Riflessioni sul tricolore sociale

zuck_2Un articolo apparso lo scorso anno su Internazionale spiegava come Facebook avesse sperimentato su un discreto campione di utenti (si rapporti la parola discreto ai numeri del social network in questione) una selezione dei contenuti da mostrare nella home usando come filtro un indice approssimativo di “felicità”. L’esperimento consisteva nell’aumentare la percentuale di status solari, ironici, rispetto a immagini di giornate uggiose o, viceversa, dare maggiore spazio a notizie di eventi poco lieti o pezzi dei Joy Division rispetto a foto di torte nuziali e candeline. L’esito da verificare era se giocare con questo barometro umorale avesse effetti prevedibili, e quali, sulle bacheche delle singole cavie. Se è facile comprendere il meccanismo, meno immediato è immaginare la portata di uno strumento del genere. L’articolo continuava riflettendo sul fatto che non ci fosse niente di illegale in questa operazione (accettiamo al momento di iscriverci una serie di clausole che troppo spesso ignoriamo), semmai qualcosa di discutibile dal punto di vista etico. Un social network con un bacino di utenti così elevato che affila le unghie per influenzare l’umore della gente, quali esperimenti ha in cantiere per il futuro? A poche ore dagli attentati di Parigi, Facebook propone di cambiare la foto del profilo applicando come filtro il tricolore francese. La foto a strisce di mio cognato che abbraccia la piccola Greta questa estate a mare ha ventisei like: ha senso chiedersi quanti di questi spettino alla bambina e quanti invece al pensiero di ciò è successo venerdì sera? Moltiplico i ventisei like di mio cognato per i ventisei milioni di utenti, me compreso, che a giugno hanno “indossato” il filtro arcobaleno in seguito alla sentenza della Suprema Corte americana che dichiarava legali i matrimoni omosessuali. Ne ottengo una cifra enorme, ma credo ci sia qualcosa di più complesso rispetto al significato che poteva avere questa estate esprimere la propria soddisfazione per il riconoscimento del diritto a sposarsi delle coppie omosessuali. Dietro il caldo abbraccio che ci avvolge attorno alle famiglie delle vittime, c’è un suggerimento velato, qualcuno sottovoce prova a dirci come e dove indirizzare la nostra paura. Di fronte alla potenza di sparo di Zuckerberg, scompare il minuscolo e innocuo populismo di Salvini. Ci sono un paio di pensieri a latere che mi ronzano in testa: il primo è che tra sabato e domenica è stato detto e scritto di tutto e forse una scorciatoia a portata di click come il tricolore, sganciato con qualche ora d’anticipo, avrebbe contribuito a placare tanta vena creativa. Il secondo ricalca una domanda che rimbalzava in rete nel fine settimana, ovvero: perché la solidarietà per le vittime di Parigi e non di Beirut per dire, o di altre situazioni che passano spesso inosservate? Vengono in mente i pomeriggi trascorsi da piccoli nel cortile, quando improvvisamente qualcuno voleva cambiare gioco e si arrivava alla classica conclusione da parte di uno dei bambini: “il pallone è mio”. La risposta è perché lo ha deciso il proprietario del pallone. Ecco, mi spaventa immaginare cosa ha in mente di fare Zuckerberg con questo pallone.

Per approfondire:
Federico Mello su Huffington Post: qui
Internazionale [Archivio]:  qui