L’inessenziale

Inessenziale. Ultimamente abbiamo sentito utilizzare, sempre più spesso, questo termine desueto. A seguito delle restrizioni sulla nostra possibilità di uscire, in pochi giorni tutto ciò che ci appariva fondamentale e irrinunciabile nella vita di prima, ciò che sembrava caratterizzarci come esseri umani, come la possibilità di riunirci con gli altri, sembra essere diventato inutile.

Una simile situazione fa da cornice al racconto di E. M. Forster intitolato L’attimo eterno, che dipinge una società futuristica in cui ogni essere umano vive da solo in una cella sotterranea. Tutti sono assistiti e curati, e infine dominati, da un grande apparato tecnologico, la Macchina. Anche Vashti e Kuno, madre e figlio, protagonisti della storia, interagiscono solo attraverso di essa.

Ma fu costretta ad aspettare quindici secondi buoni prima di vedere illuminarsi il disco che teneva fra le mani. Ecco che una luce lo attraversava rapida, di un azzurro tenue che si incupiva nel porpora e di lì a poco ella riusciva a vedere l’immagine del figlio che abitava dall’altro capo della terra e il figlio riusciva a vedere lei.
“Kuno, come sei lento.”
Egli sorrise gravemente.
“Sono convinta che ci provi gusto, tu, a perdere tempo.”
“Madre, avevo già provato a chiamarti, ma eri sempre occupata, o isolata. Ho cosa particolare da dirti.”
“Di che si tratta, carissimo? Fa’ presto. Perché non me la scrivi e la mandi per via pneumatica?”
“Perché preferisco dirtelo a voce. Voglio…”
“Bene?”
“Voglio che tu venga a trovarmi.”
Vashti osservò sul disco azzurro il volto del figlio.
“Ma se già ti vedo!”, esclamò. “Cosa vuoi di più?”
“Non voglio vederti attraverso la Macchina”, disse Kuno. “Voglio parlarti a voce, non attraverso la tediosa Macchina.”

La prima cosa che appare nella sua aderenza alla nostra situazione è la particolare e innaturale perdita di importanza della dimensione spaziale rispetto a quella temporale. È quello che succede a noi in questi giorni, ci sembra di dover far fruttare il tempo che abbiamo, tenendoci impegnati in mille modi – leggendo più libri, studiando di più, guardando più film e via dicendo – solo per compensare la privazione dei nostri spazi. Mentre persino i secondi che passano sono fondamentali per Vashti, la distanza che la separa dal figlio perde ai suoi occhi qualsiasi senso. In virtù di questo la presenza fisica diventa, appunto, inessenziale, sebbene non ci siano particolari impedimenti al loro incontro. Stupisce il fatto che l’autore abbia scritto questa storia nel 1928, quando ancora le videochiamate erano difficili da concepire persino nella fantasia.

Come faceva a trovare il tempo per una visita, rispose lei.
“L’aeronave ci mette appena due giorni a volare da te a me.”
“Non mi piacciono le aeronavi.”
“Perché?”
“Non mi piace vedere l’orribile terra bruna e il mare, e quando fa buio, le stelle. L’aeronave non stimola in me nessuna idea.”

Nel mondo improvvisamente sovraccarico di stimoli intellettuali in cui stiamo vivendo in questi giorni, tentiamo di sostituire in ogni modo l’esperienza diretta e sensoriale delle cose con il loro racconto, con la loro “idea”, come direbbe Forster. Lo scrittore immagina un futuro in cui Vashti non è più in grado di cogliere i vantaggi di un’esperienza che non sia solo mentale. In concreto quello che stiamo facendo, per tirarci su il morale e consolarci, è convincerci che non ci sia differenza tra l’approcciarsi alla realtà per via telematica e e l’uso, proprio degli esseri umani dalla notte dei tempi, dei cinque sensi che rischiano di non essere più visti come un canale essenziale per la conoscenza.

