, ma hai un bel cercare, la mezza parola non ti viene. Non ti viene proprio.”
    Ecco qua, potrebbe essere il mio resoconto dei miei primi approcci alle officine e ai laboratori di BombaCarta. Un ricordo intriso, in fondo, di gratitudine.

  4. Giuseppa ha detto:

    Che dirti caro amico, sarà che con i “matti” io mi trovo meglio che con i “sani”,e come potrebbe essere diversamente, visto che vengo da un’altra città e mi faccio 2 ore e 30 di treno per venire a Bombacarta. Ti sembro normale?
    Posso rinunciare a capire cosa mi trasporta cosi tanto verso queste affinità?

    Penso che tutti prima o poi almeno una volta nella vita si sono trovati a conoscere una persona o un gruppo di persone a apprescindere dal luogo, contesto o modalità questa conoscienza sia avvenuta, nel breve attimo come l’istante di un lampo nella notte, questa riesca sia riuscita a entrarti dentro cosi profondamente che nessuno anche in anni c’era riuscito.

    Cercavo una casa di Dio dove sentirmi a casa e la chiesa di via San Saba ha quell’influenza orientale che mi chiama, mi corrisponde.

    “Affinità elettive” cosi vengono chiamate da tempo le motivazioni rare di questi incontri, definizione resa famosa dal libro di Johann Wolfgang Goethe.

    Consentimi un’affermazione da matta quando mi trovo fra voi mi sembra di trovarmi fra angeli metropolitani e quando sono lontana da voi sono persa nella normalità della miseria umana e mi sento vulnerabile.

  5. Paolo Pegoraro ha detto:

    «Chi è il critico letterario? E’ il marito di una grande lettrice»

  6. anonima ha detto:

    Si dice che dietro ad ogni grande uomo vi è sempre una grande donna.

Prima di inserire un commento, assicurati di aver letto la nostra policy sui commenti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *