[Report] Officina di gennaio 2019

Cristiano

Cristiano ha aperto la giornata con la celebre sequenza di 2001: Odissea nello spazio in cui il protagonista “scopre” che le ossa che ha di fronte possono essere utilizzate come strumento.

Proietta subito dopo un estratto da Pirates of Silicon Valley che rappresenta l’effetto che il mouse e l’interfaccia grafica ebbero sui dirigenti di Xerox prima (incapaci di rendersi conto di quanto fossero innovative queste invenzioni) e sugli inviati di Apple poi (che travolgevano di domande gli ingegneri del PARC parlandosi l’uno sull’altro in preda all’eccitazione).

Un estratto da Steve Jobs: The Lost Interview racconta il punto di vista di Jobs sulla vicenda.

Il primo punto che si cerca di dimostrare è che avere “visione” (o “una” visione) non significa vedere cose che non ci sono (o che ancora non ci sono): al contrario significa avere uno sguardo penetrante sulla realtà, sì da comprenderne le pieghe più profonde e da coglierne le possibilità. Quanto alla scelta del termine, Cristiano esprime una netta preferenza per “possibilità” (che rappresenta un campo aperto e tendenzialmente illimitato) rispetto al più consueto “potenzialità” (che – anche in una dialettica potenzialità-atto – sembra piuttosto alludere all’espressione quantitativa di una dimensione predeterminata).

Si apre una discussione col pubblico rispetto alla necessità o meno di una dimensione etica all’interno di una “visione” (l’osso-strumento di 2001 viene usato per la caccia, ma subito dopo per la guerra; viene anche fatto l’esempio del progetto Manhattan) e, nel caso, a che posto questa dimensione etica debba o possa occupare, in che termini, con quali limiti (il discorso verrà ripreso poi nella terza parte dell’intervento).

Il secondo punto affrontato parte da Copernico, usando le parole di Thomas Kuhn (grassetto nostro):

Si considerino, ad esempio, coloro che diedero del matto a Copernico perché egli affermava che la terra si muoveva. È falso dire che avevano torto completamente o che avevano torto in parte. Ciò che essi indicavano col termine ‘terra’ era fra l’altro, la posizione stabile. La loro terra, quindi, non poteva essere mossa. D’altra parte l’innovazione di Copernico non consistette semplicemente nel far muovere la terra. Era piuttosto un modo completamente nuovo di considerare i problemi della fisica e dell’astronomia, che necessariamente cambiava il significato di entrambi i termini ‘terra’ e ‘moto’. Senza quei cambiamenti, il concetto di terra in movimento era una pazzia.

Ciò che si vuole dimostrare è che una visione non è semplicemente un diverso peso che si dà alle cose, ma un nuovo modo di considerarle (e quindi, in questo senso, per come lo descrive Kuhn, un cambio di paradigma).

Come terzo passaggio si propone un estratto dalle lettere dal carcere di Birmingham di Martin Luther King:

First, I must confess that over the past few years I have been gravely disappointed with the white moderate. I have almost reached the regrettable conclusion that the Negro’s great stumbling block in his stride toward freedom is not the White Citizen’s Counciler or the Ku Klux Klanner, but the white moderate, who is more devoted to “order” than to justice; who prefers a negative peace which is the absence of tension to a positive peace which is the presence of justice; who constantly says: “I agree with you in the goal you seek, but I cannot agree with your methods of direct action”; who paternalistically believes he can set the timetable for another man’s freedom; who lives by a mythical concept of time and who constantly advises the Negro to wait for a “more convenient season.” Shallow understanding from people of good will is more frustrating than absolute misunderstanding from people of ill will. Lukewarm acceptance is much more bewildering than outright rejection.

In questo brano, King demolisce l’interpretazione classica dei rapporti di forza fra fronti ostili e contrapposti per proporre una inconsueta e ben più articolata visione del problema. Viene proiettata una scena di Selma in cui Malcom X offre il proprio aiuto alla campagna di King; ma, nonostante le buone intenzioni, appare ancorato a una prospettiva di mera strategia politica (e, di nuovo, di soli rapporti di forze).