“Madre, è necessario che tu venga, anche solo per spiegarmi quale danno può mai derivare da una visita alla superficie della Terra.”
“Danno? Nessuno”, rispose lei, controllandosi. “Ma nemmeno vantaggi. La superficie della Terra è solo una massa di polvere e fango, priva ormai di qualsiasi traccia di vita; e ti occorrerebbe un respiratore, per non morire al contatto con la fredda aria esterna. L’aria esterna provoca la morte immediata.”
“Questo lo so e prenderò naturalmente tutte le precauzione del caso.”
“Inoltre…”
“Cosa?” Stette pensosa per un momento, scegliendo con cura le parole, nel desiderio di dissuadere il figlio, incline alle idee strambe, a portare a termine quella spedizione.
“Va contro lo spirito dell’epoca”, finì per asserire.

Da un lato l’accenno al respiratore ci riporta alla mente immagini purtroppo familiari in questi giorni, dall’altro nell’universo immaginato dall’autore le persone non vedono più alcuna utilità nell’uscire dalle loro celle e Vashti considera il desiderio del figlio di esplorare la Terra come un capriccio. Ed è così che ci sentiamo in questi giorni, anche quelle poche volte in cui mettiamo un piede fuori di casa ci sembra una futilità di cui avremmo potuto, o dovuto, fare a meno e che non risulta nemmeno piacevole a causa delle seccature e delle precauzioni. La nostra vita, in accordo con “lo spirito del tempo” non è più fuori, ma dentro.

Tuttavia, come Vashti vide il maestoso fianco della nave maculato dal contatto con l’aria esterna, fu di nuovo assalita dall’orrore dell’esperienza diretta. Non era la stessa aeronave del cinematofono. Prima di tutto, aveva un odore, non forte, sgradevole, ma un odore preciso che, anche se teneva gli occhi chiusi, le indicava la presenza di una cosa estranea e nuova. Poi era costretta a raggiungerla dall’ascendere camminando e intanto a subire gli sguardi degli altri passeggeri.

Quando Vashti si decide ad andare a trovare il figlio ed esce dall’isolamento, noi scopriamo che il mondo esterno non è più solo qualcosa di inutile, per lei, ma qualcosa di spaventoso e destabilizzante, così come la presenza di altre persone. L’abitudine prolungata a non affrontare situazioni scomode, potenzialmente rischiose o ignote genera paranoia. Tornando al nostro tempo, viene da chiedersi se le persone si sentiranno mai più sicure nel compiere le azioni inessenziali, nei bar, nelle scuole e nei centri commerciali.

E ci perseguita il pensiero su quali potrebbero essere le estreme conseguenze se la situazione si prolungasse per tanto tempo e se non fossimo in grado, quando tutto sarà finito, di porre freno alla nostra tendenza recente di depennare, “per sicurezza”, punti dalla lista di ciò che ci serve. A tal proposito, torna alla mente un passo di Finale di Partita, l’opera teatrale di Samuel Beckett, che racconta della reclusione di quattro persone in una casa sullo sfondo di un mondo postapocalittico. I protagonisti hanno subito privazioni gravissime, hanno imparato a vivere senza poter uscire ma anche senza poter vedere o camminare, senza braccia e gambe. In questo caso anche la loro vita intellettuale ed emotiva è così impoverita dalla ripetitività e dalla mancanza di stimoli nuovi ed esterni da far dubitare che i personaggi siano esseri umani. Quando uno di loro annuncia agli altri la presenza di un topo, ultimo essere vivente sulla terra a parte loro, la loro reazione è un istinto di distruzione che lascia sgomenti.

Clov: “C’è un topo in cucina punto”.
Hamm: “Un topo! Ci sono ancora topi?”.
Clov: “In cucina ce n’è uno”.
Hamm: “E tu non l’hai sterminato?”.
Clov: “A metà. Ci hai disturbati”.
Hamm: “Non può scappare?”.
Clov: “No”.
Hamm: “Lo spaccerai tra un momento. Preghiamo Dio”.

Per un attimo il lettore è quasi tentato dalla speranza e si aspetta che i personaggi reagiscano alla notizia come a un segno che la vita è ancora possibile sul pianeta Terra. Ma Clov e Hamm concordano sull’uccidere il topo, per una volta senza nemmeno discutere, perché hanno imparato a rinunciare persino alla speranza come a qualcosa di inessenziale.

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