Materiali terrosi

Con i concetti astratti non si fanno storie, lo diceva la grande scrittrice Flannery O’Connor:

«La caratteristica principale, e più evidente, della narrativa è quella d’affrontare la realtà tramite ciò che si può vedere, sentire, odorare, gustare, toccare. È questa una cosa che non si può imparare solo con la testa; va appresa come un’abitudine, come un modo abituale di guardare le cose».

E quest’abitudine deve mettere radici profonde in tutta la personalità dell’artista. Certi scrittori principianti, a giudizio della O’Connor, purtroppo sono consapevoli di problemi, di temi, di tutto quel che sa di sociologia, ma non di persone, dell’ordito dell’esistenza, di quei particolari di vita concreti che dànno realtà «al mistero della nostra posizione sulla terra». La sensibilità e l’acume psicologico sono poveri strumenti per scrivere di narrativa. È la materia e la concretezza della vita che danno realtà al mistero del nostro essere nel mondo. Di questo si alimenta la narrativa migliore. Scrivere è una «sfacchinata».

I materiali di cui è fatto un racconto o un romanzo possono essere i più «terrosi» e polverosi, i più umili: «La narrativa riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo polvere, dunque se disdegnate d’impolverarvi, non dovreste tentar di scrivere narrativa». Da qui un prezioso avvertimento: non è possibile suscitare l’emozione con testi infarciti di emozione o i pensieri facendo fuoriuscire incontenibile il pensiero da ogni angolo del racconto: a queste cose «bisogna dar corpo, creare un mondo dotato di peso e di spessore» : scrivere narrativa (e così anche vivere) non è questione di dire cose, ma di farle vedere, di mostrarle (e dunque di farle).

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