Da questi due estratti emergono alcuni elementi fondamentali: come King non tema di generare “caos” e “disordine” – non con finalità meramente distruttive ma perché certi passaggi sono imprescindibili e senza di essi i cambiamenti sono impossibili; come, pur nella battaglia per la soluzione del problema presente, la sua visione sia sempre protesa al raggiungimento di un risultato di respiro più ampio (senza il quale la soluzione al problema presente ha poco valore); come il suo scopo non sia quello di aderire ad alti ideali, bensì “to move the needle”, cambiare la realtà, fare una differenza – quindi segnato da un tenace e continuo “realismo”.

Si analizzano infine alcuni aspetti ricorrenti: innanzitutto la capacità di ispirare; in secondo luogo l’atteggiamento non idealistico e quindi totalmente anti-ideologico: ogni “visione” – se è visione della realtà (che, per quanto ampia sia, la nostra visione non può mai contenere del tutto) – è sempre incompleta, imprecisa. Non è visione di un prodotto, semmai di un processo e/o di un effetto. Non è quindi utopica (come tentativo di applicazione alla realtà di un’idea astratta che non c’è) ma continuamente calata in (e in relazione con) la realtà in cui opera.

Veronica

Veronica è partita dall’Angelus Novus di Walter Benjamin in quanto rappresenta quell’uomo che vede le macerie di cui è fatto il passato ma al contempo è spinto verso il futuro. Un futuro diverso, migliore, che cambi direzione al corso della storia. È l’attimo in cui si fa saltare il continuum storico, per dirla con le parole di Benjamin, e il futuro entra, la rivoluzione entra. Il presente non è più dunque un ponte tra passato e futuro, non c’è concezione lineare del tempo, ma il presente diventa istante in cui si scrive la storia. Occasione per qualcosa di nuovo, che ha la possibilità di redimere “i cumuli di macerie” passati.

L’Angelus Novus ha fatto poi pensare al film di Wim Wenders Il cielo sopra Berlino:

Nella scena, un vecchietto attraversa la Postdamer Platz ormai distrutta, in cerca della Postdamer Platz del passato, viva nella sua memoria. Camminando indica i luoghi di un tempo, come era la vita in quel luogo, fino ad arrivare a sedersi in una poltrona abbandonata, al centro di quella che un tempo era la piazza, come a dire che cio’ che lui vede e’ reale fintanto che ci sara’lui a ricordare, a trasmettere alle nuove generazioni le sue visioni, che cosi non andranno perdute.

Infine, nel video del Ted talk lo stilista Isaac Mizrahi ci parla del suo processo creativo e delle cose da cui trae ispirazione. Il punto interessante è quando dice che spesso sono gli errori, gli sbagli e le illusioni ottiche ad ispirarlo. Una tasca lì dove non dovrebbe esserci, un bottone fuori posto, una manica più lunga di un’altra.
Come a dire che il disordine forse può essere più stimolante dell’ordine, in quanto porta nascoste in sé tutte le cose non ancora comprese (e forse incomprensibili, e va bene così).

Valentina

Guardare in modo diverso… che significa? Durante l’intervento di Valentina abbiamo dato un’occhiata ad uno sketch sui re magi molto divertente di Giovanni Scifoni.

Folgorato da una stella, dopo un lungo viaggio arriva ad una mangiatoia dove vede il Figlio di Dio in colui che agli occhi di tutti appare solo cone un povero bambinello uguale a tanti. Perché i Re Magi riescono a riconoscere il Figlio di Dio e gli altri no? Perché in tanti guardarono il cielo stellato ma solo Copernico arrivò a comprendere nel 1500 che il sole e non la terra è al centro del sistema solare? Scifoni scherzando ci dice nella sua scenetta che ci sono due tipi di umanità: 1) quelli che cercano, nelle cose che incontrano, una conferma a quel che già pensano 2) quelli, invece, che… (“meraviglia…!”) hanno o cercano di avere un modo diverso di andare a vedere le cose.

