L’arte come ri-conoscenza. A partire da Foglie d'erba di Whitman

One blue sky above us/  One ocean lapping all our shore/ One earth so green and round/ Who could ask for more? Questo è l’incipit di My Rainbow Race, una canzone di Pete Seeger del 1969 che mi ricorda tanto da vicino la domanda di Whitman citata da Antonio Spadaro in un recente messaggio (Il semplice fatto di esistere – che vi è di meglio?). Sempre nel 1969 il poeta argentino J.L.Borges ha tradotto, con ammirazione e passione, la raccolta di Walt Whitman Foglie d’erba precisando nel prologo, tra l’altro, che: “Innumerevoli sono coloro che hanno imitato, con esito diverso, l’intonazione di Whitman: Sandburg, Lee Masters, Maiakovskij, Neruda…”.

Anche Seeger, un “semplice” cantautore folk, ha imitato Whitman, ma così anche Bob Dylan, Bruce Springsteen, Tom Russell… e questo solo per rimanere nell’ambito della musica leggera. In effetti il poeta di Canto di me stesso e di Foglie d’erba è l’Adamo della poesia americana, così come Emily Dickinson è Eva: sono i progenitori di una tradizione letteraria che forse affonda le sue radici in Omero, ma che ancora oggi è tra le più vive, vegete e urticanti in circolazione.

E dalle poesie di Whitman partirà la prossima Officina di BombaCarta, che a me toccherebbe presentare….impresa non semplice, perché in realtà non conosco benissimo l’opera di Whitman che però mi affascina profondamente e cercherò qui, brevemente, di spiegare il perchè. Per farlo mi avvalgo ancora delle parole di Antonio Spadaro quando ha scritto nell’ultimo editoriale che ogni opera d’arte ne evoca un’altra ed “entra, più o meno consapevolmente, in dialogo con altre opere che io conosco e che fanno parte di me“. E, proprio in obbedienza a questo principio, aggiungo un’altra affermazione tratta da uno scrittore che conosco e “fa parte di me”, l’inglese C.S.Lewis, che a mio parere si colloca bene qui, all’inizio di questo anno “di svolta” delle Officine di BombaCarta; scrive Lewis: “Forse avrete notato che i libri che veramente amate sono legati insieme da un filo segreto; sapete benissimo quale è la caratteristica comune che ve li fa amare, anche se non riuscite a tradurla in parole; ma la maggior parte dei vostri amici non la vede affatto e spesso si chiede perché, se vi piace questo, vi piaccia anche quello“.  Ecco, lo spirito delle poesie di Whitman, si trova proprio nella fibra di quel “filo segreto” di cui parla Lewis. Leggere Whitman per me è dura, forse proprio perché mi piace tanto, perché mi costringe e chiedermi: ma perché mi piace? Mi costringe a tradurre in parole quelle sensazioni, emozioni, che in quanto tale sono “gemiti” e non concetti, fenomeni che rischiano di restare nella perfetta in-comunicabilità.

Cos’è che mi piace, dunque, in Whitman? Ancora un’altra citazione, anzi due questa volta e molto “alte”, quasi snob: la prima è del teologo Hans Urs Von Balthasar: “Il bambino è consapevole, sin dal primo aprire gli occhi della mente. Il suo “io” si risveglia nell’esperienza di un “tu”: nel sorriso di sua madre, da cui impara che è contenuto, confermato ed amato, in una relazione incomprensibilmente avvolgente, già protettiva e attuale“, la seconda è “Denken ist danken” (spero che il mio tedesco sia buono): “Pensare è ringraziare”, che è niente meno che di Martin Heidegger. Quindi: con il suo primo respiro un essere umano sussurra il suo grazie, alla vita, anzi, alla mamma.  Ecco, in Whitman ci ritrovo quel respiro primigenio, originario. In questo senso lui è davvero “Adamo”, che vede il mondo come se fosse il primo giorno della creazione e dà il nome a tutte le cose, le piante, gli animali.

Ha scritto G.K.Chesterton in Ortodossia che: “La misura di ogni felicità è la riconoscenza. Tutte le mie convinzioni sono rappresentate da un indovinello che mi colpì fin da bambino, L’indovinello dice: che disse il primo ranocchio? La  risposta  è questa: “Signore come mi fai saltare  bene”.  In succinto c’è tutto quello che sto dicendo io. Dio fa saltare  il ranocchio e il ranocchio è contento di saltellare“. Riconoscenza, gratitudine, di questo voglio parlare, questo cerco nella poesia e nell’arte anche perché, secondo me, un’opera d’arte, è sempre frutto di un gesto di gratitudine, di riconoscenza. L’artista non conosce (questo lo lasciamo fare allo scienziato, forse al filosofo) ma ri-conosce: ha lo stesso sussulto che colse Adamo quando si trovò di fronte Eva. L’arte per me è un fatto di felicità. Non è un caso che la poesia italiana trovi i suoi esordi nel Cantico delle Creature di Francesco d’Assisi, con un canto di lode, di ringraziamento. La gioia è più di ogni altra cosa fonte,  sorgente di vita (e quindi di arte).

Whitman ha lo stessa felicità di Francesco, lo stesso entusiasmo rispetto alla vita, che con i suoi colori colpisce  l’occhio limpido del poeta e lo spinge a fare la cosa più semplice: elencare tutte le cose, nominarle e gioire della loro esistenza e di nient’altro. E’ l’effetto che fa a Borges, lo spettacolo del mare: “Chi lo guarda lo vede per la prima volta,/ sempre./ Con lo stupore che le cose elementari lasciano…“. Mi piace questa poesia “elementare”, che mi sa tanto di “scuola elementare”, la scuola dei bambini. Meravigliarsi perché qualcosa esiste, anziché il nulla, non è infatti un approccio pedante, filosofico, ma, al contrario, proprio di un bambino, proprio di quel bambino di cui parlava Thoreau il 5 febbraio 1852 sul suo diario (è sempre Antonio Spadaro a ricordarcelo) la seguente affermazione: «Sospetto che il bambino colga il suo primo fiore con una percezione della sua bellezza e del suo significato che il futuro botanico non mantiene mai».

Tutti siamo stati bambini, mi piace questo fatto che accomuna tutti e sono convinto che l’arte sia un’altra cosa che accomuna, che ci “lega” gli uni gli altri. Per dirla con un verso di Foglie d’erba: “Questi sono in verità i pensieri di tutti gli uomini, in tutte le epoche e i paesi: non sono originali miei. / Se non sono altrettanto tuoi quanto miei, non sono nulla o quasi nulla.”

Di questo mi piacerebbe parlare, dell’erba, ma non delle steppe asiatiche irraggiungibili, ma di quella del giardino di casa, anche di quella del vicino, che poi è verde come la mia, la tua, la nostra.

Andrea Monda