Perché rileggere oggi le Georgiche?

Tra i testi della produzione letteraria latina le Georgiche, breve poema didascalico-naturalistico, rappresenta un testo che, anche se lo si è accostato in gioventù, magari con fatica linguistica ed inesperienza della vita, merita un’attenta ri-lettura in età adulta, quando la maturità individuale permette un incontro del tutto nuovo con un’opera che nel suo primo approccio può averci lasciato poco o nulla nella memoria, anche se ha contribuito alla formazione personale dando una matrice ad esperienze future e fornendo modelli e paradigmi che operano inconsapevolmente al di là del ricordo consapevole.

Georgiche

Miniatura corredo iconografico di una versione del XV secolo delle Georgiche; in essa si vede il poeta stesso che annota le caratteristiche morfologiche e comportamentali di api fuoriuscenti da due alveari rustici.

Le Georgiche si rileggono per apprezzarne la grande potenza, pervasa dal soffio vitale d’un rapporto incessante tra terra, lavoro umano ed eterna forza creatrice della natura, ma anche per coglierne tutta l’indissolubile bellezza di suono, di parole e di immagini di cui sono intessute. È una lettura che comporta un certo impegno, perché è un testo difficile, soprattutto nella lingua originale, di concettosa elaborazione, di allusività mitologica e geografica e sovente anche di controversa interpretazione.

È comunque una fatica intellettuale gratificante, che merita di essere fatta perché diventa un’esperienza attraverso la quale meglio comprendiamo la forma mentis  dell’uomo europeo, dato che questo poemetto ha costituito uno dei pilastri della cultura occidentale, essendosi imposto a lungo nei secoli successivi grazie alla sorprendente potenza poetica con cui l’autore ha saputo ridurre a continua visione la semplice precettistica rurale.  Trasmettere però l’insieme delle nozioni tecniche non è l’unico semplice obiettivo del testo, il quale non ha come destinatari solamente Cesare, Mecenate e soprattutto gli agricolae del tempo di Augusto, ma si rivolge ad un pubblico più vasto e meno definito. È proprio la moltiplicazione interna dei riferimenti che segnala la polivalenza intrinseca del messaggio georgico e ne garantisce un valore che trascende la specializzazione tecnica, perché quello che Virgilio vuole comunicare al lettore non sono tanto nozioni tecniche, ma valori di vita, per cui i destinatari siamo tutti noi, cioè l’uomo in quanto tale. Concetto fondamentale è la valutazione positiva dell’operosità umana che, posta di fronte a ostacoli, incognite e pericoli, escogita sempre nuovi modi di superarli, dando vita alla catena ininterrotta della scienza e delle varie arti. In questo modo si esprime un forte senso di sacralità della natura e dell’impegno umano, in quanto Giove avrebbe reso necessario il lavoro per stimolare l’ingegno degli uomini, intorpidito nell’indolenza dell’età dell’oro: per Virgilio questo torpor è di per sé un male, una condizione di inferiorità, non una colpa da punire. Questa teodicea del lavoro inserisce una prospettiva provvidenzialistica in una concezione del progresso sostanzialmente laica, basata sul rapporto conflittuale e agonico tra l’uomo e le forze della natura. Tutto questo avviene, però, attraverso una strategia minimalista, che Virgilio mette in atto puntando alle cose piccole, e soprattutto alla loro piena e gratificante riscoperta, in una dialettica costante tra meraviglia e ricompensa. Egli vuole far scoprire a tutti gli uomini come oggetto di meraviglia quello che essi, in particolare i contadini, già possiedono e, soprattutto, per quello che può, stimolare e asseconda la trasformazione della natura in cultura degli uomini. In questa prospettiva, per Virgilio, il mondo delle api si fa spettacolo mirabile, ma anche insegnamento etico, per cui la loro fatica merita l’impegno (il labor) del poeta stesso; così anche nel mondo degli uomini, gli umili lavori dei campi sono da vedere come lotte dure di forti guerrieri, momenti alti ed emblematici di situazioni diverse dell’esistenza umana. La vita dei campi è sentita e proposta da Virgilio come una profonda, e talvolta amara e persino tragica, rigenerazione dello spirito umano. Il tutto avviene, però, in un abbandono dolce, quasi voluttuoso, alla natura come spettacolo, abbandono che si confonde con la gioia del canto, con il fascino della musica come melodia semplice che riempie lo spazio e il mondo, dato che nella poesia di Virgilio, che si snoda lungo una catena di esametri di incredibile duttilità espressiva, la musica e il colore prevalgono nettamente sul disegno. Ma la natura non è sentita come un mondo sostanzialmente diverso dall’uomo, come un complesso di forze brute opposte alla sensibilità dell’uomo, anzi è avvicinata il più possibile alla sua sensibilità e ai suoi sentimenti: l’umanizzazione della natura è un carattere delle Georgiche che colpisce anche a prima vista, benché occorra poi molta scaltrezza letteraria per coglierne tutte le manifestazioni nelle pieghe del linguaggio poetico, specialmente nell’aggettivazione e nei verbi.

La ri-lettura, attenta e consapevole, delle Georgiche può quindi aiutarci a stabilire un rapporto di comprensione e di sintonia con la natura, autentico e profondo, proponendoci una visione diversa da quella attuale e quindi aiutarci, con un confronto critico, a superare l’odierno troppo facile  ecologismo di superficiale maniera.