In un libro intitolato “Il segreto della memoria” si descrive l’attività più semplice e naturale che, senza accorgecene, compiamo ogni giorno: osservare e ricordare. Nel libro si spiega come ogni giorno in ogni momento con i nostri 5 sensi incontriamo la realtà e senza accorgercene immagazziniamo impressioni. Ci sono cioè immagini, sapori, odori si imprimono nella nostra memoria… Milioni, miliardi infiniti di percezioni… tutte dentro di noi… nella nostra memoria… Come mai non ricordiamo? E come fanno gli scrittori invece ad evocare scene, descrivere luoghi sapori… attingendo al bagaglio infinito della memoria?

Copernico, guardava le stelle, il sorgere ed il tramontare del sole… i movimenti della luna, dei pianeti… egli ha prestato attenzione, si è messo in viaggio, è andato a teorizzare qualcosa di assurdo superando i confini del linguaggio conosciuto al suo tempo… e alla fine? messe insieme tutte le impressioni acquisite in ordine alle differenti esperienze… ad un certo punto… epifania: è la terra che gira intorno al sole e non il contrario… Epifania… ecco cosa produce l’attenzione. La parola attenzione ci riporta alla memoria i precedenti interventi di BombaCarta dedicati al così detto metodo della conoscenza dell’attesa. Sul punto richiamano alla mente gli scritti di un altra celebre filosofa contemporanea e amica della Zambrano: Simone Weil che raccontando la sua esperienza nel libro “L’attesa di Dio”, rivela lo stretto legame che c’è tra la conoscenza dell’attesa e la disposizione all’accoglienza di ciò che viene da fuori; fuori da noi, fuori dai nostri paradigmi; ciò che è fuori dal nostro ordine sociale e mentale.

Accogliere qualcosa che viene da fuori… anche Pasolini ne parla nell’incipit del film Medea, dove il poeta mette in luce una realtà fatta di cose più difficile e più complicata della nostra realtà di pensieri; il centauro ci mostra come l’attenzione alle cose sia indispensabile e più che mai viva nei poeti che sanno ritrovare nel dettaglio di un insignificante frammento di immagine il mistero di una storia abbandonata e di un anima che parla.

Valeria

Io dirò, nel modo più semplice che, che l’arte è visione o intuizione. L’artista produce un’immagine o un fantasma; e colui che gusta l’arte volge l’occhio al punto che l’artista gli ha additato, guarda per lo spiraglio che colui gli ha aperto e riproduce in sé l’immagine.

Benedetto Croce ci descrive esattamente il ruolo di visionario assunto dall’artista. Questi ha una visione, di una storia, un’immagine, un suono, una sensazione, e la trasforma in opera. Produce, come dice Croce, “un’immagine o un fantasma”, così da riuscire ad esternarla, e anche condividerla con chiunque osservi, ascolti, o legga l’opera.

Valeria si è concentrata sulla produzione, da parte dell’artista, dell’opera, e sul modo in cui muta la visione nel processo. L’artista può riprodurre perfettamente questa visione nella sua opera? E l’opera può basarsi solo sul ricordare questa visione e riprodurla? L’aggiunta della soggettività dell’artista alla visione, la arricchisce o rischia di danneggiarla?

Paolo – Tre naviganti, tre destinazioni mancate

Per parlare del visionario adopero tre figure di navigatori “letterari” e delle loro rispettive mète: non trovate, sconosciute, impreviste… perché la visione non è mai perfettamente nitida. Il primo esempio è inscenato da Francesco Guccini nella canzone L’isola non trovata. Molto forte è il contrasto tra la prima strofa – in cui si asserisce il possesso dell’isola con timbri, firme e bolle – e la chiusura, in cui si afferma l’impossibilità di “prenderla”. Si addensano numerose metafore che ci portano per lo più sul versante leggendario (“incantata”, “misterioso”, “superstizioso”) e dell’utopico (il “non luogo” introvabile per definizione), ma c’è una immagine interessante: l’isola non trovata è una «idea», e idea si ricollega etimologicamente proprio a «visione» (da ἰδεν, “vedere”).

Il secondo esempio lo prendo dal Racconto dell’isola sconosciuta di José Saramago, e precisamente dal buffo dialogo che s’instaura tra il re e l’uomo che chiede una barca. Il re manifesta la compiaciuta pigrizia del possesso, tanto della conoscenza («Isole sconosciute non ce ne sono più … Sono tutte sulle carte») quanto materiale («Mi interessano anche quelle sconosciute quando non lo sono più»). Viceversa l’uomo che chiede una barca non ha nulla – è entrato a corte dalla Porta delle Petizioni – ha solo la forza di domandare, sorretta da una certezza o, se si vuole, da una fiducia/fede: quella che esistono ancora isole sconosciute. Il re è chiuso nel paradigma del già noto, l’uomo che chiede una barca apre il proprio orizzonte («In tal caso, perché vi ostinate ad affermare che esiste, Semplicemente perché è impossibile che non esista un’isola sconosciuta»). Il re è l’uomo della Probabilità, l’uomo che chiede una barca è l’uomo della Possibilità.

E voi, a che scopo volete una barca, si può sapere, fu quello che il re effettivamente gli domandò quando finalmente riuscì a sistemarsi, con discreta comodità, sulla sedia della donna delle pulizie, Per andare alla ricerca dell’isola sconosciuta, rispose l’uomo, Che isola sconosciuta, domandò il re con un sorriso malcelato, quasi avesse davanti a sé un matto da legare, di quelli che hanno la mania delle navigazioni, e che non è bene contrariare fin da subito, L’isola sconosciuta, ripeté l’uomo, Sciocchezze, isole sconosciute non ce ne sono più,
Chi ve l’ha detto, re, che isole sconosciute non ce ne sono più, Sono tutte sulle carte, Sulle carte geografiche ci sono soltanto le isole conosciute, E qual è quest’isola sconosciuta di cui volete andare in cerca, Se ve lo potessi dire allora non sarebbe sconosciuta, Da chi ne avete sentito parlare, domandò il re, ora più serio, Da nessuno, In tal caso, perché vi ostinate ad affermare che esiste, Semplicemente perché è im-possibile che non esista un’isola sconosciuta, E siete venuto qui a chiedermi una barca, Sì, sono venuto qui a chiedervi una barca, E chi siete voi, perché io ve la dia, E chi siete voi, per non darmela, Sono il re di questo regno, e le barche del regno mi appartengono tutte, Piuttosto appartenete voi a loro e non loro a voi, Che volete dire, domandò il re, inquieto, Che voi, senza le barche, non siete nulla, e che loro, senza di voi, potranno sempre navigare, Ai miei ordini, con i miei piloti e i miei marinai, Non vi chiedo né marinai né pilota, vi chiedo solo una barca, E quest’isola sconosciuta, se la troverete, sarà per me, A voi, re, interessano solo le isole conosciute, Mi interessano anche quelle sconosciute quando non lo sono più, Forse questa non si farà conoscere, Allora non vi do la barca, Me la darete.

Il terzo esempio lo prendo invece dal Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez, una delle pagine più alte delle Operette morali di Giacomo Leopardi. Qui c’è ben poco spazio per l’utopia gucciniana o per il sognatore saramaghiano: Colombo si trova ad affrontare l’ammutinamento di marinai sfiancati da una navigazione interminabile, e Pietro Gutierrez si fa in qualche modo loro portavoce. A differenza dell’utopista e del sognatore, il Colombo leopardiano è un visionario molto concreto, capace di autocritica; non si lascia accecare dal proprio ideale/ideologia, ma davanti a prove contrarie (lo stormo di uccelli che lo ha tratto in inganno) è disposto a dialogare con il dubbio («sono entrato un poco in forse»). Non è neppure un genio solitario, ma riconosceche la propria visione è debitrice di un lavoro comune «di molti geografi, astronomi e navigatori eccellenti». E ricorda come la navigazione sia capace di ridare gusto a ciò che l’abitudine ha reso insipido, come apprezzare il mero fatto di stare sulla terra ferma: la ricerca/visione aiuta a ritrovare anche il senso e la bellezza del noto, del “certo”, dello “stabile”, tanto da renderlo una «beatitudine» (sic!). Il finale porta in scena una speranza cauta quanto pratica: un commovente elenco di piccolissimi indizi, che presi singolarmente significano poco, ma insieme («in somma») danno solidità («fondamento») a una visione di riuscita. «Per molto che io voglia essere diffidente – conclude il Colombo leopardiano -, mi tengono pure in aspettativa grande e buona». Ecco l’autentico visionario: capace di tenere insieme il grande orizzonte e i dettagli minuscoli, la speranza e la diffidenza, se stesso e la comunità senza la quale l’impresa sarebbe impossibile. E soprattutto, aperto all’imprevisto. Perché anche Colombo è un visionario fallito, che manca la meta prefissata – le Indie – eppure…

Greta

Greta ha portato un brano dal racconto Il velo dissolto, di George Eliot:

Mi ripugnava sempre l’incontro con una nuova persona, tanto più quanto la sua vita mentale rischiava di logorare la mia riluttante percezione con trivialità appesantite dall’ignoranza. (…)
Inoltre, nel corso dell’ultimo anno una modificazione ulteriore si era verificata nelle mie condizioni mentali e si faceva sempre più precisa. La percezione dei pensieri di chi mi circondava stava diventando più confusa e sporadica, e le idee che affollavano la mia doppia coscienza erano sempre meno dipendenti dai contatti personali. (…) Ma contemporaneamente a questa liberazione, si manifestava un altro fenomeno che definii una previsione di scene esterne. (…) Quanto più mi isolavo dalla società, e le mie sofferenze si placavano (…), tanto più vivide e frequenti mi si presentavano visioni simili (…). Erano visioni di strane cose, di pianure sabbiose, di rovine gigantesche, di cieli notturno con ignote costellazioni lucenti, di passi montani, di radure erbose dove brillavano i raggi del sole filtrati dai rami; io mi trovavo nel bel mezzo di queste scene, e nelle loro vivide forme avvertivo sempre una presenza opprimente, la presenza di qualcosa di ignoto e spietato. Il perenne soffrire, infatti, aveva spento in me la fede religiosa; per chi è completamente infelice, per chi non ama e non è amato, non vi è religione possibile, né culto che non sia quello dei demoni. Al di là di tali visoni vi era quella della mia morte, sempre ricorrente (…).

Il protagonista è un visionario nel senso letterale della parola, colpito dal dono di leggere i pensieri degli altri e avere visioni sul futuro. A causa della sua conoscenza profonda dell’essere umano, si allontana dalla società il più possibile e, a causa delle sue visioni, vive un perenne stato d’angoscia: un visionario “al contrario”, che non trova (e anzi rifugge) il riconoscimento sociale e viene trascinato verso un futuro certo, esatto, che non lascia spazio al dubbio né, di conseguenza, alla speranza.

Andrea

Così tanto dipende
da
una carriola rossa
lucida d’acqua
piovana
accanto
a bianche galline

So much depends
upon
a red wheel barrow
glazed with rain
water
beside
the white chickens

La lettura di questa poesia, così “famosa” dentro BombaCarta, potrebbe bastare per parlare di visione, contemplazione, meraviglia rispetto a tutte le cose, anche quelle più “invisibili”, che però stanno lì e risplendono, sempre. È forse uno dei capolavori del poeta William Carlos Williams che con le sue opere scrive un appello affinché la letteratura non fugga dal «brutale contatto con la vita», per cui sua espressione emblematica può essere «niente idee se non nelle cose», da considerarsi il suo canone estetico. Williams tende a guardare gli oggetti per scoprirne i contorni precisi per poi tradurre la percezione in un linguaggio asciutto e teso, che dà corpo alla sua immaginazione, che si fa visione e crea la parola poetica, carica di intensa vitalità, fino a raggiungere una potenza simbolica. Dato che per Williams si può far poesia di «qualsiasi cosa», tutta la sua opera è caratterizzata da una tensione al contatto vivo con la realtà oggettiva senza ridursi ad una semplice descrizione degli oggetti. Come chiosava Saverio Simonelli: “quel ‘così tanto dipende’ fragile e inerme come una promessa ma inevitabile come l’epifania di un oggetto che mostrandosi nella sua casuale semplicità sembra per un attimo il punto di leva dell’universo”.